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venerdì 25 dicembre 2015

GIUBILEI

L'otto dicembre 2015 sono ricorsi cinquant'anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II (11 ottobre1962 - 8 dicembre 1965). Un evento capitale nella storia contemporanea della Chiesa Cattolica, quale che sia il giudizio sul Concilio.
Cinquant'anni sono la misura esatta del Giubileo secondo la sacra Scrittura (Lv 25). Misura ampia a sufficienza per giustificare la necessità del Giubileo, quando gli schiavi tornavano liberi  e ciascun figlio d'Israele riceveva di nuovo il possesso della sua porzione di terra promessa ove praticare l'Insegnamento dell'Alleanza, ricevuto sul Sinai.
Trovo ammirevole e di buon auspicio che le date di apertura e chiusura del Concilio Vaticano II siano coincise con due solennità mariane. Trovo profondamente cattolico aver voluto inscrivere il Concilio, dedicato alla Chiesa, tra due feste mariane, collocando così la santa madre Chiesa, come e con Maria santissima, sul fondamento indistruttibile di Cristo, Lumen gentium, e ravvivarne lo zelo nell'annunciare il Vangelo di Dio agli uomini contemporanei.


Sacra Famiglia, Marko Rupnik sj

Il santo papa bergamasco che convocò il Vaticano II, san Giovanni XXIII, scelse di aprirlo nel giorno della divina Maternità di Maria, dogma riconosciuto nel 431 ad Efeso dal terzo Concilio ecumenico che dichiarando Maria "madre di Dio" e condannando la formula "madre di Cristo", difese ed affermò l'unità ipostatica del Figlio e Verbo di Dio incarnato nell'uomo Gesù Cristo.


san Giovanni XXIII apre il Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962

Il beato papa bresciano che condusse a termine il Concilio, il beato Paolo VI, scelse di chiuderlo nel giorno dell'Immacolata concezione, dogma proclamato da san Pio IX nel 1854 che sancisce essere verità necessaria alla salvezza credere che Maria é stata preservata dal peccato originale fin dal suo concepimento, non per suo merito ma esclusivamente in previsione dei meriti di Cristo suo figlio.


beato Paolo VI chiude il Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965
Come scrive papa Francesco nella bolla d'indizione: "Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti. L’Anno Santo si aprirà l’8 dicembre 2015, solennità dell’Immacolata Concezione. Questa festa liturgica indica il modo dell’agire di Dio fin dai primordi della nostra storia. [...] Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II." (Misericordiae Vultus).
Questo é il modo cattolico di celebrare un anniversario: annunciare agli uomini tutti il dono di Grazia del Vangelo e fare appello alla libertá degli uomini perché si convertano.

Papa Francesco apre la Porta Santa Vaticana, 8 dicembre 2015

L'otto dicembre 2015 ha compiuto cinquant'anni anche la Comunità di Bose la cui vicenda ebbe inizio il giorno di chiusura del Concilio, quando il giovane neolaureato Enzo Bianchi si ritiró sulla Serra, avviando l'esperienza monastica ecumenica di Bose. Ma per questo anniversario niente festeggiamenti, come ha scritto Enzo Bianchi nella lettera agli amici (Qîqājôn n. 60), tradizionalmente firmata dai fratelli e dalle sorelle e non dal solo priore.
Una lettera che mi ha lasciato sconcertato, allibito e senza parole. Per rispetto verso il suo autore, mi astengo dal commentarla pubblicamente,  ma chiedo per lui fervide preghiere in questo Giubileo della misericordia.


Enzo Bianchi priore di Bose




domenica 28 settembre 2014

Paolo VI beato



Sono un cattolico bresciano, nato quattro mesi prima della conclusione del Concilio Vaticano II, e mi vanto di aver ricevuto al fonte battesimale il nome dell’apostolo delle genti e ciò in onore di papa Montini che due anni prima aveva scelto il nome di Paolo per esprimere: “l'ansia missionaria per la diffusione universale, chiara, suadente dell'Evangelo” come il neoeletto disse nel suo primo messaggio rivolto all’intera famiglia umana (22 giugno 1963). Così dal 19 ottobre 2014 avrò un altro patrono in cielo, accanto a san Paolo apostolo, il beato papa Paolo VI.
La beatificazione di Paolo VI cade in occasione del Sinodo dei Vescovi che si terrà sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione. Tre elementi che hanno radici nell’opera di papa Montini: il Sinodo dei Vescovi, la famiglia e l’evangelizzazione. Il Sinodo dei Vescovi fu istituito da Paolo VI “per dare ai vescovi la possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più efficace alla Nostra sollecitudine per la Chiesa universale” (Apostolica sollicitudo) e lo volle come: “consiglio permanente di Vescovi per la Chiesa universale, soggetto direttamente ed immediatamente alla Nostra potestà”. La famiglia è elemento centrale dell’HumanaeVitae, enciclica dedicata al “dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore” (HV 1). Tale Enciclica divenne la più contestata della storia ecclesiastica sulla quale si coagularono così tante critiche da indurre il prolifico autore nonché papa Montini a cessare di scriverne, mentre nei primi cinque anni di pontificato aveva scritto ben sei Encicliche. L’evangelizzazione fu uno degli assi portanti del suo pontificato, oltre al nome scelto come Sommo Pontefice, egli come novello apostolo delle genti ricominciò i viaggi apostolici per portare ad ogni uomo e a tutto l’uomo il Vangelo di Gesù Cristo.

