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mercoledì 13 marzo 2013

Caro cardo salutis

La parabola del padre misericordioso (Lc 15) è aperta, affinché ciascun lettore decida come concluderla. Ecco lo svolgersi dell'azione. Il destino del figlio minore è noto: per il suo ritrovamento in cielo si festeggia allegramente, è la soluzione del dramma umano secondo la mente di Dio. Il destino del figlio maggiore rimane, invece, sospeso: entrerà in casa dove si festeggia per il fratello minore, oppure resterà fuori, solo con il suo rancore, in quelle tenebre esteriori ove risuona lo stridore dei denti? La soluzione definitiva ancora manca, sospesa alla libertà del fratello maggiore.


Il figlio perduto è salvato dalla carne affamata. Quando comiciò a trovarsi nel bisogno, divenne pastore di maiali e nessuno gli dava nulla: è solo e affamato. La carne affamata del suo corpo diventa la sua maestra e gli ricorda la via smarrita. Il primo passo, quello decisivo, lo fa rientrare in se stesso. Il secondo passo viene di conseguenza, egli rammenta che la situazione dei salariati di suo padre è migliore della sua: loro ricevono il pane, cibo dei figli, mentre a lui nessuno dà nemmeno delle carrube, cibo dei porci. Col terzo passo, ancora traballante, decide di ritornare da suo padre e di chiedere perdono, pur riconoscendolo come padre, non tira la conseguenza logica e necessaria di riconoscersi figlio, decide di chiedergli solo d'essere un servo. Tutto ciò grazie alla carne, vero cardine della salvezza.


Il figlio minore pecca contro il Cielo, contro se stesso e contro suo padre.
Contro il cielo quando abbandona la casa paterna, pretendendo l'eredità prima del tempo, prima di restare orfano. Contro di sé quando dichiara di non essere più degno d'essere chiamato suo figlio, pur chiamandolo ancora padre contraddicendosi. Contro suo padre quando decide di chiedergli di trattarlo come uno dei suoi servi.
Il figlio maggiore pecca contro suo padre, contro se stesso e contro suo fratello. Contro suo padre quando non lo chiama padre e lo tratta come un padrone. Contro di sé quando si condanna a vivere come un salariato di suo padre, non riuscendo a diventare figlio che condivide con il padre ciò che il padre possiede. Contro suo fratello quando non lo riconosce come tale, ma solo come figlio di suo padre.

Nelle allegre parole che il padre rivolge prima ai servi poi al figlio maggiore forse v'è un'allusione implicita al destino pasquale di Gesù, il Figlio del Padre "che era morto ed è tornato in vita" (Lc 15,24.32) per ritrovare i suoi fratelli perduti. La resurrezione di Gesù è motivo eterno di esultanza. In Cristo tutti gli uomini, suoi fratelli minori perduti, sono ritrovati dall'amore paterno grazie all'obbedienza filiale del primogenito. Non servile come l'obbedienza vissuta dal primogenito della parabola, il cui destino aperto è il nostro, quello di ciascun moralista che giudica Gesù perché "accoglie i peccatori e mangia con loro" (Lc 15,2) e non comprendono la divina necessità di "far festa e rallegrarsi" (Lc 15,32). L'uomo che era perduto è stato ritrovato, è molto più prezioso della moneta e della pecora per cui fanno festa la donna e l'uomo della prima parte della parabola (Lc 15,4-10).

domenica 17 aprile 2011

Quaresima 6. Ingresso

Domenica delle Palme
Mt 21,1-11 * Is 50,4-7 * Sal 22 * Fil 2,6-11 * Mt 26,14-27,66

Duccio di Buoninsegna, Maestà del Duomo di Siena (1308-11)

   Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme. Entrare significa varcare una soglia. La soglia segna il confine tra due mondi distinti che esigono due diversi modi d'essere. Diversità che implica la metamorfosi. Metamorfosi che avviene in due modi diversi e complementari: come esito dell'irruzione della Grazia che rapisce, uccide e rigenera, fatto che accade in un momento preciso della storia, in un luogo puntuale, come quando si nasce, quando si è battezzati e qaundo si muore; come esito del lento e faticoso adeguamento volontario alla forma divina, evento che si distende lungo tutto il tempo della vita e che avviene secondo i ritmi delle sue diverse stagioni, alternando cadute più o meno rovinose a camminate spensierate.
   Il Verbo di Dio ha compiuto tre ingressi principali. Il primo quando l'angelo Gabriele portò il felice annuncio a Maria e il Verbo di Dio entrò nel mondo degli uomini: divenne uomo con la sua divina incarnazione. Il secondo ingresso quando il velo del Tempio si squarciò dall'alto al basso e il Verbo incarnato e crocifisso entrò nel regno dei morti: il suo corpo venne sepolto nel sepolcro e la sua anima discese agli inferi. Il terzo ingresso quando l'angelo del terremoto fece rotolare la pietra ed il Verbo incarnato, crocifisso e sepolto entrò da risorto nel regno dei cieli, inaugurandolo quale primogenito dei morti.
   L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è immediatamente prodromico all'ingresso nel regno dei morti perché a Gerusalemme egli doveva salire secondo le Scritture e secondo la sua triplice profezia per essere ucciso e risorgere (Mt 16,21; 17,22; 20,18). Altresì è collegato all'ingresso nei cieli, poiché la Gerusalemme terrena è immagine concreta e vivente della Gerusalemme celeste che è nostra madre. Cosicché chi segue Gesù ha come meta finale la Gerusalemme del cielo, dove il Figlio dell'Uomo siede alla destra della Potenza e da dove verrà per giudicare e come tappa intermedia il Getsemani ed il Golgota.
   La liturgia della domenica delle palme con quella della Veglia Pasquale sono le uniche liturgie che hanno inizio fuori dalla chiesa, nello spazio profano in cui Gesù è morto, fuori della città, spazio che allude anche alle tenebre in cui sarà pianto e stridore di denti, segni della disperazione per la perdizione. Che queste due liturgie abbiano inizio fuori dallo spazio consacrato della chiesa indica una cosa molto importante, che l'abitudine può facilmente far dimenticare: la Chiesa non è l'origine del fatto cristiano, essa accoglie più o meno festante la visita del Salvatore che la precede e la supera, come il sole è l'unica sorgente della luce che la luna si limita a riflettere.
   Ecco la porta aperta nella cerchia esterna delle mura della città dipinta da Duccio nella Maestà per il Duomo di Siena: non è forse l'invito a seguire Gesù? Egli sta arrivando seduto sul puledro, seguito dai suoi discepoli, e la porta e lì, stretta perchè tale è la porta che conduce alla vita (Mt 7,13-14) però semiaperta, pronta ad esser varcata e portare dal piccolo giardino con un piccolo alberello al punto esatto della strada dove Gesù sta giungendo.

sabato 9 aprile 2011

Quaresima 5. Metamorfosi dello spirito: credere che Dio l'ha mandato

Quinta domenica di Quaresima, anno A
Ez 37,12-14 * Sal 129 * Rom 8,8-11 * Gv 11,1-45

   La metamorfosi del creato innescata dalla Trasfigurazione di Gesù (II^domenica), dopo aver coinvolto distintamente il corpo (III^domenica) e l'anima (IV^ domenica) della creatura umana, coinvolge infine il suo spirito creato che simultaneamente è il terzo elemento costitutivo dell'uomo e l'unità del corpo materiale e dell'anima spirituale appartenenti all'unica persona, unità che la diabolica morte scioglie e scioglierà e che la divina Resurrezione ricompone e ricomporrà.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, 1608-09
   Il Caravaggio ha raffigurato l'ultimo atto della resurrezione di Lazzaro, dopo che la voce del comando divino del Cristo, penetrata nell'oscurità maledorante del sepolcro, ha operato il miracolo e Lazzaro è appena uscito dalla grotta. Il Redentore ordina con un potente eppure misurato gesto della mano destra, di liberarlo dalle bende che tenevano legate mani e piedi di Lazzaro, essendo già caduto a terra il sudario che avvolgeva il suo volto. Un teschio frantumato, simbolo della morte ormai sconfitta, giace sotto la mano sinistra di Lazzaro colta mentre si rianima dall'abbandono cadaverico. La destra di Lazzaro, in esatta corrispondenza della destra del Salvatore, s'eleva repentina e decisa a proteggersi dall'eccesso di Luce che a fiotti penetra nelle tenebre sepolcrali e sommerge i testimoni del miracolo con la sua sorprendente evidenza. Luce proveniente da Gesù e da oltre, dal Padre che attraverso il Figlio suo opera. Luce che plasma con la sua densa e liquida vitalità tutta la scena, dalle spalle di Gesù si rifrange sui volti attoniti dei testimoni  e sulle loro membra mortali, fino al corpo risuscitato di Lazzaro. Splendida raffigurazione dell'antichissima antifona liturgica trasmessaci dalla lettera paolina agli Efesini e ascoltata domenica scorsa: "Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef 5,14).
  
