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venerdì 4 marzo 2016

CONTRO LA NUOVA SCHIAVITU

Roma Circo Massimo, 30 gennaio 2016. Per la prima volta sono sceso a Roma per partecipare ad una manifestazione nazionale. Sono orgoglioso che la mia prima volta sia stato per il Family Day. Lunghi i viaggi di andata e ritorno, con troppe fermate. Commovente la partecipazione alla manifestazione contro il ddl Cirinnà, disegno di legge che sta introducendo nella legislazione italiana le "Unioni civili". Mi sono commoso non per l'imponente partecipazione popolare: non so quanti eravamo e sinceramente non mi interessa, l'enorme Circo Massimo era pieno. Mi sono commoso perchè abbiamo scritto la storia d'Italia, difendendo il diritto di ciascuno di avere un papà ed una mamma, difendendo il diritto di ogni uomo di sapere chi è, conoscendo la propria origine carnale. E ciò con il solo potere della coscienza che riconosce la verità e la proclama, avendo contro le multinazionali che vogliono omologare tutti gli esseri umani, riducendoci a consumatori e a merce di scambio, con i media intenti a plasmare la lingua del mondo nuovo, ove abita l'uomo fattosi dio.

Family Day 30 gennaio 2016 Circo Massimo Roma
Il motivo che mi ha spinto a scendere in piazza è quello di dire NO, un no tondo e chiaro. NO all'adulterazione del matrimonio prodotta dal cosiddetto matrimonio omosex, poichè l'unico matrimonio è quello tra un uomo ed una donna, ove l'uomo diventa sposo e la donna sposa. NO all'aulterazione della famiglia prodotta dalla cosiddetta famiglia omosex, perché l'unica realtà sociale feconda è quando si incontrano la mervigliosa differenza, anche sessuale, poiché solo grazie ai figli la moglie diventa madre ed il marito padre. NO all'adozione dei figli da parte delle coppie omosex, perché ciò legittimerebbe i frutti dell'utero in affitto. Non è sufficiente, infatti, proclamare che in Italia l'utero in affitto è già vietato e promettere che resterà tale, basta avere un bel po' di soldi, andare in quei pochi paesi in cui è consentita la produzione e la commercializzazione dei bambini, tornare in Italia con ciò che si è comprato (un bambino!) e poi chiedere che venga riconosciuto dalla società e dalla legge come proprio figlio. Dove è la differenza con la schiavitù?

Copertina di Charlie Hebdo dedicata alla Gravidanza Per Altri (GPA)
Alcune sparse riflessioni
Ogni NO può essere trasformato in un sì detto al contrario di ciò cui si dice no, ma così facendo ci si illude di avere un denominatore comune con tutti, quando invece non c'è che differenza. Ci si illude che non vi siano nemici, trastullandosi con la pia illusione di essere solo a favore e mai contro. Anche le cento piazzette che il 23 gennaio 2016 hanno manifestato a favore della Cirinnà, hanno detto sì alla famiglia. Un'idea di famiglia adulterata, dove ci sono due padri o due madri, dove ci sono due mariti o due mogli, alla quale bisogna opporre un NO, pacato e fermo. Perché è una idea di famiglia priva di legami con la cruda realtà dei fatti biologici: basta chiedere ad una contadina se i pulcini possono nascere da due galline, oppure, al rustico madriano se due stalloni possono generare un puledro. Questo è materialismo realista, riconoscibile col semplice buon senso. Bisogna dire un NO fermo e pacato all'idea adulterata di famiglia omosex, perché è mera espressione del desiderio, un desiderio delirante di onnipotenza.

Ho preso la decisione definitiva di partecipare al Family Day, dopo aver visto le manovre fatte da una parte della gerarchia ecclesiastica contro il Family Day, nel tentativo di affossarlo o silenziarlo. Interventi politicanti di alcuni vescovi che contraddicono sia l'insegnamento del Concilio Vaticano II, per il quale spetta ai laici cattolici la responsabilità di scegliere la politica che la loro coscienza rettamente formata reputa migliore, sia gli ordini di papa Francesco alla Chiesa italiana, comunicati al Convegno ecclesiale di Firenze: no a vescovi guide politiche, sì a vescovi pastori. Bene, speriamo che alle parole seguano i fatti. Nell'attesa mi domando se ciò valga per tutte le questioni politiche o solo per alcune? Nella prima ipotesi, ovvero su tutte le questioni politiche i vescovi, proprio per essere pastori e non guide, tacciono, non rischiano di rinchiudersi nelle sagrestie, finendo per ammuffire d'incenso più che puzzare di pecore, il profumo auspicato dal vescovo di Roma per tutti i pastori? Nella seconda ipotesi, ovvero se vale solo per alcune questioni politiche, chi decide quali siano i temi meritevoli di un intervento della gerarchia ecclesiastica e in base a quali criteri? L'ecologismo? La giustizia sociale? La bioetica? La domanda rivolta dallo scriba a Gesù: "Qual'è il primo di tutti i comandamenti?" (Mc 12,28) rivela che è necessario mettere ordine e riconoscere tra i diversi valori e principi presenti nell'agone politico, una gerarchia. Tra tutte le questioni politiche odierne, qual'è la prima? La formula dei "principi non negoziabili", che pare già passata di moda, indica una priorità sulla quale possono convergere credenti e non credenti, perché si fonda sulla comune ragione umana, facoltà capace di discernere il bene ed il male.


Il nome inventato dal legislatore "Unioni civili" è una formula degna del Ministero della Verità di orwelliana memoria; serve per indicare il cosiddetto matrimonio omosex, senza il coraggio di dirlo a chiare lettere, bensì con l'arroganza condita d'ipocrisia, facendolo in modo subdolo. Cosa vuol dire l'aggettivo "civile" che il legislatore attribuisce a queste unioni? Significa che solo le unioni omosex sono civili, mentre tutte le altre sono incivili? Ovvero, civile si riferisce al fatto che l'unione di due uomini o di due donne, sarà dichiarata dagli ufficiali dello stato civile e non da ministri religiosi? Avrà quindi una validità civilistica, indefinibile oltre il mero sentimento umano, rispetto al quale non si comprende la necessità che venga riconosciuto dalla società e dallo stato, dato che per le sole coppie omosex civilmente unite non è previsto il dovere della fedeltà, perché? Tale diritto all'infedeltà, da un lato contraddice il sentimento d'amore che si vuol riconosciuto e civilmente costituito in unione civile con diritti e doveri, dall'altro discrimina tutte le altre coppie per le quali continua a valere il dovere giusto e salutare della fedeltà. Oppure è l'escamotage per superare il vincolo matematico costituito dalla coppia e aprire cosi alla poligamia/poliandria, un limite che è già stato superato attraverso le sentenze di giudici in Belgio ed in Brasile.