Papa Paolo VI 21.VI.1963-6.VIII.1978

Ma se si vuole onorare in spirito e verità la memoria di questo grande papa del XX secolo, la Santa Madre Chiesa deve  intraprendere un serio esame di coscienza, per giudicare davanti a Dio il comportamento tenuto dalla Chiesa e dai suoi membri nei confronti di papa Paolo VI per fare ammenda pubblicamente e sinceramente del male arrecatogli e così arrecato alla causa del Vangelo. Solo così onoreremo sinceramente il papa bresciano e renderemo giustizia al suo pontificato. Non ha senso metterlo sugli altari per continuare nell’opera infausta di tradimento dei suoi insegnamenti. Bisogna fare un’operazione di verità sul suo pontificato che si svolse in anni cruciali per la Chiesa e per l’umanità, gli anni '60 e '70 del secolo scorso. Anni in cui continuò lo scontro tra i due blocchi. Nel blocco orientale i regimi comunisti perseguitarono violentemente e frontalmente la Chiesa, cercando di estirpare Dio dal cuore dell’uomo e della società, e formare l’uomo nuovo. Nel blocco occidentale l’opera di scristianizzazione si svolgeva e prosegue fino ad oggi in modo non violento e subdolo, riducendo gli spazi a disposizione della dimensione religiosa umana e del fatto cristiano alle sole parrocchie, poi alla sagrestia, infine alla coscienza individuale, cercando di rendere la questione di Dio irrilevante perché insignificante, al più un mero reperto del passato. Mentre il comunismo stava ancora dilatando i suoi spazi nelle periferie del mondo, il colonialismo ottocentesco stava smobilitando con il lungo processo della decolonizzazione e della formazione di nuovi Stati nel terzo e quarto mondo. Nel primo mondo, dal 1968 in poi, una nuova crisi sociale, politica e culturale travolse società uscite da poco dalla ricostruzione post bellica, in Italia la società si stavano inurbando in seguito al rapido processo di industrializzazione. Anni cruciali anche per la Chiesa, la cui vita venne segnata dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica che bene o male ne scaturì; dalla partecipazione ufficiale della Chiesa Cattolica al movimento ecumenico; dalla riformulazione della dottrina e della pastorale; dalla grave crisi delle vocazioni sacerdotali e degli antichi ordini religiosi e dalla crescita dei movimenti nella Chiesa; dalla conversione della Chiesa e del cristianesimo da fenomeno prevalentemente occidentale, a fenomeno mondiale; la fiammata della teologia della liberazione.
 
Basilica Vaticana 7 dicembre 1965, Paolo VI alla chiusura del Concilio Vaticano II
Paolo VI viene spesso chiamato papa del Concilio. Definizione ambigua che richiede d'essere precisata. Montini fu uno dei due papi del Concilio Vaticano II assieme a papa Roncalli che il Concilio lo convocò e ne guidò il primo periodo (1962-63). Paolo VI riconvocò il Concilio, lo guidò nei successivi tre periodi (1963-65) e approvò i sedici documenti conciliari; solo grazie alla sua vigilanza, lungimirante e cattolica, tutti i documenti del Concilio vennero approvati a stragrande maggioranza, quasi all’unanimità, evitando così il rischio gravissimo di una scisma. Fu sicuramente un papa del Concilio reale che si svolse nella Basilica Vaticana e che parlò per mezzo dei suoi testi, mentre non fu mai il papa del pseudo-concilio che si svolse sui media e che prese il sopravvento nell’opinione pubblica del mondo e nella giovanissima opinione pubblica della Chiesa. Anzi, Paolo VI fu subito la bestia nera dei fautori dello spirito del Concilio, spirito evanescente, disincarnato e molto utopico, come andava di gran moda negli anni '60 del secolo scorso. Papa Montini impose la Nota esplicativa previa alla Costituzione dogmatica sulla Chiesa, con cui collocò la collegialità episcopale dentro e sotto il primato petrino del vescovo di Roma, in continuità con la Tradizione cattolica ed in particolare con il Concilio Vaticano I. Perciò i fautori dello spirito del Concilio lo considerarono traditore del loro concilio e iniziarono a contrapporlo all’altro papa del Concilio, a san Giovanni XXIII, cosa che si ripeté ad ogni papa successivo, essendo sempre meglio il papa appena morto del papa regnante. Quindi da buon bresciano coi piedi per terra, seppur raffinato intellettuale, Paolo VI fu il papa del Concilio reale, un Concilio da interpretare e da attuare nel solco della Tradizione, come insegnato da Bendetto XVI.