   Nella prima lettura Dio ripete due volte la stessa promessa: una prima volta i verbi sono al presente (apro, faccio uscire, riconduco); essi si riferiscono alla precisa situazione storica del popolo di Dio esule in Babilonia, al quale il profeta Ezechiele annuncia l'intervento salvifico di Dio che si realizzò attraverso Ciro re dei persiani. Nella ripetizione della promessa divina i verbi compaiono al futuro (voi riconoscerete, io aprirò, farò uscire, farò entrare, voi rivivrete, io farò riposare, voi saprete); con il passaggio dal presente/passato al futuro la promessa perde precisione storica e diventa ambigua; l'ambiguità è necessaria per restare aperta sul futuro e poter significare più cose insieme:
  1. l'imminente liberazione dall'esilio babilonese, ma al tempo della profezia ancora futura, liberazione soprattutto politica, ma non solo
  2. il perdono dei peccati, causa ultima della schiavitù, perdono che genera il timore di Dio (esso non è la paura provata da Adamo dopo il peccato, ma la fiducia in Dio generata dal suo perdono)
  3. la risurrezione di alcuni morti, fin quando nella pienezza dei tempi Dio risuscitò Gesù dai morti costituendolo Vita eterna per chi crede in lui, "causa di salvezza" secondo la lettera agli Ebrei
   La divina Liturgia ci istruisce, mostrandoci qual'è la radice ultima della triste condizione umana dei mortali, il peccato è la causa prima della morte spirituale e poi di quella corporea. Anche circa la risurrezione la Liturgia ci istruisce, mostrandoci che essa inizia già ora col perdono dei peccati che realmente risuscita l'anima dalla morte spirituale, senza esonerarci dalla pena della morte fisica; la risurrezione sarà compiuta solo alla fine del mondo quando anche la carne, sottoposta suo malgrado alla morte per i peccati commessi dall'anima, risorgerà manifestando così nuovamente e per sempre l'unità della persona umana, quando lo spirito creato proprio dell'uomo sarà unito allo Spirito increato di Dio: "farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete" (Ez 37,14), promessa confermata dall'apostolo Paolo che ai Romani scrive: "E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti, abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rom 8,11).
   Quando Gesù ritorna in Giudea a casa di Lazzaro, Marta e Maria, trova il suo amico sepolto già da quattro giorni; Marta confessa con Gesù la fede ebraica tradizionale nella risurrezione finale, confessione che offre a  Gesù l'opportunità di presentare la sua novità fondata sul depositum fidei ebraico: "Io sono la risurrezione e la vita" (Gv 11,25). Cristo è la resurrezione perché è la vita. Prima viene la risurrezione, non perché essa sia prima della vita, ma perché Colui che è la Vita sta parlando con uomini peccatori che a causa del loro peccato sono diventati mortali. Gesù Verbo incarnato è anzitutto la Vita, il prologo giovanneo dice: "In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini" (Gv 1,4).
   In principio: "Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vita e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male" (Gen 2,9). Il comando dato da Dio all'uomo, costituisce l'uomo nella sua più alta dignità, quale interlocutore di Dio, suo vicario nel mondo e responsabile del creato, creatura libera perché ragionevole. Quel comando si compone di un ordine positivo molto ampio: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino" (Gen 2,16) e di un piccolo ma decisivo divieto: "ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare" (Gen 2,17); questa composizione del comando di Dio smentisce l'immagine torva di un Dio che sommerge l'uomo di prescrizioni e divieti, per restituirci il Dio vivo e vero che come una madre premurosa tutto dona ai figli perché vivano nella grazia sovrabbondante e come un padre prudente pone un solo decisivo limite affinché i figli non muoiano.
Profeticamente l'albero annuncia la sua Croce salvifica dalla quale Egli dona la Vita per il mondo, sulla quale morì per distruggere tutti i peccati e donare nuovamente la vita ai morti e ai peccatori morenti. Cosa che avviene per la sua obbedienza con la quale ha corretto, assorbito e vinto la disobbedienza di Adamo.
   Per fortuna la storia non si interrompe quì, ma Gesù ha detto e ripetuto: "chi crede in me, anche se muore, vivrà e chi vive e crede in me, non morirà in eterno" (Gv 11,25). Tutto il racconto della risurrezione di Lazzaro è costruito sul verbo "credere in". Ai discepoli che lo fraintendono, dice: "sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate" (Gv 11,15). A Marta, dopo averle rivelato la propria novità rispetto al depositum fidei ebraico: "Io sono la risurrezione e la vita", chiede: "Credi questo?", provocandola all'adesione di fede: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo" (Gv 11,25-27). Infine, davanti al sepolcro aperto di Lazzaro che realizza la profezia di Ezechiele: "aprirò i vostri sepolcri" (Ez 37,13), prima di gridare il comando divino: "Lazzaro, vieni fuori" operando il miracolo, Gesù si rivolge al Padre per ringraziarlo - momento colto dal Porta Salviati - e spiegare il motivo di tutto, della malattia di Lazzaro, del suo intenzionale rimanere nel luogo dove la notizia della malattia l'aveva raggiunto, delle sue lacrime di commozione davanti al sepolcro dell'uomo suo amico e del dolore delle sorelle dell'amico: "perché credano che tu mi hai mandato" (Gv 11,42) e molti dei Giudei credettero in Lui. Segno che ciascuno, nelle diverse situazioni personali può credere, dato che la fede di ognuno può crescere, aumentare, perfezionarsi.

Giuseppe Porta detto il Salviati, Resurrezione di Lazzaro, 1540-45
   La metamorfosi dello spirito dell'uomo avviene nella confessione di Gesù: "Gesù allora alzò gli occhi e disse: <Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perchè credano che tu mi hai mandato>" (Gv 11,42-43) confessione raffigurata da Giuseppe Salviati. Al centro della scena si staglia il Salvatore che con morbido movimento delle membra, sottolineato dal braccio destro levato accompagnato dal volto rivolto a Dio, domina la composizione con calma regale, resa più evidente dalla confusione che regna sovrana tra i testimoni per la sopresa del miracolo già avvenuto. Attraverso la confessione di Gesù lo spirito dell'uomo peccatore e perciò mortale, apprende e riceve la virtù soprannaturale della Grazia, viene trasformata la naturale paura del colpevole di fronte all'innocente in fiducia, come dice il Salmo odierno: "presso di te è il perdono che infonde il tuo timore" (Sal 130,4). Il timore di Dio è principio di sapienza, solo la scorza del timor di Dio è paura, terrore panico di fronte al rivelarsi del Santo, la polpa del timore è la fiducia filiale. Così per i peccatori la confessione che opera la metamorfosi del loro spirito è sempre confessione della propria miseria e della misericordia di Dio, è credere che Dio ha mandato Gesù.