Da decenni il matrimonio è sottoposto ad un bombardamento critico, quotidianamente descritto come luogo di violenza domestica, in cui si consuma l'ipocrisia borghese e su cui poggiano le fondamenta della società repressiva. Al suo posto viene celebrato l'amore libero da ogni vincolo sociale, frutto del desiderio infinito dell'anima umana, disincarnata da ogni legame che la renda stabile e le dia serenità. Il matrimonio è dannato come tomba dell'amore, mentre le coppie devono essere aperte, ovvero infedeli al proprio partner per essere fedeli solo ai propri impulsi; cosicchè ora ci si sposa sempre meno, sia in chiesa che in comune, e si preferisce convivere, liquidità della vita di relazione, ovvero liquidazione delle relazioni. Perché questo desiderio compulsivo di approvazione sociale per i legami omosex? Dov'è finita la lotta della controcultura omosessuale degli anni '70 contro l'omologazione e per affermarsi come alternativa? Cosa nasconde questo bisogno dell'animo umano di molti omosessuali di vedersi approvati dalla società? C'è forse un disagio, un conflitto interiore, una oscura intuizione che qualcosa non vada poi così bene?

Cosa c'è di sinistra nel promuovere pseudodiritti, egoistici e borghesi, di pochi individui ricchi? Come rientra nel cammino verso il progresso solidale della società, l'imbarbarimento del sistema riproduttivo umano, che riduce a mera merce di scambio le donne e i figli? Perché la sinistra ha abbandonato la difesa dei più deboli e si prostituisce al potere economico delle multinazionali? Aveva ragione Augusto Del Noce quando previde che il comunismo si sarebbe ridotto a radicalismo individualistico.

Seduta del 2 febbraio 2016 per l'abolizione universale della maternità surrogata
Infine una bella notizia. Il 2 febbraio 2016 presso l'Assemblea Nazionale di Parigi, si è svolto un incontro per promuovere una Convenzione internazionale che metta al bando la maternità surrogata, cioè la pratica sfruttatrice e schiavista dell'utero in affitto. L'incontro ha riunito responsabili politici, delle associazioni femminili e di difesa dei diritti dell'uomo provenienti da tutta l'Europa,  in vista di mostrare e di combattere l'ingiustizia di una pratica sociale che attenta ai diritti fondamentali dell'uomo. L'incontro è stato promosso e organizzato dal CADAC (Collettivo di Associazioni femministe, Sindacati e Partiti politici francesi), dal CLF (Coordinamento di Associazioni Lesbiche francesi) e dal CoRP (Collettivo per il Rispetto della Perrsona). Invito a leggere i documenti ed eventualmente a firmare la petizione all'indirizzo abolition-gpa.org. Una buona fetta della sinistra, del femminismo e del lesbismo francesi si sono mobilitate contro la pratica schiavista dell'utero in affitto. Non è la Polonia cattolica, o le piccole Slovenia e Croazia che coi referendum popolari hanno cancellato il cosiddetto matrimonio omosex, riconoscendo nelle loro Costituzioni che il matrimonio è tra un uomo ed una donna, é la Francia, laica e libera patria dei diritti dell'uomo. Speriamo che anche l'Italia s'alzi a contrastare questa deriva anti umana, in un movimento mondiale contro la mercificazione della gravidanza e dei figli, per il rispetto e la dignità di ogni persona umana: dei figli, delle madri e dei padri.

venerdì 21 febbraio 2014

tra don Abbondio e fra Cristoforo

Ho letto con crescente disappunto la lettera di don Federico Pichetto sull’Appello a papa Francesco di Ferrara et alii. L’ho letta su Il Sussidiario e l’ho riletta su Il Foglio. Ecco le mie franche critiche alla lettera di don Federico Pichetto.

Prima di entrare nel merito una critica al metodo.
Non si è mai visto scrivere una lettera per giustificare la propria non adesione a un appello. Viviamo, ancora per poco, in una terra dei liberi, dove nessuno è obbligato a sottoscrivere qualcosa che non condivide, dove ciascuno è obbligato a seguire il sommo magistero della coscienza, dove nessuno è obbligato a giustificarsi perché non vuol fare qualcosa, semplicemente non la fa. Ma liberamente non aderire ad un appello e sbandierare ai quattro venti gli errori che si crede di vedere nella scelta altrettanto libera di aderirvi, significa giudicare negativamente le ragioni degli aderenti e gli aderenti stessi, mentre l’apostolo Paolo prescrive ai Romani: “Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le opinioni” (Rom 14,1) e chiede a coloro che si considerano forti: “Chi sei tu, che giudichi un servo che non è tuo?” (Rom 14,4). La lettera di don Federico Pichetto è un’escusatio  non petita che rivela un senso di colpa nascosto, il “vorrei ma non vorrei” di Zerlina nel duetto Là ci darem la mano del Don Giovanni.
Anche don Federico avrebbe voluto sottoscrivere il nostro appello, ma non avendo il coraggio di farlo, ha trovato il coraggio di condannare chi un così piccolo coraggio l’ha avuto.