Basilica Vaticana 29 settembre 1963, Paolo VI intronizza i Vangeli all'inizio della II Sessione Concilio Vaticano II


Paolo VI ha unito indelebilmente il suo nome alla riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II, avendo promulgato tutti i libri liturgici riformati secondo i decreti di quel Concilio. Come tutte le opere umane, anche quelle ispirate da Dio, pure la riforma liturgica nata dal Vaticano II è perfettibile e deve essere valutata sia riguardo alla coerenza coi decreti conciliari, sia riguardo ai frutti spirituali che ha portato. Un impegno, questo, enorme che sarà svolto negli anni a venire. Mi permetto solo alcune considerazioni che sono il mio modestissimo contributo a tale messa a punto.
Trovo errata la decisione di togliere dal Salterio liturgico i Salmi ed i versetti imprecatori, come stabilito dalla Costituzione Apostolica Laudis Canticum: “In questa nuova distribuzione dei salmi sono stati omessi alcuni salmi e versetti dall'espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna”(LC 4). Di fatto il Salterio liturgico attualmente in uso nella Chiesa Cattolica è filomarcionita, per suo tramite tale antica eresia si è nuovamente introdotta nella Chiesa. Sono state omesse dal Breviario quelle parole di Dio giudicate dure. Così facendo non si accetta di stare sotto il giudizio di Dio che parla, ma si osa giudicarne le parole, imitando non il divino Maestro, ma quei discepoli che dopo aver ascoltato il discorso sul pane di vita nella Sinagoga di Cafarnao dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” (Gv 6,60). Siffatta scelta arrogante e al contempo rinunciataria si ripercuote e si moltiplica in altri ambiti della vita della Chiesa, divenuta incapace di chiedere impegno serio e responsabile ai suoi membri. L’uomo cerca la sfida, desidera essere messo alla prova, vuole impegnarsi a superare i suoi limiti e se non trova ciò dalla Chiesa, lo cerca altrove.

Paolo VI orante
 La riforma del Rito della Messa si caratterizza per due novità principali, pur non riducendosi ad esse: l’abbandono del latino come unica lingua liturgica per adottare le lingue vernacolari; il cambio di direzione del sacerdote, dall’essere rivolto verso il Signore all’essere rivolto verso il popolo. In particolare questo cambio di orientamento è stato decisivo nel marcare il cambiamento tra l’una e l’altra forma del Rito. Mi pare che la soluzione adottata non sia affatto soddisfacente. Essa pecca, esattamente come la precedente, di parzialità e di staticità, rappresentando una sola metà della mediazione di Cristo. Nella forma straordinaria del Rito Romano il sacerdote rappresenta esclusivamente il popolo che prega rivolto a Dio, mentre nella forma ordinaria del medesimo e unico Rito rappresenta esclusivamente Dio che si rivolge al popolo. Viceversa il ruolo del sacerdote nella Liturgia Eucaristica è di agire nella persona di Cristo capo, rappresentando dal vivo l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini, la cui mediazione consta di due movimenti inseparabili e distinti: essere Dio per gli uomini ed essere uomo per Dio. La mediazione di Cristo si fonda sulla divina incarnazione del Verbo ed esprime la sua passione, morte, resurrezione e ascensione. Per rappresentare visibilmente tale mediazione di Cristo, il sacerdote dovrebbe rivolgersi ora verso il popolo, ora verso il Signore: rivolto al popolo quando rappresenta la rivelazione di Dio avvenuta in Cristo, rivolto al Signore Dio quando rappresenta l’umanità redenta da Cristo che prega il Padre. Quindi il sacerdote dovrebbe girare attorno all’altare e non stare fermo in una sola posizione, perché Cristo, al cui mistero sacerdotale appartiene, non è solo Dio né solo uomo, ma è Dio e Uomo.

Gerusalemme 5 gennaio 1964, PaoloVI e Atenagora
New York 4 ottobre 1965, Paolo VI parla all'ONU
Paolo VI è stato il papa del dialogo, dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo, come egli  scrisse mirabilmente nell’Ecclesiam suam, enciclica programmatica del suo pontificato. Dialogò ininterrottamente con tutti, esercitando le doti umane e spirituali affinate nei lunghi anni al servizio della Chiesa. Paolo VI ha elencato gli interlocutori del dialogo ai quali la Chiesa desidera rivolgersi, con la bella figura dei cerchi concentrici che si formano sull’acqua, partendo dall’esterno il primo cerchio sono gli uomini, poi i credenti in Dio, quindi i cristiani fratelli separati, infine i figli della Chiesa Cattolica. Purtroppo fu un dialogo presto interrotto! Paolo VI non cambiò idea, non smise di credere nel dialogo e di praticarlo nonostante molte porte gli furono chiuse in faccia. Rimase un convinto assertore del dialogo fin dentro la tragedia del terrorismo che insanguinò quel periodo della storia italiana, stagione culminata nel sequestro Moro, ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse. Restano indelebili ed inascoltate le parole con cui si rivolse prima agli uomini delle BR e poi, poco dopo, a Dio. Il dialogo da lui pensato per riconciliare la Chiesa con il mondo abortì perché l'interlocutore non era interessato a dialogare con la Chiesa. Accadde nuovamente quello che era già successo all’apostolo Paolo quando parlò all’agora ateniese: “Quando sentirono parlare di resurrezione dei morti alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un'altra volta»” (At 17, 32). Paolo VI venne e viene deriso dai figli della Chiesa Cattolica, cardinali, vescovi, preti, religiosi e laici che contestarono e rifiutarono l’Humanae Vitae senza per questo subire alcuna conseguenza, ma venendo osannati dalla stampa e dagli intellettuali: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26).
Il nodo tuttora irrisolto è appunto il dialogo interrotto perché rifiutato. Al rifiuto patito Paolo VI reagì da buon cattolico lombardo e perciò inevitabilmente borghese, facendo penitenza personale:  indossò il cilicio fino alla morte. Ma ciò non è una soluzione, al massimo è una soluzione temporanea o parte di una soluzione ancora da trovare. Cosa deve fare la Chiesa se il mondo contemporaneo la ignora, la deride, la elimina?