lunedì 4 aprile 2011

Quaresima 4. Metamorfosi dell'anima: concedimi di vedere i miei peccati

Quarta domenica di Quaresima, anno A
1Sam 16,1.4.6-7.10-13 * Sal 22 * Ef 5,8-14 * Gv 9,1-41


    La metamorfosi somministrata domenica scorsa è materica, riguarda la dimensione fisico-carnale dell'uomo: il cuore di pietra viene trasformato dall'incontro con Gesù in una sorgente d'acqua viva zampillante per la vita eterna. La metamorfosi somministrata questa domenica, viceversa, è spirituale, riguarda la dimensione psichica dell'uomo: le facoltà spirituali dell'intelletto e della volontà con cui l'uomo conosce, giudica e sceglie. Tale metamorfosi dell'anima e delle sue potenze avviene anch'essa attraverso il corpo, mediante l'applicazione del fango di Gesù sugli occhi ed il successivo lavacro nell'acqua sulla parola di Gesù, ma non può prescindere dalla libertà umana che può essere liberata solo se liberamente lo vuole. Come dicono i Padri: Dio può tutto, tranne che obbligare l'uomo ad amarlo.

Guarigione del cieco nato, Codice Purpureo di Rossano (VI sec.)

    Nella prima lettura Dio rivela a Samuele il proprio modo di giudicare e chiede al giudice e profeta di adeguarsi: "Non guardare al suo aspetto [...] io non guardo a ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda all'apparenza, io guardo il cuore" (1Re 16,7). Certamente Dio sa guardare il cuore e le sue profondità (colletta), ma l'uomo ha questa conoscenza interiore? L'ha avuta, infatti sta scritto che Dio, dopo aver creato gli animali: "li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati [...] quello doveva essere il suo nome" (Gen 2,19). Adamo, cioè ogni uomo, dà il nome alle creature mostrando di avere la capacità di conoscere le loro essenze, esprimendole col nome adeguato a ciascuna creatura. Questa capacità intellettiva dell'uomo grazie alla quale anche la creatura umana è capace di guardare il cuore, è gravemente ridotta dal peccato. Il serpente associa la conoscenza del bene e del male al frutto proibito, falsamente perché il discernimento del bene e del male non è magicamente contenuto in un frutto esteriore all'uomo, ma è intrinseco alla libertà che Dio gli conferisce creandolo, come spiega Gesù: "Non ciò che entra nella bocca rende impuro l'uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l'uomo" (Mt 15,11). Ingannata, la donna crede che la conoscenza, da cui scaturisce la sua libertà, sia fuori di lei, nel frutto che le appare: "buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza" (Gen 3,6). Quel frutto proibito, una volta mangiato ha ben altri effetti, tutt'altro che positivi: "si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi" (Gen 3,7). I loro occhi s'aprirono come quelli dei ciechi, ma videro solo la propria nudità provandone vergogna, quella nudità che prima del peccato era vissuta nell'innocenza (Gen 2,25), diventa ora motivo di vergogna e di paura, perché all'innocenza è subentrata la voracità e la ferocia che portano a nascondersi tra gli alberi del giardino (Gen 3,8-10). Ecco come avviene che i vedenti siano in verità ciechi, spesso s'illudono di vedere, tutt'al più vedono, come rivela Dio a Samuele, le apparenze. Ecco la necessità e la somma utilità di un cieco nato: "Perché in lui siano manifestate le opere di Dio" (Gv 9,3) e poter rimuovere dal peccato, se lo vogliono, coloro che credono di vedere e sono ciechi.

Duccio di Buoninsegna, Maestà Predella, Guarigione del cieco nato (1311)
     I Vangeli narrano più miracoli in cui Gesù guarisce dei ciechi: Bartimeo cieco di Gerico (Mt 20,29-34; Mc 10,46-34; Lc 18,35-43), il cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), l'indemoniato cieco e muto (Mt 12,22) e Giovanni porta alla perfezione questo segno nel brano evangelico del cieco nato (Gv 9,1-41). Sviluppa il suo racconto in sette piccoli dialoghi, ciascuno caratterizzato da alcune domande, talune ripetute più volte, che interrogano sul mistero dell'esistenza umana e sul mistero di Gesù:
  1. i suoi discepoli e Gesù (Gv 9,1-7)
  2.    i suoi vicini ed il cieco nato (Gv 9,8-12)
  3.       i farisei ed il cieco nato (Gv 9,13-17)
  4.          i giudei ed i suoi genitori (Gv 9,18-23)
  5.       i giudei e il cieco nato  (Gv 9,24-34)
  6.    Gesù e il cieco nato (Gv 9,35-38)
  7. Gesù e alcuni farisei (Gv 9,39-41)
Forse si potrebbe scorgere una struttura a chiasmo dei sette dialoghi, facente perno sul quarto tra i giudei e i genitori del cieco nato, l'unico dialogo in cui nessuno dei due interlocutori crede in Gesù, ovvero vede la Luce del mondo, dialogo tra ciechi che credono di vedere e sono immersi nelle tenebre, ma dove paradossalmente compare il riconoscimento di Gesù come il Cristo, seppure in negativo quale causa di espulsione dalla Sinagoga.