Ma entriamo nel merito.
La lettera di don Pichetto ha quella stessa natura reattiva che l'autore giudica negativa nell'appello e in generale. Ora, se don Pichetto reputa negativo reagire, perché lui stesso reagisce? Reagire è parte del vivere, solo i morti non reagiscono più a niente, mentre ai malati è necessario per guarire. Non si può non reagire, ma si deve scegliere come farlo. Gesù stesso nell’orto degli ulivi reagisce alla reazione di Simon Pietro rimproverandolo, nel Tempio Gesù reagì scacciando con violenza chi aveva trasformato la casa di preghiera in una spelonca di ladri, avrebbe dovuto tacere, limitandosi ad offrire se stesso? Per non dire della sue reazioni contro le città di Corazin, Betsaida e Cafarnao insensibili alla sua opera, contro gli ipocriti, contro coloro che scandalizzano i più piccoli.
Giotto, Cristo caccia i cambiavalute dal Tempio
Seconda contraddizione in cui cade don Federico riguarda la controffensiva. Secondo lui il primo errore dell’appello è “sostenere una controffensiva” e prosegue “Le controffensive le fanno i governi, le armate, le lobbies, non i cristiani”. A parte il fatto che la Santa Sede giudicata dal Comitato per i diritti del fanciullo delle Nazioni Unite rappresenta uno Stato firmatario di una Convenzione Internazionale, e solo in quanto tale è stata sputtanata, ed in quanto Stato con un Governo autorizzato ad una controffensiva. Ma torniamo a don Federico che prima afferma “i cristiani non fanno controffensive” contraddicendosi poco dopo dicendo “La più grande controffensiva di questa terra è l’Eucaristia”. Ma l’Eucaristia non la fanno proprio i cristiani ai quali sarebbe precluso fare controffensive?
Francesco Gonin, Don Radrigo e fra Cristoforo
La chiesa, al contrario di quel che ritiene don Pichetto, è un esercito ed è un partito.
È l’esercito dei cresimati agli ordini di Gesù nostro generale e i cristiani sono soldati di Cristo che indossano l’armatura di Dio: la cintura della verità, la corazza della giustizia, i calzari dell’evangelizzazione, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza, la spada dello Spirito, per resistere alle insidie del diavolo (Ef 6,11-17). Per l’apostolo Paolo la battaglia della chiesa “non è contro la carne e il sangue”, cioè contro uomini e donne, “ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Come ogni esercito non tutte le truppe sono obbedienti e coraggiose, talvolta ci sono soldati che disertano, più spesso sono gli ufficiali che abbandonano le truppe loro affidate, taluni pastori semplicemente fuggono perché pavidi, altri avidi si fanno lupi e mercenari. Non tutti sono come fra Cristoforo, ci sono anche tanti don Abbondio ed il coraggio, osserva Manzoni, "o uno ce l’ha o non se lo può dare".
La chiesa è un partito, è solo una parte, non è il tutto. Non è il mondo dal quale è scelta, non è il mondo al quale è inviata; non è il Regno di Dio del quale è testimone, non è il Regno dei Cieli al quale anela. La chiesa è una parte, non è il tutto, soprattutto dopo il secolo dei totalitarismi che continuano nell’ideologia gender. Ma la chiesa è un partito sui generis, un partito che non può costituzionalmente accettare alcun totalitarismo, ne quello imperiale antico e contemporaneo, ne quelli ideologici altrettanto idolatrici. Questo perché è cattolica non secondo il mondo e il principe di questo mondo, ma secondo Dio, quel Dio rivelato da Gesù Cristo che è la misura della chiesa e della sua cattolicità.
Francesco Gonin, Fra Cristoforo
Il pensiero totalitario è una tentazione che si infiltra nella chiesa, come quando don Pichetto scrive che “possiede una certezza”. Una volta la certezza posseduta era qualificata come la verità, oggi è aggiornata come stare dalla parte giusta. Ma il cristiano non possiede alcuna certezza, ma è posseduto da un solo Signore, è discepolo, è stato scelto da Cristo, non l’ha scelto. Chi può scegliere di seguire Gesù, il Messia crocifisso? Nessuno, né gli apostoli, né Maria sua madre, semplicemente perché siamo dei chiamati e solo così trovo la forza di prendere la mia croce e di seguire il Maestro, perché Gesù mi ha scelto, me lo chiede e chiedendomelo mi dà la forza.
Infine basta con l’apologia dell’autenticità e del silenzio.
L’unico silenzio che merita rispetto è quello dell’innocente, il cui silenzio per altro è eloquente se qualcuno lo ascolta. Ma il silenzio odierno è più spesso mutismo colpevole e vigliacco, è tacere quando si dovrebbe parlare, è girare il capo dall’altra parte per non vedere l’uomo ferito, per non udire le sue grida d’aiuto. Per questo siamo una società così rumorosa, per coprire coi nostri strepiti le voci, in primis la voce della nostra coscienza che come ci approva quando facciamo il bene così ci condanna quando facciamo il male, poi le voci degli ultimi, le voci dei migranti lontani che periscono nel canale di Sicilia, le voci dei migranti vicini che bussano alle nostre porte, le voci più flebili dei bambini non ancora nati.
Francesco Gonin, Don Abbondio

lunedì 10 febbraio 2014

La famigliafobia

Il dibattito su matrimonio & famiglia divampa.
Visto quel che succede in Francia e in Europa dire "dibattito" è un eufemismo, un uso falso delle parole per sminuire le incessanti proteste del popolo contro il potere, per arruolare dietro parole suadenti, quali diritti, libertà e progresso, l'inthellighenzia e l'opinione pubblica, evitando come la peste di riflettere sulla realtà delle cose: cos'è il matrimonio? Cos'è la famiglia? Chi è l'uomo?

In Francia, patria della libertà, gente inoffensiva è stata arrestata e condannata a mesi di carcere perché protestava indossando la felpa con il logo della famiglia naturale, formata da padre, madre e figli. In Francia la famiglia naturale è difesa da La Manif Pour Tous, ribellione popolare all'ideologia oscurantista delle lobby LGBT e dei loro sodali reazionari.

Il pericoloso Nicolas sul furgone della Gendarmeria


La repubblica francese vuole modificare la realtà naturale del matrimonio e della famiglia con la legge Taubira, proposta con pervicacia dal ministro della giustizia Christiane Taubira, una legge iniqua che introduce il cosiddetto matrimonio gay e la possibilità per le coppie omosessuali di adottare dei figli.
Christiane Taubira
 In prospettiva ciò prevede l'adeguamento del diritto di famiglia alle nuove forme di famiglia:
  1. famiglia monoparentale, quella formata da un solo genitore
  2. famiglia monosessuale, quella composta da due o più dello stesso sesso
  3. famiglia bisessuale, con risvolti da teatro dell'assurdo, quella formata da due di sesso diverso
introducento l'accesso alla procreazione assistita per tutte quelle coppie naturalmente infertili come sono fisiologicamente tutte le coppie omosessuali. Per cui utero in affitto per i signori gay, inseminazione artificiale per le signore lesbo e per entrambi possibilità di adottare i poveri orfanelli.

Dopo la contestatissima legge Taubira il governo socialista vuole la rieducazione di massa attraverso l'Abcd de l'egalité. Il piano di riprogrammazione dei francesi secondo l'ideologia gender è stato proposto da Vincent Peillon, ministro orwelliano dell'educazione nazionale,  e da Najat Vallaud-Belkacem ministro dei diritti delle donne nonché portavoce del governo socialista.
Vincent Peillon & Najat Vallaud-Belkacem

Invero uno strano caso quello del ministero dei diritti delle donne.
Ne parliamo con madame NVB.

Le donne godono di più diritti degli uomini?
Certo che no, sarebbe violato il sacro principio dell'egalité, su cui è fondata la Republique e il programma del nostro governo. Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini.
Quindi, le donne hanno dei diritti diversi dagli uomini e perciò les madames  sono diverse dagli uomini?
Ohibò impossibile! Abbiamo appena cacciato dalla porta l'idea pericolosa e orrenda della diversità tra i sessi ed eccola rientrare dalla finestra! La diversità è un'idea così démodé  perchè invoca di suo la complementarietà tra uomo e donna, mentre le donne non hanno bisogno degli uomini, noi siamo indipendenti; solo alcuni uomini, chiaramente di livello inferiore, han bisogno delle donne come del pane o dell'aria. Sono come dei cani, sempre infoiati dietro una gonna...