Roma 13 maggio 1978, Paolo VI alla messa in suffragio di Aldo Moro


sabato 1 febbraio 2014

Contro Maradiaga

Il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga SDB, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del C8 (la commissione di 8 Cardinali che consigliano papa Francesco sulla riforma della Curia Romana), ha rilasciato il 20 gennaio un'intervista esplosiva al quotidiano tedesco Kölner Stadt-Anzeiger, tradotta e pubblicata sul Il Foglio di giovedì 23 gennaio 2014.
Innanzitutto, perché proprio il Kölner Stadt-Anzeiger? Esso non è uno dei principali giornali tedeschi, ma semplicemente un quotidiano locale di Colonia. Forse questa scelta è stata dettata dal fatto che in seguito alle dimissioni per raggiunti limiti d'età del card. Meisner, arcivescovo di Colonia, il Capitolo cattedrale sta selezionando la terna dei candidati da inviare alla Santa Sede? Oppure per lisciare il pelo nel verso giusto alla economicamente potente Chiesa Cattolica tedesca da parte del presidente di Caritas Internationalis?


Condivido ben poco delle parole dette dal cardinal Maradiaga nell'intervista a KSA, tra le poche condivise, questa: "la chiesa non è semplicemente un'istituzione creata dall'uomo, ma è opera divina", infatti essa permane nei secoli nonostante gli uomini cui è stata affidata, quel clero del quale è membro eminente proprio il cardinale honduregno. L'entusiasta cardinale honduregno parla di una nuova era, ma intende soltanto mezzo secolo; ed io che credevo la durata delle ere fosse di milioni di anni o almeno di millenni. Inizio della nuova era è il Romano Pontefice regnante, simile a papa Giovanni XXIII: "quando spalancava le finestre della chiesa, per farvi entrare aria fresca". Spalancare le finestre è certamente necessario per arieggiare la casa. Dopo aver aperto le finestre è opportuno richiuderle, soprattutto a queste latitudini e nella stagione invernale, perché si fa presto a far buscare un raffreddore. Restando poi in ambito architettonico, credo che i pastori non debbano preoccuparsi della freschezza dell'aria dentro la chiesa, aprendo o chiudendo le sue finestre; la qualità dell'aria nella chiesa è affare di nostro Signore, mentre dovere di tutti i cristiani è ascoltarlo: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese". I pastori dovrebbero  preoccuparsi di portare il buon profumo di Cristo risorto nel mondo, fuori dalle sagrestie, dalle curie e dalle redazioni.

Ma guardiamo alle affermazioni che non condivido.
Il cardinale salesiano invoca: "Più cura pastorale che dottrina", rivelando un tratto autobiografico, infatti è diplomato in psicologia clinica e psicoterapia. Se fosse diplomato in scienze motorie, forse avrebbe detto più esercizi ginnici che spirituali. Ergo la soluzione è stendersi sul lettino dello psicanalista e farsi massaggiare l'anima dai soli esperti rimasti, dato che i preti hanno abdicato da anni alla cura d'anime, debbono fare ginnastica per: "seguire il mondo che cambia velocemente". Ognuno evidentemente sceglie chi seguire, forse anche i pastori dovrebbero chiedersi chi vogliono seguire, perché poi le pecore li seguono. A me sembra che la chiesa stia annegando per troppa cura pastorale e viceversa manchi l'annuncio franco della dottrina. Legge suprema della chiesa è la salus animarum, cioè la salvezza delle anime (CIC 1752). Cos’è la salvezza? Da che cosa dipende? Le lettere dell’apostolo Paolo sono istruttive, proprio in merito al rapporto tra dottrina e cura pastorale. Ad una prima parte dottrinale, nella quale l’apostolo annuncia il Vangelo della salvezza, la Verità salvifica della morte e resurrezione di Gesù, egli fa seguire una seconda parte parenetica che deriva e si regge interamente sulla prima parte dottrinale, dove tira delle conseguenze particolari e specifiche per la chiesa cui indirizza quella lettera. Quindi, la contrapposizione tra dottrina e pastorale è inconsistente, non solo umanamente ma anche apostolicamente e come scrisse l'apostolo delle genti: "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole." (2Tim 4,3-4).