    Una domanda in particolare funge da filo di Arianna del racconto: chi ha peccato?
Ha peccato colui che è nato cieco, o i suoi genitori? Gesù respinge questa ipotesi della retribuzione che corrisponde all'idea indiana del karma e delle molteplici reincarnazioni necessarie per purgarsi da esso: né il cieco nato, né i suoi genitori sono i colpevoli per la sua cecità. Ha forse peccato Gesù, avendo violato il Sabato impastando del fango e spalmandolo sugli occhi del cieco? Se Gesù fosse solo un uomo forse  sarebbe un peccatore come noi tutti, secondo un'interpretazione rabbinica della Legge viola insistentemente il sacro precetto del Sabato. Ma Gesù non è solo un uomo, è anche il Verbo di Dio che si compiace di salvare l'uomo proprio in giorno di Sabato, essendo lui stesso il Sabato, il compimento di ciò che quel giorno significa, conservazione e giudizio del mondo: "Il Padre mio agisce anche ora (di Sabato) e anch'io agisco" (Gv 5,17), parole dette dopo la guarigione del paralitico alla piscina della porta Betzatà, simili a quelle dette prima della guarigione del cieco nato: "Bisogna che compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno" (Gv 9,3) e che hanno un'eco nelle parole dette dal cieco nato ai giudei: "Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla" (Gv 9,33). Parole che danno risposta all'altra domanda che si rincorre in questo racconto: di dove è Gesù? da dove viene? Lo rivela il suo operare, impasta con la saliva polvere della terra e la spalma sugli occhi del cieco, chiara allusione all'opera creatrice, quando: "Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffio nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente" (Gen 2,7). Ecco il Figlio dell'uomo ricrea l'uomo accecato dall'orgoglio alla sola condizione che il peccatore riconosca l'evidenza, cioè d'essere peccatore, confessione che risulta ben più facile al cieco nato che ai vedenti, i quali rischiano, anche se seguaci di Gesù, di restare nel peccato per la pretesa di vedere nonostante la Luce del mondo. Colma di intelligenza spirituale la preghiera quaresimale di sant'Efrem il siro invita a seguire l'esempio del pubblicano che supplica pietà, non quello del fariseo che giudica: "concedimi di veder i miei peccati e di non giudicare il fratello che cade" (cfr. Lc 18).


Sant'Efrem il siro

    Così dalle tenebre interiori che dominano l'anima di chi crede di vedere e nemmeno vede il proprio cuore impuro e peccatore, se confessiamo il nostro status di peccatori, riconoscendo d'essere ciechi, passiamo nel regno della Luce. Questo dice la seconda lettura: "un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore" (Ef 5,8) che termina con un'antica antifona liturgica pasquale che fa da trait-d'union con domenica prossima:

Svegliati, tu che dormi,
risorgi dai morti
e Cristo ti illuminerà.

sabato 26 marzo 2011

Quaresima 3. Metamorfosi del corpo: non indurite il cuore

Terza domenica di Quaresima, anno A
1Cor 10,1-4

Cristo e la Samaritana, Minitaura del Monte Athos (sec. XIII)

   La Trasfigurazione di Gesù, celebrata domenica scorsa, ha innescato la metamorfosi del mondo, iniziando da Colui che i samaritani e la Chiesa confessano Salvatore del mondo.
   La metamorfosi del mondo è innescata per grazia, alla samaritana Gesù rispone: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice..." (Gv 4,10). Grazia della Rivelazione che riguarda in primis il Rivelatore, colui che dona l'acqua viva, ben più grande del padre Giacobbe che diede il pozzo presso il quale si sta svolgendo l'incontro decisivo allora come già prima: presso il pozzo il servo di Abramo incontrò Rebecca (Gen 24,11-21), Giacobbe incontrò Rachele (Gen 29,1-12) e Mosé incontrò Sippora (Es 2,15-21).
   Grazia della rivelazione che inoltre riguarda l'interlocutrice samaritana del profeta giudeo, il quale rivela una conoscenza di lei inaspettata, inaudita e sorprendente, quando le dice: "quello che hai ora non è tuo marito". Infatti è solo il sesto uomo dopo i cinque mariti legalmente avuti, tutti uomini che non han saputo soddisfare la sete di vita di quella donna. Forse morendo prematuramente la lasciavano non solo vedova, ma anche senza figli. Ora si compie l'incontro con l'uomo decisivo della sua vita, il settimo e ultimo uomo, come settimo e ultimo giorno della settimana è lo Shabbat che orientando il tempo ed il mondo a Dio li rende fecondi, gravidi di vita, Gesù-Sabato dell'umanità dona alla samaritana ed in lei all'umanità intera, l'acqua viva che diventa in chi la beve: "sorgente che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14), di modo che non debba più cercare un uomo andando al pozzo.
    Grazia che prosegue con la Rivelazione del culto desiderato da Dio, non più solo legato ad un luogo geografico: "questo monte", oppure "Gerusalemme" (Gv 4,20-21), luoghi che inevitabilmente si contrappongono e si elidono a vicenda, bensì il culto legato al luogo spirituale, l'adorazione di Colui che i Giudei conoscono: "il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe [...] Dio dei viventi" (Mc 12,26-27), un Dio che quel profeta giudeo mostra di conoscere ad un tale grado di intimità, da chiamarlo "il Padre" (Gv 4,21.23).