In Europa il Parlamento Europeo di Strasburgo ha recentemente approvato la Relazione Lunacek, proposta dall'eurodeputata dei verdi e attivista lesbica, risoluzione recante il distopico nome: "Tabella di marcia dell'UE contro l'omofobia e la discriminazione legata all'orientamento sessuale e all'identità di genere".
Ulrike Lunacek

Analizziamo questo nome.
Tabella di marcia, indica un piano articolato per raggiungere determinati obiettivi, non sempre espliciti.
Dell'UE, è il soggetto giuridico che adotta la risoluzione e per la quale ha valore politico, la risoluzione non parla dell'Africa, dell'Asia o del Mondo, ma solo della situazione dei paesi che compongono la UE.
Contro, indica il verso della marcia, essa non ha una meta verso cui andare, ma ha un'origine da cui vorrebbe allontanarsi e rispetto a cui si definisce contro; qui sta tutta la forza persuasiva della parola contro, convincente perché piena di novità apparente; ma sta anche tutta la sua tragica debolezza, perché senza il quid cui contrapporsi non ha identità propria, necessita dell'origine per poterla descrivere secondo stereotipi negativi e quindi contrapporsi; in questo senso contro significa parassitare l'essere. In verità la risoluzione ci vuole allontanare dalla famiglia, quella naturale, quella che nella realtà è formata da un uomo e una donna, gli unici capaci di dare la vita. Anche agli omosessuali.
L'omofobia e la discriminazione legata all'orientamento sessuale e all'identità di genere questo è il quid contro cui la risoluzione definisce la tabella di marcia contro: la paura-odio dell'omosessualità e la discriminazione legata all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Di solito le definizioni lunghe nascondono grandi incertezze, e più spesso grosse bugie. Nella UE, oggi, esiste un problema di omofobia? Se sì, dove? I mass media hanno imposto ormai da anni che "omosessuale è bello", tutti si vantano di avere amici/che gay/lesbiche, ergo chi ha paura degli omosessuali o li odia? Stesso discorso per la discriminazione legata all'orientamento sessuale, anzi, se non sei un poco gay non puoi entrare nel mondo della moda o dello show, ci sono ospedali soprannominati Hospedal Gay, nome che ne definisce l'orientamento sessuale prevalente. Dov'è la discriminazione? Infine la bugia, l'identità di genere. Essa esiste solo secondo l'ideologia gender, mentre nella realtà non esiste; non ci può essere discriminazione per qualcosa che non esiste nella realtà.

Anche se la risoluzione non è vincolanti per i paesi UE, essa è comunque un formidabile strumento politico e propagandistico di pressione per omosessualizzare le legislazioni nazionali, secondo i principi di Yogyacarta.
Più che un pacato dibattito, si tratta di uno scontro tra due visioni alternative ed incompatibili dell'essere umano, tra l'ideologia gender e l'umanità secondo natura, come la si conosce a partire dall'esperienza comune e dalla ragione filosofica e scientifica.
L'ideologia gender afferma che la sessualità umana è slegata dai genitali che determinano il sesso dei corpi animali, anche di quello umano, assolutamente indipendente dalla XXIII^ coppia di cromosomi umani: XX propria della femmina - XY propria del maschio. L'ideologia gender asserisce che non ci sono due generi soli, il maschile e il femminile, bensì almeno cinque: etero, lesbo, gay, bisex e trans. Afferma che ciascuno sceglie la sua identità sessuale in assoluta libertà e tale scelta può cambiare nel tempo.
L'ideologia gender è dualistica e spiritualistica, forse una riproposizione aggiornata al contemporaneo delle dottrine gnostiche. Dualistica poiché separa e contrappone il corpo all'anima. Spiritualista perché svilisce il corpo costringendolo a non incidere sulla sessualità decisa in toto dalla libertà individuale.
Essa discrimina gli eterosessuali nei quali cataloga contro l'esperienza comune e la ragione sia gli uomini che le donne eterosessuali, uomini e donne tra loro diversi, complementari e fecondi. La Natura non solo fa nascere soltanto uomini e donne, ma caratterizza le speci animali e anche molte speci vegetali in due soli generi maschile e femminile. Non è la scienza che opera questa distinzione, essa si limita a riconoscere la realtà così come è plasmata dalla tanto idolatrata Madre Natura.

mercoledì 5 febbraio 2014

Tris d'assi per la Famiglia

Papa Francesco ha convocato il Sinodo dei Vescovi sul matrimonio e famiglia.
Il Sinodo si svolgerà in due tempi, in modalità straordinaria nell'autunno 2014 e in modalità ordinaria nel 2015. In vista di ciò, la segreteria del Sinodo ha finalmente prodotto un  documento preparatorio breve ed agile che ha sicuramente raggiunto uno degli obbiettivi del papa: far discutere. Sono intervenuti in ordine cronologico:
mons. Muller prefetto della Suprema e futuro cardinale, detto il Tedesco
il card. Maradiaga, detto l'Honduregno
mons. Zollitsch arcivescovo di Friburgo in B. e presidente uscente della conferenza episcopale tedesca
mons. Paglia presidente del pontificio Consiglio per la famiglia
mons. Mogavero vescovo di Mazara del Vallo
la conferenza episcopale del Triveneto, con la nota Il compito educativo è la questione chiave
Ogni elenco spiana in basso i diversi contributi, il primo e l'ultimo sono i migliori, mentre gli altri servono per guadagnare un titolo in prima pagina.

Il Foglio odierno dedica l'inserto al dibattito su matrimonio & famiglia in corso nella chiesa cattolica con tre interventi, tutti e tre succosi.

Basta con Paolo VI, afferma la potente conferenza episcopale tedesca. Tale richiesta significa il superamento o per meglio dire l'abrogazione della dottrina insegnata dall'Humanae Vitae. Su di essa si è consumato un vero e proprio scisma, operato da cardinali, vescovi e teologi del primo mondo, talmente rumoroso che papa Montini non scrisse più un'enciclica. Sette encicliche scrisse nei primi cinque anni di pontificato (1963-68), mentre nei successivi dieci anni (1968-78) zero. Ciò è da imputarsi alla opposizione decisa, pubblica e pervicace contro il magistero papale da parte non tanto del mondo con il quale il papa del Concilio avrebbe voluto dialogare, ma da parte della sua stessa chiesa, e più precisamente da una parte della chiesa, quella appartenente al suo stesso mondo, il primo, mentre le povere chiese del secondo e terzo mondo furono storicamente le sole a comprendere e accogliere l'insegnamento progressista dell'Humanae Vitae.

Paolo VI firma l'Humanae Vitae

Contro la chiesa opinionista è l'intervista a Stanislaw Grygiel, il filosofo polacco studente e collaboratore del card. Wojtyla prima e poi del papa, docente presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. Finalmente qualcosa che merita il bel nome di cristiano, non mere opinioni da bar dell'oratorio. Chi indossa la porpora non sempre pensa e parla come la porpora vorrebbe, per fortuna o per grazia chi non la indossa, pensa e parla come se portasse la porpora, testimone del sangue effuso da nostro Signore e non suo traditore.

Stanislaw Grygiel
Infine l'editoriale dell'elefantino: Le gerarchie cattoliche novatrici sono spiazzate dai movimenti pro-realtà e vita. Ecco uno strano paradosso. La chiesa che insegue il mondo per dialogare a qualsiasi costo con esso, non fa che ripetere fuori tempo ed in perenne ritardo gli slogans del mondo, sempre più avanti nel trasformare i potenti desideri in desideri dei potenti: divorzio, aborto, eutanasia, gender, tutto ciò che il mondo pretende la chiesa matrigna vorrebbe santificare. Viceversa la chiesa che non insegue il mondo è spesso cercata da quel mondo perplesso e contrariato per la propria deriva antiumana e irrazionale. Qui vi sarebbero territori ampi per edificare il dialogo utile all'umanità e alla chiesa, in difesa dell'umanità tutta, dal concepito al moribondo, dal primo al quarto mondo, un vasto spazio laico posto di fronte al recinto sacro della chiesa e da esso illuminato, ma pur sempre uno spazio "profano", cioè davanti all'epifania cristiana, non dietro né di lato.