Ma ascoltiamo ancora le parole ispirate del cardinale Maradiaga sul confratello vescovo Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (non della pastorale, ma proprio della dottrina). L'intervistatore tedesco domanda: "Il suo confratello e futuro cardinale Gerhard Ludwig Müller, nonché prefetto della congregazione della Fede, sembra tenere maggiormente in considerazione l’autorità della chiesa." Il riferimento implicito è all'articolo di mons. Muller sull'indissolubilità del matrimonio pubblicato dall'Osservatore Romano il 23 ottobre 2013, ma originariamente scritto in tedesco e pubblicato da Die Tagespost il 15 giugno 2013.
Maradiaga: (ride) Ho letto. E ho pensato: “Potresti avere ragione, ma anche torto”. Voglio dire, lo capisco. E’ un tedesco, e per giunta un professore, un professore di Teologia tedesco. La sua mentalità concepisce solo il giusto e lo sbagliato. Basta. Io però rispondo: “Fratello mio, il mondo non è così. Dovresti essere un po’ più flessibile nell’ascoltare i punti di vista altrui. Così non finisci per ritrovarti a dire solo altolà, qui è il muro e oltre non si va”. Ma penso che ci arriverà anche lui.
Anch'io ho letto questa risposta e ho pensato: "Ma dove ha imparato a sragionare in modo siffatto". Come può pensare che qualcuno possa avere ragione e torto sullo stesso argomento? Se il tedesco professore di teologia ha ragione il matrimonio è indissolubile, se invece ha torto il matrimonio è dissolubile, ma non può avere ragione e torto contemporaneamente. Non è la mentalità tedesca che "concepisce solo il giusto e lo sbagliato" è il buon senso, il buon uso della ragione a concepirlo. In logica si chiama principio di non contraddizione. Che senso ha invitare ad essere più flessibile nell'ascoltare? Flessibilità e durezza non sono attributi idonei all'ascolto. L'orecchio è aperto all'ascolto oppure è chiuso, sordo. Forse il cardinale intendeva per ascolto ciò che segue, cioè l'adesione personale a ciò che si è udito. Ma in questo caso si cade dalla padella alla brace, perchè in campo di fede l'adesione personale va alla propria coscienza, cosa che reputo abbiano fatto sia l'honduregno cardinale nell'intervista che il tedesco professore nell'articolo. Inoltre perché l'argomento del contendere, l'indissolubilità matrimoniale, non sembra da bar sport dove le diverse opinioni e i differenti punti di vista hanno diritto di esprimersi e volare con la fantasia. Per motivi di coscienza san Giovanni Battista e san Thomas More ci rimisero la testa. Se fossero stati più flessibili nell'ascoltare le opinioni altrui avrebbero forse conservato la testa. Cosa glielo impedì? Non fu il dovere di essere fedeli alla propria coscienza, anche a costo della vita? Ebbero ragione o torto, giacché l'ipotesi del Maradiaga, che avessero ragione e torto, non può esistere?

Senza dubbio tutte le parole devono essere interpretate. Anche quelle di Gesù, il quale raramente parlò in  modo oscuro, più spesso chiaramente, come per esempio sul matrimonio. Il Nazareno riporta il matrimonio al progetto originario di Dio contro tutte le interpretazioni casuistiche dei rabbini. Basta leggere nel discorso della montagna l’antitesi dedicata al matrimonio indissolubile: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio [Es 20,14; Dt 5,18]. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio" [Dt 24,1]. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” (Mt 5,27-32). Forse un elemento del contesto storico di queste parole di Gesù è la discussione tra rav Hillel e rav Shammai, due grandissimi rabbini vissuti nel periodo intertestamentario, sulle cause lecite di ripudio della moglie. Hillel è più flessibile rispetto a Shammai, un duro conservatore la cui mentalità è simile a quella del teologo tedesco, deriso dal cardinale honduregno. Salvo che Gesù è ancora più duro del già duro Shammai e del teologo tedesco la cui mentalità ristretta comprende solo il giusto e lo sbagliato, il vero e il falso. Dipende in che verso si legge, secondo Dio o contro? Questa alternativa secca è anche alla base di  una altra parola di Gesù sul matrimonio, nella quale rispondendo ad una tipica domanda rabbinica circa i motivi leciti per ripudiare la moglie, Gesù abroga il permesso mosaico del ripudio perché grazie a lui, Verbo incarnato di Dio, si può nuovamente risalire al progetto originario di Dio sulla coppia umana e soprattutto si può vincere la durezza del cuore, da Gesù identificata come la causa del permesso mosaico: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?". Egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto". Gli domandarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?". Rispose loro: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio".” (Mt 19,3-9). Certo tutto si può interpretare, ma ogni interpretazione deve partire e ritornare al testo che fa testo. Bisogna ricordare che proprio la caduta, il peccato originale, nasce dall’interpretazione fatta dal Tentatore delle parole di Dio e alla sua scuola interpretativa, dall’interpretazione fatta dalla donna delle stesse parole di Dio. Il demonio è Padre della menzogna perché inganna la donna mettendo sulla bocca del Creatore parole che Dio non ha detto; la donna ingannata, cerca di correggere il diavolo, ma scegliendolo come interlocutore, accetta le sue premesse interpretative, il suo adulterare le parole di Dio, adulterandole lei stessa. Ecco le vere parole dette da Dio all’uomo: “Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire".” (Gen 2,16-17). Il comando di Dio è che si possa mangiare di tutti gli alberi del giardino meno uno. Ecco invece le parole che il serpente pone sulla bocca di Dio e come le riferisce la donna: “Il serpente […] disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"". (Gen 3,1-3). Il serpente subdolo chiede se sia vero il falso, cioè se Dio abbia vietato di mangiare di ogni albero, uno spiritualismo che rivela molto del demonio, antitetico al realismo buono di Dio creatore di tutto. La donna scioccamente risponde, accettando la provocazione demoniaca e cade nella trappola del più astuto di lei, cerca di correggere la troppo palese falsificazione diabolica delle parole divine, ma non resiste alla demoniaca tentazione di perfezionarle, aggiungendo un di più che storpia, il divieto non solo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma anche di toccarlo, divieto che non ha origine divina ma umana.