Guercino, Cristo e la Samaritana (1640-41)

   La metamorfosi del mondo si svolge attraverso due fasi, la rinuncia al peccato (pars destruens) e l'adesione al Signore (pars construens). Due fasi che non si possono distinguere nettamente essendo cronologicamente non successive l'una all'altra, ma sino alla fine simultanee, poiché l'uomo creato ad immagine di Dio, perciò capace di aderire al suo Signore, è peccatore ed avendo perso la divina somiglianza dovrà lottare fino all'ultimo respiro per riorientarsi alla Sorgente dell'acqua viva cui anela. Esse hanno il loro fondamento cristologico nella parabola che descrive il mistero di Gesù Cristo: il suo abbassamento fino alla morte di croce e l'innalzamento o glorificazione nella resurrezione dai morti.
   La metamorfosi del mondo è già annunciata dalla prima lettura tratta dall'Esodo: quella roccia che san Paolo dichiarerà esssere il Cristo (1Cor 10,4) viene aperta dal bastone di Dio impugnato da Mosè divenendo la sorgente d'acqua che accompagnò il popolo nel deserto. Popolo spesso accusato dai profeti d'essere testardo, di dura cervice, dal cuore incirconciso e sclerocardico, esempio negativo al quale Dio chiede di non conformarsi: "Non indurite il cuore come a Meriba..." (Sal 94,8). Invocazione ripresa dal profeta Ezechiele come invito ad un rinnovamento interiore che giunga o abbia origine dal cuore, centro metafisico della persona umana, quando promette il trapianto cardiaco: "Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne" (Ez 11,19; 36,26). Trapianto che non avviene senza la collaborazione volontaria seppur faticosa del trapiantato. Solo le proprie lacrime di pentimento, o come dicono i padri di compunzione, ammorbidiscono la propria sclerosi e così rendono il cuore umile, capace di ospitare Dio, di modo che lo Spirito santo "zampilli per la vita eterna" (Gv 4,14).

sabato 19 marzo 2011

Quaresima 2. Ascoltatelo


Seconda domenica di Quaresima, anno A
Es 34,29-35 / Dt 6,4-9 * Sal 81 * Rom 8,18-25 / 1Gv 3,1-3

Duccio di Buoninsegna, Trasfigurazione (1311)
   Il Vangelo delle Tentazioni di domenica scorsa ha indicato la via per vincere la prova della libertà: ricordare le sacre Scritture, senza aggiungere né togliere nulla. Come scrive l'apostolo Paolo a Timoteo: "Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia" (2Tim 3,16). Le Scritture trasmettono, infatti, la Parola di Dio, Parola che Dio rivolge agli uomini tramite i Profeti (Mosé ed Elia), finché giunta la pienezza dei tempi Dio parla attraverso il Figlio, Verbo incarnato. Gesù Verbo incarnato è al centro del racconto della Trasfigurazione: prima come Trasfigurato che conversa con Mosé ed Elia, poi quale Figlio amato da ascoltare come lo presenta la voce dalla nube luminosa.

   Tra i temi contenuti nel mistero della Trasfigurazione, il cammino quaresimale ne predilige due: l'unità delle Scritture e la trasfigurazione della carne. L'unità delle Scritture opera il collegamento con il mistero delle Tentazioni celebrato domenica scorsa ed è fondamento della fede cristiana, la cui confessione sacramentale è la meta della Quaresima. La trasfigurazione della carne introduce al mistero della nostra salvezza e della nostra santificazione celebrato subito dopo nel sacramento dell'altare e che verrà celebrato nelle prossime tre domeniche dedicate ai Vangeli giovannei della Samaritana, del cieco nato e di Lazzaro.
Trasfigurazione, Grande Lavra (1535)
   L'unità delle Scritture è scelto da Matteo come principio narrativo del suo Vangelo. Egli scrive con la costante intenzione di mostrare che Gesù è il Messia promesso, nel quale si compiono le Scritture: "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento" (Mt 5,17). Il racconto della Trasfigurazione, posto dai Sinottici al centro dei rispettivi Vangeli quale svolta narrativa, trasuda unità delle Scritture: in primis l'apparizione di Mosé ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti, che conversano con Gesù trasfigurato; poi la voce proveniente dalla nube luminosa che ordina di ascoltare il Figlio amato. Le Scritture che quì parlano con Gesù, parlano di Gesù: "Voi scrutate le Scritture [...]: sono proprio esse che danno testimonianza di me. [...] Mosé ha scritto di me" (Gv 5,39.46). Solo grazie alle Scritture che quì indicano il primo Testamento, la Bibbia ebraica, è possibile riconoscere e confessare Gesù quale Messia atteso e Figlio di Dio. Perciò con Gesù splendente di gloria appaiono i due sommi rappresentanti delle Scritture, perché non si dà fede cristiana sine Scriptura.
La voce proveniente dalla nube luminosa senza ombra di dubbio è la voce di Dio, poiché origina dal tipico elemento delle teofanie, soprattutto quelle mosaiche; la Voce focalizza di nuovo l'attenzione su Gesù, dopo che i discepoli erano stati distratti dalla proposta di Simon Pietro di fare tre tende e la Voce dichiara l'amore ed il compiacimento di Dio per il proprio Figlio: "Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento", concludendo con l'ordine perentorio: "Ascoltatelo" (Mt 17,5). Tale ordine divino colloca Gesù sullo stesso piano di Mosé ed Elia, dei Profeti che hanno parlato molte volte ed in diversi modi nei tempi antichi (cfr. Eb 1,1), inaugurando quei giorni in cui Dio parla "a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,2).
   Perciò come prima lettura sarebbe sommamente adatto il brano di Dt 6,4-9, dove Mosé prescrive l'ascolto come  l'atteggiamento spirituale fondamentale del popolo credente: "Shemà Israel", insegnamento confermato da Gesù nella risposta data allo scriba sul primo comandamento (cfr. Mc 12,29). A tal proposito un bellissimo detto arabo spiega che Dio ha creato l'uomo con una bocca e due orecchie, perchè dovrebbe ascoltare il doppio di quel che parla o parlare la metà di quel che ascolta. In effetti Dio non chiede all'uomo grandi cose, superiori alle sue forze, chiede soltanto d'essere ascoltato: perciò come Salmo responsoriale è più adatto il Salmo 81[80]. Asaf con quattro verbi invita a lodare Dio (esultate, acclamate, cantate, suonate), elencando quattro strumenti musicali (tamburello, cetra, arpa, corno) e poi enumera sette motivi per la lode: ti ho liberato, risposto, messo alla prova, fatto salire, abbandonato, contro i nemici volgerei la mano, sazierei. Alla lussureggiante preghiera umana fa da controcanto la semplice e monotona preghiera che Dio rivolge insistentemente all'uomo, supplica reiterata quattro volte: "Israele, se tu mi ascoltassi!" (Sal 81,9).