Benedetto XVI

Nell'insieme sono un bel tris d'assi in vista del Sinodo.
L'asso di fiori papa Paolo VI, il papa bresciano dell'Humanae Vitae.
L'asso di cuori papa Giovanni Paolo II, il papa che ha contribuito maggiormente a riflettere sull'amore sponsale e a difendere la dignità della vita umana.
L'asso di picche papa Benedetto XVI, il papa emerito che ha promosso il dialogo della chiesa con il mondo sulla base della ragione umana comune, capace di conoscere la verità della vita e dell'amore.

sabato 12 ottobre 2013

il ritorno del padre

Su Il Foglio di giovedì 10 ottobre ho letto uno dei migliori e più divertenti articoli dedicati al santo padre Francesco. Lo firma Ritanna Armeni, sempre interessante. Al testo dell'articolo, dove ho sottolineato i passaggi che mi hanno colpito, seguono le mie riflessioni.

Non stupitevi se la sinistra orfana del padre si accoccola su Francesco


“Noi post comunisti, cristiani anonimi, grati a un Papa che restituisce dignità al Terzo mondo e alla lotta per il lavoro”


Dovete capirci, noi di sinistra, se ci piace Papa Francesco. Non fate del sarcasmo, non diteci con ironica condiscendenza: “E che? Ora sei diventato cattolico” quando diamo segnali di soddisfazione per le parole del Pontefice. Dovete capirci, davvero. Ricordate quando Francesco è stato eletto? Era il 13 marzo di quest’anno, in Italia c’erano appena state le elezioni politiche e, mentre la sinistra dava una delle peggiori prove di incertezza e inettitudine, la chiesa, che aveva avuto lo choc delle dimissioni di Benedetto XVI, in quattro e quattr’otto ha eletto un Papa che veniva dalla “fine del mondo”. Sapete, malgrado tanti anni in cui anche noi siamo stati invischiati nel pantano delle decisioni lente e burocratiche della gestione del governo e dello stato, un po’ di sano gusto per l’efficienza ci è rimasto. E quella elezione rapida da parte di una istituzione che era in crisi ci è piaciuta. Sapete anche che abbiamo un passato terzomondista e quel capo della chiesa che veniva dalla “fine del mondo” rinverdiva molti vecchi sogni, ci faceva sperare in una nuova linfa vitale per la vecchia Europa cristiana.
Ma queste sono state le prime reazioni, positive, ma limitate e, se volete, superficiali. Poi c’è stato il seguito. Da tanto tempo noi di sinistra, non abbiamo un padre o una madre. Qualcuno che ci dica con chiarezza e, magari anche con qualche eccesso di semplificazione: questo è bene, questo è male, questo si fa, questo non si fa. Presto probabilmente capo della sinistra diventerà Matteo Renzi che – ammetterete – della figura paterna ha ben poco. Al massimo somiglia a quegli amici dei nostri fratelli minori, furbi e bricconcelli ai quali a nessuno di noi sarebbe venuto in testa di chiedere consiglio sulle grandi domande della vita. Di una certa autorevolezza sentiamo disperatamente bisogno. Di qualcuno che dica, per esempio, “vergogna” di fronte alle morti nel Mediterraneo. Per anni in molti – e non solo di sinistra – ricevevamo un pugno allo stomaco alla notizia di quei barconi affondati, di quelle morti innocenti, ma si doveva stare attenti a non dimostrarlo troppo altrimenti nel migliore dei casi si era accusati di “buonismo” (ritenuto evidentemente di caratura morale inferiore al “cattivismo”) e quindi di ignoranza delle cose del mondo, di incompetenza sui flussi, sulle leggi, sulle statistiche sulle compatibilità, sui pericoli per l’identità del paese ecc. ecc.
Ci dovete capire. Quando il Papa, dopo aver abbracciato un disoccupato e un cassintegrato, dice “Signore Gesù dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro” abbiamo un sussulto, quasi un momento di commozione. Davvero. La parola “lotta” l’avevamo dimenticata, avevamo dimenticato che potesse avere un suono elevato, nobile. In tanti l’hanno calpestata in questi anni, disprezzandola come primitiva o usandola male, strumentalizzandola ai loro fini. Francesco invoca Gesù perché sa che non si può avere un lavoro se qualcuno non ci insegna anche come lottare per averlo. Ogni insegnamento, ogni regola, ogni priorità sono andate evidentemente perdute. I sindacati, è chiaro, hanno bisogno anche loro di qualche ripetizione. Come tanti di noi anche il Papa pensa che si deve cominciare proprio tutto daccapo.



E allora, per favore, comprendeteci. Comprendete chi per anni a sinistra, quando andava bene, ha sentito parlare di disagio sociale, di crisi che ridimensiona i redditi e di soluzioni che alla fine buttavano sempre ad aumentare quel disagio sociale e a ridimensionare i redditi di chi aveva già poco. Poi abbiamo sentito un Pontefice che vuole mettere al primo posto gli ultimi. Fino ad allora nel dibattito pubblico erano apparsi lontani, lontanissimi, invisibili. Le reazioni, infatti sono state di meraviglia e stupore. Le sue parole sono suonate scandalose. Ma quello scandalo a noi è sembrato benefico. Qualcuno finalmente squarciava un velo.
E poi di questo Papa ci è piaciuto anche qualcosa di meno nobile, ma di molto utile. Una sorta di furbizia, qualcuno dice da parroco di campagna, che gli ha fatto intuire immediatamente l’odio crescente nei confronti del privilegio. Il Pontefice che porta la sua borsa da viaggio, il Papa che telefona agli amici, il successore di Pietro che paga il conto in albergo, il capo della chiesa che non abita negli appartamenti vaticani, ma nel convento di Santa Marta. Non siamo così ingenui da pensare a gesti che non siano ponderati e inviati come messaggi, ma ci siamo chiesti perché tanti politici, anche di sinistra, non hanno sentito il bisogno di mandare messaggi analoghi. Per furbizia, magari, se non per convinzione. Ma quella furbizia avrebbe indicato una sintonia e un rispetto, un senso dell’opportunità che ai nostri antichi padri e antiche madri non mancava.
Ma la dottrina, direte, la dottrina? Quando questo Papa parlerà di matrimonio gay, di aborto, divorzio, allora voi di sinistra che direte? Sarete ancora così entusiasti, così “papisti”? Probabilmente no. Probabilmente avremo molto da dire, da contestare, da criticare. Per il momento abbiamo provato una certa consolazione quando il Papa ha parlato degli omosessuali come “feriti sociali” e ha detto che la chiesa è la casa di tutti, anche e soprattutto, degli irregolari. E quando abbiamo constatato che dopo anni di affermazione di valori “non negoziabili” questo Pontefice ci ha detto: “L’opinione della chiesa su questi temi è nota e non c’è bisogno di parlarne sempre”. Per il momento ci basta. E anche qui dovete capire: non ne potevamo più di quella perdita di buon senso a cui sempre più spesso portano le discussioni di dottrina. Non è inevitabile che sia così, ma così finora è stato.
E allora per il momento attendiamo e pensiamo che non sarebbe male cominciare a discuterne prima di litigare con la chiesa. E chissà perché ci viene da pensare che, quando ne discuteremo con chi segue “la nota dottrina”, troveremo orecchie più attente, una testa più aperta, e gli steccati, anche quelli dei laici, potranno essere più fragili.