Una malattia oftalmica inficia la visione della realtà sociale contemporanea e del magistero della chiesa. Non nego che ci siano numerosi fallimenti matrimoniali, ma da qui a dire che vi sono solo questi… Ci sono molti matrimoni che funzionano e penso che siano ancora la più parte. Come si può squalificarli facendo di tutta un’erba un fascio, dichiarando: “Quel genere di famiglia oggi non esiste quasi più”. Questa è una falsificazione della realtà uguale e contraria a quella che nega che ci siano problemi: questi ci sono da che mondo è mondo, ma non ci sono solo le difficoltà. Certo che si verificano incidenti automobilistici, ma nessuno si sogna di abolire le automobili, ne tantomeno di abrogare il codice della strada perché viene violato. Il cardinale parlando del "genere di famiglia che non esiste quasi più" si riferisce alla famiglia di cui ha scritto il beato Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Così facendo il cardinale Maradiaga confonde il Magistero del papa espresso nella Familiaris Consortio e nelle sue Catechesi sul matrimonio e sulla vocazione dell'amore sponsale, con l’attuale situazione sociale, per di più descritta con la lente pessimista dei fallimenti. Il Magistero indica una meta da raggiungere, per la quale vale la pena di combattere, a patto di volerlo. Sembra invece che una parte della chiesa abbia rinunciato alla sua vocazione alla santità, contravvenendo il magistero del Concilio Vaticano II che nella Lumen Gentium tratta dell'universale vocazione alla santità. Oppure, siccome sono passati già cinquant’anni dall'evento conciliare i suoi insegnamenti sono già superati?

Bisogna prendere sul serio il giudizio (in realtà un pregiudizio) espresso in queste parole del cardinale Maradiaga: “la sfida pastorale richiede risposte al passo coi tempi. Risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”. Sua Eminenza a cosa si riferisce? Forse negli ultimi cinquan’anni, dopo che il beato Giovanni XXIII spalancò le finestre della chiesa, vi sono state risposte della chiesa fondate sull’autoritarismo e sul moralismo? Ricordo un paio di episodi. Il trattamento riservato dal beato Giovanni XXIII a san Pio da Pietralcina non fu esempio di autoritarismo? Il trattamento riservato da ampie fette della chiesa a Paolo VI e al suo magistero papale in seguito alla sua ultima enciclica, l’Humanae Vitae, non è forse esempio di moralismo? Cos’è autoritaritario? La semplice esistenza di un’autorità? La dittatura dei desideri non è forse autoritaria? Anche la voce interiore della coscienza, quando imperiosa esige d’essere obbedita, lo è? La sciocca accusa di autoritarismo spesso ne cela uno peggiore e più subdolo che ottiene con la dolce persuasione la supina omologazione al pensiero dominante. Cos’è moralistico? La riduzione della ricca vita morale dell’uomo ai comandamenti? Dimentichiamo forse che i comandamenti sono il necessario corollario della libertà, senza i quali la libertà scade nel libertinismo delle élite e dei superuomini. Senza la prescrizione dei comandamenti morali che richiedono di fare o non fare qualcosa, la libertà non nasce e non si struttura, non cresce, ma rimane uno sterile e informe desiderio di felicità, senza però la capacità di esserlo. Senza questa giustizia la misericordia si riduce a giustificare il peccato, invece che a perdonare il peccatore. Questo è ciò che cercano gli adolescenti, ciò che esige il Potere mondano, è la vita della massa. Ma questo non è ciò che vuole Dio e nemmeno ciò che desidero per la mia vita e per quella dei miei cari.