Beato Angelico, Trasfigurazione del Convento di san Marco (1441-43 ca.)

   La trasfigurazione delle carne è il secondo tema sviluppato dalla Quaresima. Gesù dà pieno compimento alla Legge e ai Profeti perché in lui, figlio di Maria e di Giuseppe, figlio di Davide, di Abramo, di Adamo, uomo come noi tutti, s'è incarnato il Verbo increato del Padre. Parola con cui Dio creò il mondo e continuamente lo sostiene; Parola rivolta ad Adamo, a Noè, ad Abramo, a Mosé, a Samuele, a Natan, a Elia, a Isaia, a Geremia, a Maria di Nazaret e fino a Giovanni figlio di Zaccaria, Profeti grazie ai quali la Parola increata ha assunto la forma ed il suono delle lingue umane, Parola di Dio nelle parole dell'uomo che in Gesù assume il sangue e si riveste della carne dell'uomo. Perciò la carne umana di Gesù, sul monte Tabor, divenne trasparente mostrando la gloria luminosa e splendente della divinità del Verbo, divinità raccolta ed ancora nascosta alla nascita, divinità nuovamente oscurata alla morte quando Gesù salì sull'altro Monte, il Golgota, per essere posto tra altri due testimoni discordi, mentre invece sono concordi le testimonianze rese da Mosé ed Elia sul monte Tabor. Allora la sua Divintà rifulse per un attimo soltanto e poi celarsi fino alla resurrezione, quando la teofania segreta della Trasfigurazione potrà essere svelata.
   Tutto ora passa attraverso l'ascolto di Gesù. Il cammino verso Gerusalemme è guidato da lui, dalla sua Parola. Gesù è la Parola fatta carne che si dona come parola da ascoltare e fare, come carne da mangiare e condividere, compiendo anche in noi il mistero della sua Trasfigurazione. In Gesù la trasfigurazione avviene solo sul piano dei fenomeni visibili, ma non c'è vero mutamento, poiché egli è "l'agnello immolato fin dalla fondazione del mondo" (Ap 13,8). Viceversa in noi creature peccatrici, la trasfigurazione avviene su tutti i piani dell'essere e del vivere: è conversione iniziale e continua, cammino di penitenza, ritorno alla casa del Padre, trasformazione dell'uomo vecchio in uomo nuovo, restauro dell'immagine di Dio deturpata dal peccato e realizzazione della sua somiglianza. Tutto ciò avviene per opera sinergica della Grazia di Dio, lo Spirito Santo presente nella nube luminosa, e della libertà umana che sola può aprire la porta del cuore per accogliere questa sovrabbondante effusione d'amore. Gesù oggi si trasfigura mostrando per un attimo la sua identità di Figlio di Dio, ma poi, per amore nostro, si lascerà sfigurare dal Peccato e dalla Morte, affinché anche noi peccatori possiamo, se vogliamo, diventare ciò che siamo in potenza: figli di Dio.
   Per mostrare al meglio questa interiore dinamica della Trasfigurazionne sarebbe utile scegliere la seconda lettura tra questi brani del nuovo Testamento che mettono in risalto il dono di grazia orientato alla trasfigurazione del credente e del mondo: Rom 8,18-25 oppure 1Gv 3,1-3. San Paolo scrive ai Romani: "L'ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio" e pure Giovanni: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! [...] ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso" (1Gv 3,1-3).

lunedì 14 marzo 2011

Quaresima 1. Come Davide

Prima domenica di quaresima, anno A
Gen 2,15-17; 3,1-13 * 1Cor 10,1-13


Botticelli, Le tentazioni di Cristo

   Gesù è tentato dal diavolo, proprio come noi. Ergo non siamo soli nemmeno quando siamo tentati, Gesù è con noi che siamo tentati, tentato.
   Gesù lotta con il diavolo per noi, per insegnarci come vincere le sue tentazioni. Gesù vince grazie a ciò che "sta scritto", ... non di solo pane (Dt 8,3), non metterai alla prova... (Dt 6,16), il Signore adorerai... (Dt 6,13)" e alla fine della lotta può dire a Satana: "Vattene!"