Sì, questo Papa ci piace. E chi alla chiesa ha sempre creduto dovrebbe essere contento della possibilità di una nuova fratellanza che si fonda su una fiducia reciproca. Di recente il mio amico Fausto Bertinotti, anche lui “papista” convinto, mi ha passato un numero del 2007 della rivista 30 giorni diretta da Giulio Andreotti. Contiene una stupenda intervista a Papa Francesco allora cardinale di Buenos Aires. Ne consiglio la lettura. Nell’intervista, nella quale con assoluta coerenza c’è già tutto Francesco, il Papa parla fra l’altro della necessità di “uscire dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è Dio”. “Questo vale anche per i laici?”, chiede l’intervistatrice Stefania Falasca. E il cardinale Bergoglio risponde: “La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… E’ proprio una complicità peccatrice”. E prosegue: “E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane in Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li trovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la chiesa, i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solo il battesimo e avevano vissuto la loro missione apostolica in virtù del loro battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua tenerezza”.
Adesso è chiaro perché ci dovete capire? Perché molti di noi di sinistra sono quelli che Karl Rahner definiva “cristiani anonimi”, siamo fuori dal perimetro della chiesa, però ne possiamo condividere idee e convinzioni. E questo – rassicuratevi – sempre per dirla con Rahner “non rende superfluo il cristianesimo esplicito, anzi lo reclama per la sua stessa essenza e per la sua specifica dinamica”. Allora tranquilli. Niente di male se il Papa piace a sinistra. Se piace ai laici, ai non credenti, agli atei e ai miscredenti. Abbiate un po’ di comprensione. Anche noi abbiamo bisogno di un padre che abbia fiducia in noi. Che poi sia santo, questo lo ammetto, è fatto che vi riguarda quasi esclusivamente.


5. "Orfana del padre" dichiara il titolo dell'articolo, riferendosi alla sinistra, forse per giustificare l'accoccolarsi su Francesco, atteggiamento tipico del bambino. Strana questa scelta linguistica da parte di chi si proclama erede dell'illuminismo, il quale pretendeva di far uscire l'umanità dallo stato di minorità. In effetti, in ogni uomo adulto si cela un bambino che rimane vivo e vegeto, con tutta la sua energia e tutte le sue ferite, con la sua selvaggia esuberanza e i suoi desideri onnivori. 

martedì 28 maggio 2013

Manifesto per un mondo un po' felice

Manifesto per un mondo un po’ felice

La femminista Elvira Banotti contro le ossessioni inquisitorie della Boccassini e il totalitarismo gay

Mi chiamo Elvira Banotti, autrice nel 1970 dello storico “Manifesto di Rivolta Femminile. Vorrei far riflettere le donne sull’accusa-paradosso ideata dalla pm Ilda Boccassini contro Silvio Berlusconi. Iniziativa fino a ora non inquadrata analiticamente nel “gigantesco affresco della prostituzione”.
Nel paese in cui circa 10 milioni di uomini nutrono la propria disfatta prostituendo platealmente milioni di giovani donne e bambine/i nel “turismo del disprezzo” (quindi sadismo e non sessualità!) e in quello ancor più terrificante della pedofobia (attente: non “pedofilia”), il clamoroso elefantiaco procedimento penale avviato dalla Boccassini per “induzione alla prostituzione” appare veramente comico!
Vi risulta per caso che siano in corso processi contro i milioni di “clienti-che-comprano-sesso”, uomini che indisturbati nelle nostre periferie e campagne compiono stupri, alimentando anche la tratta di persone? O che la magistratura sappia intervenire con un decreto-di protezione per arginare tutti i casi di aggressioni che preannunciano l’assassinio di tante donne? Dove credete che trovi la propria ispirazione il “donnicidio” – quel “diritto” punitivo di antica memoria che oggi terrorizza mogli e fidanzate – se non dalla prostituzione del Femminile teatralizzata persino dai Trans che scempiano l’identità di tutte le donne? Ricordate che Marrazzo affermò che “malgrado la presenza del pene il trans rappresenta la donna delle meraviglie”!
Ma Boccassini confeziona il teorema che dovrebbe “mandare al patibolo” chi attraversa – senza schermare i propri desideri di relazione – il campo ancora minato da quelle ipocrisie – ancora radicate nella nostra Costituzione – con cui è stata inabissata l’Eterosessualità, mentre contestualmente si celebra Nichi Vendola, un essere oscurantista impietrito da una pericolosa “repulsione” per la donna! E che dire della sodomia propagandata da trasmissioni come “La Mala Educaxxxion”, con la quale La7 inscrive la sodomia come pratica altamente erotica, suggerendola alle proprie spettatrici?
E’ il clima sbrindellato delle ideologie che consente a Gay e Lesbiche di investirci tutti con l’accusa di “omofobia” mentre sono attentissimi a oscurare le proprie pregiudizievoli cicatrici emotive con le quali aggiornano il sedimentato, morboso allontanamento tra uomini e donne: cioè l’erotismo e la preziosità dell’Accoppiamento. Sono depositaria di alcune loro narrazioni (autentiche). Raccontano sofferenze causate da un immaginario atrofizzato, evidenziano “scissioni” emotive derivate da rapporti alterati dalla misoginia, disastri che Gay e Lesbiche (più corretto definirli Ginofobi e Omofobe) riescono abilmente a oscurare. Traumi che per la loro intensità dovrebbero al contrario preoccuparci notevolmente! Più di quanto lo richiedano gli atteggiamenti deludenti di un uomo (forse) eccessivamente… espansivo.
Il procedimento sceneggiato dalla Boccassini in realtà non inquadra un reato ma tenta soltanto di dar corpo a una “colpa” fantasticata su intelaiature introspettive dell’accusato: l’induzione… Cioè una ipotesi tutta da dimostrare! Stiamo vivendo la materializzazione di una magistratura di stampo INQUISITORIO tesa appunto ad atrofizzare con ostilità persino le difese di avvocati e testimoni… Quel processo per “induzione” si svolge in un contesto “omofobico” più che giudiziale, tanto che vengono ridisegnate soprattutto le donne, offese con interrogatori che le hanno esposte al facile ludibrio di un giornalismo essenzialmente brutale, patologico che ci trascina tutti verso il pregiudizio. Al contrario, la Boccassini e il tribunale di Milano dovrebbero prima di ogni altra cosa schermare Ruby, proteggerla da divulgazioni diffamatorie proprio in quanto viene da loro definita “minore”. Soprattutto dovrebbe tener in debito conto l’impari confronto vissuto tra una adolescente ed un pubblico ministero!
Se la Boccassini ascoltasse le “confidenze” e i racconti che ciascuno offre della propria vita sessuale l’Italia sarebbe sommersa da rinvii a giudizio! E che dire poi dei club degli scambisti che sfuggono ai controlli arbitrari della pm?
Boccassini, a me piace evidenziare quanto finalmente noi tutti (o quasi) desideriamo lanciarci negli incontri alla ricerca di scoperte amorose, di emozioni sessuali e non sessiste! E nelle cosiddette “serate” speriamo sempre di divertirci ma soprattutto di sedurre. La nostra esistenza è infatti principalmente sostenuta dalla sessualità e dal piacere. Esperienza che noi donne stiamo tentando di ricomporre mentre contemporaneamente tentiamo di dipanare la matassa che da secoli altera la giustizia, i codici storici, le professioni, le mentalità e la politica; matassa nella quale troppe donne rimangono imbrigliate.
Tanto che quel desiderio ostinato di sopraffazione della pm rappresenta un cardine arcaico del desiderio di dominio su altri che satura ancora il sapere. Eredità concettuale che ancor oggi con la sua tremenda configurazione nei poteri giudiziari (di cui quel processo è una prova) devasta la società. La Boccassini persegue quel drammatico disegno tanto che intende scolpire un codice interpretativo delle nostre attitudini permeandolo sulla psichiatria più che sul reato. Mentalità di “replicante” il cui metodo è già profondamente stivato nel serbatoio del cosiddetto “diritto penale”, un rovesciamento dei significati teso lungo i secoli a riprogrammare donne senza desiderio, profilando per loro una “moralità depressiva”. Traccia sostanziosa del disagio psicologico degli uomini ideatori dei sistemi di comando che animano visibilmente la Boccassini impegnata a intercettare parole e commenti capaci di dequalificare la ricerca di libertà nelle relazioni.
Se la pm avesse dedicato la sua attività ventennale per inquadrare il dinamismo mafioso – che si è radicato fino a raggiungere come sede prediletta la Lombardia e soprattutto Milano – forse il suo attivismo sarebbe stato utile. Ma di quel detonatore del delitto se ne sono occupati soltanto valorosi giornalisti che hanno evidenziato in più occasioni eventi e nominativi… Inascoltati! Il Csm dovrebbe mettere sotto la lente di ingrandimento l’attività dispendiosa ma pericolosa della procura della Repubblica di Milano (tesa fin dal 1992 esclusivamente a tiranneggiare presidenti del Consiglio vari, ignorando del tutto un fenomeno appariscente come la mafia). Dovremmo addebitare a pubblici ministeri e magistratura i miliardi buttati al macero. Dobbiamo introdurre la responsabilità civile della magistratura per non collocare la giustizia tra le forme attuali di mafiosità.
A completamento di questo quadro deprimente voglio ricordare che alcuni giorni fa abbiamo assistito a una plateale rappresentazione esibita con scenografie psicotiche che a distanza di millenni continuano a “proclamare” il Maschile come solo tramite del sacro, egemonizzato da quella “intronazione papale” che neanche Luigi XVI avrebbe saputo immaginare. Una rappresentazione di misoginia che ci ha “rintronato” consentendo ancor oggi a uomini che negano il proprio corpo e i desideri per poi qualificarsi comicamente come unici tramiti di un mistero: il divino… (ma per nostra fortuna il film su Papa Alessandro Borgia ci ha restituito una minima verità su fanatismi camuffati!). Quella ressa di uomini addensati in una “umile” ginofoba teatralità che ha inchiodato i media era nei fatti una mostruosa rimozione dei significati della Donna reale, delle verità e della nascente Estetica dell’Eterosessualità. Coronata dalla “benedizione” nel nome del padre del figlio e dello spirito santo che rappresenta infatti l’enigma malefico che fa entrare l’Umanità nella Storia del Mondo senza la madre e senza la donna! E’ evidente che le religioni – sia cristiane che islamiche – condensano ancor oggi una sistemica “induzione ideologica alla prostituzione” dei corpi e del piacere evidenziando un’etica che contiene “profili giudiziari di ordine penale” che purtroppo la Boccassini non sa interpretare. Solo Berlusconi fa problema!
Se tentassimo una modesta individuazione sugli effetti di tutte le teatralità che partono dal Vaticano fino al Quirinale e ne valutassimo effetti rischi e pericoli, le serate da Silvio Berlusconi ci apparirebbero ingenue, certamente non pregiudizievoli… e potrei continuare.
di Elvira Banotti