Infine ecco la dichiarazione d’intenti del novello riformatore: “Ci sono molte cose che devono cambiare nella chiesa. […] Le strutture devono essere al servizio delle persone. E se il mondo cambia velocemente, le strutture ecclesiastiche, della curia, devono riuscire a stare al passo dei mutamenti”. Che squallida visione della chiesa, letteralmente ridotta ad una multinazionale, una pia ONG. I cambiamenti auspicati nella chiesa, ridotti a mero ricambio delle strutture. Ma la chiesa, insegna il Vaticano II e tutti i santi, non è le sue strutture, le curie e gli uffici pastorali che si sono moltiplicati a sproposito a tutti i livelli, dalla semplice parrocchia alla chiesa universale. Una burocrazia che si autoalimenta. La chiesa non è più il mistero dell’umanità nuova che ha origine nella santa Trinità, il popolo di Dio, il sacramento dell’unità tra Dio e l’umanità? Che fine han fatto tutte queste categorie teologiche ripescate dal Concilio del secolo scorso dal ricco patrimonio tradizionale della chiesa. Vogliamo veramente riformare la chiesa? Bisogna iniziare da sé, iniziando o rafforzando il proprio cammino di santità, giacché solo i santi hanno reso migliore e più credibile colei che è nostra madre. E di solito i santi non hanno preso a modello il mondo, lento o veloce che sia, ma il Vangelo. Aboliamo la maggior parte degli uffici pastorali, giacché non servono a molto, e liberiamo energie per essere cristiani e per evangelizzare. Guardate come nacque e come si conservò in vita la chiesa coreana: dei veri cristiani laici vissero la loro fede e per alcuni secoli la trasmisero, senza clero, senza pastorale, senza burocrazie ecclesiali.
Una riforma strutturale forse è possibile, ma non credo se ne parlerà. Riforma disciplinare pienamente fedele alla divina Rivelazione: permettere agli uomini sposati, i cosiddetti viri probati, di accedere al sacramento del ministero ordinato, non solo al grado del diaconato già possibile, ma per lo meno a quello del presbiterato. Le testimonianze scritturistiche a favore sono due. Innanzitutto la volontà di Gesù che scelse tra i suoi apostoli almeno un uomo sposato, Simone poi detto Pietro, altrimenti il Signore non avrebbe potuto guarire la suocera di Simon Pietro (cfr. Mc 1,30). Dove c’è una suocera, c’è una moglie. Dove c’è una moglie c’è un uomo sposato. Quindi la precisa indicazione dell’apostolo Paolo, il quale nella prima lettera a Timoteo elenca i criteri per scegliere tra i candidati all’episcopato: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi” (1Tim 3,2-4). Le due testimonianze bibliche sono confermate dalla prassi attuale della Chiesa Cattolica che in due casi limitati già ammette uomini sposati al sacerdozio ordinato. Si tratta delle Chiese cattoliche di rito greco e degli Ordinariati cattolici per le comunità anglicane. Già ci sono uomini sposati che sono sacerdoti cattolici ed esercitano lecitamente, si tratta soltanto di estendere questa facoltà anche alle chiese di rito latino. Non si tratta di permettere ai preti celibi di sposarsi, ma solo di concedere agli uomini sposati di diventare preti. Questo permetterebbe di valorizzare e l’istituto matrimoniale e il carisma divino del celibato, ora ridotto a legge umana ecclesiale.

domenica 24 luglio 2011

Anch'io insisto: la Chiesa ritorni a Dio

Il 21 giugno Sandro Magister ha pubblicato sul suo sito Chiesa.it l'ennesima puntata di un avvincente dibattito dedicato a vari aspetti dell'ermeneutica del Concilio Vaticano II: si tratta di un lungo articolo composto dall'intervento del prof. Enrico Morini "Continuità e rottura: i due volti del Concilio Vaticano II" e dai commenti di Francesco Arzillo, di padre Giovanni Cavalcoli e di Martin Rhonheimer. Il 15 luglio Enrico Morini risponde ai suoi tre critici con un articolo pubblicato sul blog di Sandro Magister Settimo Cielo.
La tesi del Morini è composta di due elementi distinti:
  1. continuità e rottura sono due chiavi ermeneutiche complementari, non alternative, entrambe necessarie
  2. lo scisma tra Roma e Costantinopoli è la rottura da sanare, recuperando quella "continuità con la tradizione del primo millennio" che è stata l'intenzione messa in opera da Giovanni XXIII e dalla maggioranza dei padri conciliari nel Concilio Vaticano II e che ha raggiunto il suo acme il 7 dicembre 1965 con la revoca delle scomuniche del 1054
Il primo è un principio generale che condivido integralmente, come ho scritto nel post del 10 luglio, il secondo elemento è la sua applicazione ad un episodio storico concreto qual è il Concilio Vaticano II, applicazione che non condivido. Anch'io sono perplesso e dubbioso, come Francesco Arzillo, di tale ipotesi ermeneutica del Vaticano II. Francamente mi pare indebito e sbagliato applicare una tesi preconfezionata all'interpretazione di un fatto storico; ciò determina una comprensione riduttivistica del fatto storico in esame, nello specifico del Vaticano II. Cosa è successo in Occidente, a cavallo tra primo e secondo millennio, che ha intorbidato pur non avendo interrotto il flusso vitale della Tradizione?

Quale esempio della necessità attuale di un ritorno alla "teoria e alla prassi ecclesiale del primo millennio" Morini cita la successione sulla cattedra di sant'Ambrogio di cui non condivide il metodo. Cosa non condivide del metodo con cui Benedetto XVI ha nominato il card. Scola: l'ampia consultazione dell'episcopato lombardo ed italiano e del laicato ambrosiano? la discussione in sede di Congregazione dei Vescovi? il potere di nomina che sta in capo al papa? la possibilità di spostare un vescovo da una sede episcopale all'altra?