Durer, Adamo ed Eva (1504)

   Anche il diavolo, poverino, ha cercato di usare la sacra Scrittura per tentare Gesù, quando, dopo averlo portato sul pinnacolo più alto del tempio, gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù, sta scritto infatti: Ai suoi angeli... (Sal 91,11-12)".
   Molti anni prima di allora, secoli e millenni orsono, il diavolo aveva avuto la prima vittoria, quella originale,  grazie alla sua astuzia proverbiale, inventando le caramelle avvelenate. Ripeteva le parole di Dio, dolci e buone come le caramelle, ma le alterava, rendendole così amare e mortali come il veleno.
   Aveva incontrato la Donna, la prima che poi fu chiamata Eva, alla quale aveva chiesto se era vero che Dio aveva vietato di mangiare di tutti gli alberi del giardino. Il diavolo, poverino, ama il divieto assoluto di mangiare, poiché lui essendo puro spirito non ha mai bisogno di magiare, mentre noi che siamo, per nostra fortuna, anime incarnate viviamo nel bisogno di nutrirci. Donna Eva, presa alla sprovvista, cercò di ricordarsi il racconto che gli aveva fatto poc'anzi il suo Adamo e veloce a parlare come poi tutte le sue figli, corresse il grosso e palese errore commesso astutamente dal diavolo: "Dei frutti degli alberi noi possiamo mangiare" (Gen 3,2). Fin quì tutto bene e allora continuò sicura: "ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto..." e si fermò un attimo dubbiosa, oddio, non ricordo quale dei due alberi, ma oramai devo finire la frase troppo frettolosamente iniziata, imparerò mai a tacere e a non rivolgere la parola ai rettili, ma appunto, è solo un rettile, e concluse rapidamente, proprio come aveva iniziato: "... non dovete mangiarne e non lo dovete toccare" (Gen 3,3). Donna Eva così corresse rapidamente pure il Padre Eterno, aggiungendo al divieto unico: "Non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male" (Gen 2,17), anche il divieto di toccare, così trendy, così spirituale non sporcarsi le mani toccando la squallida e un po' volgare creazione materiale!
   Lo spiritualismo del diavolo ascetico digiunatore, ha già fatto un'adepta ma con una aggravante. Agli occhi di Eva, Dio è la fonte dei divieti, anche del secondo che in verità è solo farina del suo sacco. Donna Eva ha così costruito il primo idolo. Così ebbe inizio la tradizione degli uomini, tanto esecrata da Gesù (cfr. Mt 15,1s) perché è una spietata concorrente del comandamento di Dio che è uno solo: "Io sono il Signore tuo Dio" (Dt 6,13), tu sei la mia creatura.
   Adamo, come spesso nella storia, fa la figura del bambo. A differenza della loquacissima compagna, non dice nulla e tace, eppure proprio lui è l'unico testimone diretto del comandamento di Dio. Quello sarebbe il momento per ricordare le parole che Dio ha dette proprio a lui, rammentare la Parola e dirla ai due esseri che stanno adulterando Dio riducendolo ad un idolo muto, al quale Adamo tacendo assomiglia sempre più. Tace e mangia ciò che lui sa esser vietato da Dio. La donna che avrebbe dovuto tacere parlò, mentre l'adamo che doveva parlare tacque! Il silenzio e la quasi assenza di Adamo, significano la perdita della memoria di Dio: Adamo tace perché non fa memoria della Parola del Signore, l'unico alimento che sazia la fame dell'uomo.

Piazza di Spagna, re Davide

   Se Adamo dimentica la Parola di Dio ed Eva adultera il Comandamento, il salmo responsoriale odierno apre alla speranza con l'umile re Davide che nel Miserere raggiunge uno dei vertici della poesia religiosa mondiale. Quando il profeta Natan andò da lui, a nome e per conto del Signore lo riprese, gli ricordò la Parola di Dio e Davide davanti al Signore fa il giudizio di sé, riconosce il suo peccato e senza ritegno, senza paura lo confessa al Signore: "Pietà di me, o Dio, nel tuo amore" (Sal 51,3).
   La figura di Davide è la più importante. Sottoposti alla tentazioni, possiamo cadere, come in realtà capita spesso, ma non sono le mille cadute che contano, quanto la risposta che diamo ai nostri e altrui fallimenti. Non rinchiudiamoci come Adamo ed Eva nello sterile gioco dello scarica barile, prendiamo su di noi le nostre colpe come Davide e chiediamo pietà a Colui che può perdonarci perché ha vinto Satana.
Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere  (1Cor 10,13)