venerdì 8 marzo 2013

Principi non negoziabili

La questione antropologica è antica. Da sempre l’uomo vuole definirsi e cerca una risposta alle domande: Chi è l’uomo? Chi sono io? Sul frontone del tempio di Apollo a Delo stava scritto: Conosci te stesso. La domanda antropologica non è astratta e lontana, ma concreta e vicina, molto più che vicina perché coincide con l'uomo stesso che allo stesso tempo è colui che interroga, il testimone chiamato a rispondere e l'oggetto della domanda.
La domanda antropologica non è introspezione solipststica ma essendo l'uomo l'animale politico (Aristotele) coinvolge la legge che la società si dà. La questione antropologica è questione politica e ciò pone un domanda ulteriore circa la giustizia: La legge umana è sempre giusta? Qualora una legge umana sia ingiusta, le si deve obbedienza? Socrate venne condannato a morte perché un tribunale lo giudicò colpevole: avendo egli insegnato a fare domande, aveva disonorato gli Dei e traviato i giovani. Nell’Antigone Sofocle mise in scena la questione dell’obbedienza alle leggi: Antigone, condannata a morte per aver seppellito suo fratello traditore della patria, giustifica la propria violazione della legge umana appellandosi ad una legge superiore, la legge divina, eterna e non scritta, Legge che risuona nella coscienza di ciascun uomo.


La questione antropologica è nuova sotto la forma dell’emergenza. Un’emergenza dovuta al fatto che le conoscenze scientifiche e le capacità tecnologiche sono cresciute moltissimo, mentre le capacità morali non altrettanto, formando un uomo sproporzionato, con testa grande e grandi mani, ma con un cuore piccolo, piccolo, sgraziato come i Moai dell’isola di Pasqua. Le tecno-scienze hanno il potere di plasmare a proprio piacere la natura delle cose: dagli atomi al patrimonio genetico di piante e animali, uomo compreso. Il potere di strappare alla morte naturale gli esseri umani grazie a tecniche mediche sempre più avanzate, ormai non più orientate alla ricerca di curare le malattie, bensì proiettate alla guarigione definitiva dalla malattia chiamata  morte, alla ricerca dell’immortalità, quali novelli alchimisti alla ricerca della pietra filosofale. Pensavamo di conoscere per intuito l’inizio e la fine della vita umana, una conoscenza universale  e comune a tutti perché tutti fanno esperienza dei vivi e dei morti. Ora, invece, solo pochi iniziati ai misteri scientifici, grazie ad elaborati algoritmi e a tecniche sempre più raffinate, possono decidere quando e come e dove la vita deve iniziare o finire e quali caratteristiche deve avere.