Reputo che la Chiesa Cattolica debba ritornare, ma non ad una qualsiasi epoca del suo passato, bensì a Dio.
Ciò facendo, riscoprendo cioè la natura lunare della sua identità, di cui hanno scritto il card. de Lubac e Hugo Rahner ed è affermata nell'incipit della Costituzione dogmatica sulla Chiesa: "Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa" (LG 1). Il volto della Chiesa risplende, non della propria luce come Lucifero, ma della luce del Cristo, Sole di giustizia che nel volto amato della sua fidanzata, la Chiesa, si riflette illuminando tutti gli uomini. Perciò è urgente ed essenziale recuperare l'orientamento della preghiera, di ogni preghiera, dalla preghiera comunitaria alla personale, dalla preghiera liturgica alla devozionale.


Ancora due appunti alla risposta del Morini, laddove afferma che il palamitismo "è dottrina ufficiale della Chiesa ortodossa". Mi pare inesatto, poichè l'ottavo Concilio Costantinopolitano (1341, 1347, 1351) si è limitato a condannare come eretiche le tesi teologiche di Barlaam il calabro e Acindino e viceversa a confermare dogmaticamente la tesi teologica sviluppata da Gregorio Palamas in difesa degli esicasti. Tale conferma dell'ortodossia di tale teologia non equivale a farne dottrina ufficiale. 
Infine mi pare riduttivo, o quanto meno generico, descrivere l'apporto fondamentale del Palamas alla teologia cristiana nei termini proposti dal Morini: "è essenziale per la deificazione dell'uomo conoscere Dio", poiché egli difese il primato della mistica nella vita cristiana, ovvero che l'esperienza di Dio è possibile già ora, l'uomo può vedere la Luce deificante di Dio, come i tre discepoli sul Tabor, esperienza reale che coinvolge tutto l'uomo; a tale esperienza mistica Palamas diede giustificazione teologica distinguendo in Dio l'Essenza inconoscibile e le Energie conoscibili dalla mente e percepibile dal corpo.



domenica 10 luglio 2011

Continuità e rottura

Seguo con molto interesse il dibattito che si stà svolgendo sul sito chiesa e sul blog settimo cielo di Sandro Magister circa l'ermeneutica del Concilio Vaticano II. In particolare mi è piacito l'intervento del prof. Morini Continuità e rottura: i due volti del Concilio Vaticano II, al quale faccio le seguenti tre obiezioni ed una rapida considerazione sul tema continuità e rottura.

1. Anche la Tradizione, come la natura, non fa salti.
La continuità con il passato remoto del primo millennio non è possibile saltando il passato prossimo costituito dal secondo millennio. La continuità storica del presente con il passato implica l'integrità della storia passata, ovvero l'accoglienza serena di tutti i singoli istanti che nel loro complesso insieme costituiscono il passato, senza alcuna selezione che sarebbe rimozione alienante.
Per ritornare o recuperare il passato del primo millennio abbiamo necessità del secondo millennio senza il quale non abbiamo accesso nemmeno al primo millennio.

2. Se il primo millennio è l'epoca d'oro nella storia della Chiesa, mentre il secondo millennio l'epoca peggiore, abuso dello stesso schematismo, come può il meglio produrre il peggio? Può forse l'albero buono dare frutti cattivi? Le cause dello scisma tra Roma e Costantinopoli, sancito dalle scomuniche reciproce del 1054, grazie a Dio levate nel 1965, sono maturate tutte nel primo millennio

3. E' utile auspicare il ritorno della Chiesa ad un'epoca della sua storia e operare per un tale recupero? La Chiesa deve ritornare solo a Dio, non al proprio passato, quale che sia. Dio non è un mero ricordo del passato, buono da sigillare asettico in una teca museale. Dio è il Vivente, Colui che è, che era e che viene (Ap 1,4) e ritornare a Dio significa accogliere il suo avvento, prepararsi alla sua seconda venuta, volgersi alla sua escatologica parusia, tensione spirituale che è andata scemando nella Chiesa.

La tesi ermeneutica del prof. Morini è che il Cancilio Vaticano II sia stato intenzionalmente continuità e rottura.
L'et et è sicuramente un approccio cattolico, a differenza dell'aut aut. Questa regola ermeneutica dell'et et vale a fortiori per ciascun periodo della storia della Chiesa, dal Niceno I al Vaticano I.
Il Niceno I ha rotto con la tradizione precedente che formulava la fede cristologica utilizzando esclusivamente il linguaggio biblico, perché insufficiente per rispondere adeguatamente alle affermazioni e/o obiezioni eterodosse degli ariani, è con grande coraggio introdusse nella professione della vera fede un termine estraneo alla sacra Scrittura, il termine filosofico greco di "omoousios", in latino "consubstantialem", in italiano "della stessa sostanza". Tale rottura è stata funzionale e necessaria per garantire la continuità nella professione della fede in Cristo.
Ciò vale anche per la vita di Gesù?
A naso direi di sì, sia rispetto alle attese d'Israele suo popolo (dal tentativo fallito di farlo re al rifiuto di riconoscerlo come re), sia rispetto alla (in-)comprensione dei suoi discepoli (da Simon Pietro a Giuda, passando per Tommaso). La dinamica continuità/rottura appartiene alla forma stessa della fede plasmata dall'oggetto della fede, la morte e resurrezione di Gesù, appunto continuità e rottura.