Per rispondere alle domande sollevate dall’emergenza antropologica e per riaffermare il valore unico, universale ed assoluto di ogni essere umano, la Chiesa Cattolica ha recentemente introdotto nel dibattito culturale e politico la nozione di PRINCIPI non NEGOZIABILI. Precisamente questa idea è un insegnamento rivolto a tutti i cattolici, sia i semplici cittadini elettori che i politici da loro eletti; essa è anche una proposta razionale rivolta a tutti gli uomini, sia credenti che non; i principi non negoziabili sono valori che non possono mai diventare oggetto di compromesso politico, ovvero sono NON negoziabili.
I Principi non negoziabili sono tre:

     1. il diritto alla vita, dal suo inizio (concepimento) alla sua fine (morte naturale)
     2. il diritto alla libertà religiosa e di educazione
     3. il diritto alla differenza sessuale tra uomo e donna, i quali nel matrimonio trovano e pongono il fondamento della famiglia

Risulta abbastanza evidente che tali principi si fondano esclusivamente sulla ragione umana ed esprimono la legge naturale, due realtà accessibili a chiunque e valide per ognuno.
Questi tre principi non negoziabile sono tre sì alla vita, alla libertà e alla differenza sessuale; da essi discendono alcune conseguenze logiche e necessarie, come da ogni sì scaturiscono dei no:
    1. rifiuto dell’aborto procurato
    2. rifiuto dell’eutanasia
    3. rifiuto della manipolazione genetica
    4. rifiuto della religione di stato
    5. rifiuto della scuola solo di stato
    6. rifiuto della convivenza
    7. rifiuto del cosiddetto matrimonio omosessuale
    8. rifiuto dell’adozione alle coppie omosessuali

Il mondo contemporaneo imperniato sul primato dell’economia non dovrebbe faticare a comprendere l’esistenza di principi non negoziabili, valori non commerciabili perché senza prezzo e perciò fuori mercato. La società attuale fatica invece ad accettare dei principi NON NEGOZIABILI, ad accettare cioè che qualcosa non possa essere ridotto a merce e quindi sfugga al suo controllo. Non è un deficit di comprensione intellettiva, bensì un deficit di volontà morale.

domenica 30 dicembre 2012

Simone de Beauvoir, o del nascere asessuato

Recentemente Simone de Beauvoir ha conosciuto un inaspettato successo postumo.
Prima il Gran Rabbino di Francia, rav Gilles Bernheim, poi il Papa, sua santità Benedetto XVI, hanno citato una fra le sue affermazioni  più note: "On ne naît pas femme, on le devient", ovvero: "Donna non si nasce, lo si diventa". Queste parole affilate come rasoio recidono la radice che unisce le persone alla carne umana e le donne al corpo femminile, lasciando ciascuno in balia delle proprie fobie e cupidigie, venti di tempesta alternati alla bonaccia che dominano la nuda interiorità dell'anima.

Simone de Beauvoir (1908-86)

Ovviamente i due capi religiosi non si accodano a Simone-Lucie-Ernestine-Marie Bertrand de Beauvoir per approvare il suo slogan, uno slogan che qualunque contadina illetterata sa riconoscere come una sciocchezza. Una sciocchezza che purtroppo ha fatto molta strada e altrettanti danni, poche parole ripetute da molte bocche ossequiose divenute di gran moda, hanno plasmato l'opinione pubblica. Da slogan del femminismo più radicale è stato adottato dal movimento LGBT che ne ha fatto uno dei postulati delle sue lotte politiche.

Nel penultimo post ho scritto del cosiddetto matrimonio omosessuale, ove spero di aver spiegato razionalmente perché non ritengo possibile attribuire il nome di matrimonio alle coppie omosessuali e perché reputo che il nome di matrimonio sia di esclusiva pertinenza delle coppie formate da un uomo e da una donna (MUD = matrimonio uomo donna).

Nel frattempo sul Foglio si è svolto un breve dibattito a tre sul medesimo tema.
Sabato 15 dicembre dà inizio alle danze Giulio Meotti con un articolo-intervista al filosofo inglese Rogert Scruton: "E' tutta colpa di quei sibariti di Bloomsbury".

Risponde martedì18 Angelo Pezzana con il vaticinio: "Sulle nozze gay Scruton vincerà qualche battaglia, la guerra ormai no".
Il giorno seguente, mercoledì 19, interviene Giorgio Israel: "Caro Pezzana, ecco perché col matrimonio gay non si batte l'omofobia".

Infine, il 21 dicembre, Sandro Magister spara una doppia bordata alla ideologia gender (più che filosofia si tratta di una ideologia), con l'articolo: "Il papa e il rabbino contro la filosofia del "gender"" pubblicato sul suo sito Chiesa. La prima bordata è assestata dal saggio di Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia: "Ce que l'on oublie souvent de dire", ovvero "Ciò che si dimentica sovente di dire". Pubblicato il 17 ottobre scorso è il suo autorevole contributo al dibattito pubblico che si sta svolgendo in Francia, un acceso dibattito innescato dal progetto di legge del governo socialista che vorrebbe introdurre il matrimonio gay; la legislazione francese  già riconosce con i PACS molteplici diritti alle coppie di fatto, sia etero che omosessuali.

Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia

La seconda bordata è stata assestata da Benedetto XVI con il discorso tenuto in occasione degli auguri natalizi della Curia Romana. Uno dei temi principali del discorso papale è la critica della ideologia gender, il papa cita e loda il saggio scritto dal Gran Rabbino di Francia: "Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio [...]". Non è usuale che il capo della Chiesa Cattolica, ancorché erede del pescatore galileo Simon Pietro, in un suo intervento ufficiale non solo citi un Rabbino, ma pubblicamente lo lodi ed in qualche modo faccia proprio il suo pensiero.

Il saggio di Rav Bernheim si compone di due parti: nella prima analizza e vaglia criticamente gli argomenti dei favorevoli al riconoscimento legale del matrimonio omosessuale, nella seconda parte approfondisce le premesse sottese ai vari argomenti e riuscendo così a confrontare le due visioni del mondo. Egli identifica correttamente la vera posta in gioco: non "una tappa della lotta democratica contro l'ingiustizia e le discriminazioni", giudizio di uno che se ne intende di discriminazioni e quindi assolutamente affidabile e certo, bensì: "la negazione delle differenze sessuali" in nome di una ideologia antiumana.
Ma è nell'introduzione che Rav Bernheim da il meglio di sé. Egli rifiuta con mite decisione la scelta, fatta da alcuni responsabili religiosi, di autocensurarsi in nome dell'ideologia laicista di separazione tra lo Stato e le visioni del mondo dei cittadini sia religiose che non religiose, preferendo il principio anglosassone di laicità che accoglie nel dibattito pubblico tutte le voci, religiose e non, e afferma: "Ho sempre visto come un dovere l'impegno intellettuale nelle grandi scelte della storia e in primo luogo nelle grandi scelte del mio paese", poi aggiunge: "Il mio intervento è espressione riflessa della solidarietà che mi lega alla comunità nazionale di cui faccio parte".

Albert Durer, Adamo e Eva
In conclusione, in nome dell'umanesimo biblico e del senso comune, entrambi universali, affermiamo che la differenza sessuale inscritta nella coppia umana costituita dall'uomo e dalla donna è un dato con un fondamento naturale non una sovrastruttra culturale.