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venerdì 2 marzo 2018

Due osservazioni su papa Francesco

Molti, più preparati di me, sono già intervenuti rivolgendo appelli o critiche a sua santità, papa Francesco. Quì voglio focalizzare l'attenzione su due osservazioni che altrove non ho letto.

La prima osservazione è di metodo.
Papa Francesco nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, nel paragrafo  intitolato Il tempo è superiore allo spazio (EG 222-225), scrive:

"Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci." (EG 223).

La fisica newtoniana distingue come due realtà diverse il tempo e lo spazio, ma dal 1905, con la Teoria della relatività generale di Albert Einstein, il tempo non è più una realtà a sé, bensì è la quarta dimensione dello spazio. Nella visione della fisica contemporanea la superiorità del tempo sullo spazio, insegnata dal romano pontefice regnante è priva di senso. Ma non è questa la mia osservazione.
Papa Francesco afferma che: Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi, ed ancora: Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società.
Egli vuole privilegiare il tempo rispetto allo spazio. Tale visione plasma coerentemente le sue azioni, suscitando l'interesse divertito dei media, scaltramente venduto come la grande novità di questo papa, la nuova primavera della Chiesa.
Ma è compito del Romano Pontefice iniziare processi?
Spetta alla sacra Gerachia generare nuovi dinamismi?
Lungo la storia bimillenaria della Chiesa questo ruolo è sempre stato svolto dai movimenti carismatici, sia religiosi che laicali: il monachesimo nel IV secolo, Cluny e poi Citeaux nell'alto medioevo, gli ordini mendicanti e le confraternite nel basso medioevo, la riforma cattolica nel rinascimento, le congregazioni missionarie nel XIX secolo, i nuovi movimenti ed in particolare il pentecostalismo nel XX secolo. Questi processi non sono stati iniziati dalla gerarchia, ma da alcuni uomini e donne scelti e inviati dallo Spirito Santo, i carismatici.
La gerarchia si è sempre limitata prima a discernere se quella novità era da Dio, poi a valutare come integrarla dentro la compagine ecclesiale, a fare sì che il nuovo fosse orientato al bene di tutta la Chiesa e non al solo bene del singolo carismatico, o del suo gruppetto.
Per fare questo la gerarchia non può recitare due ruoli. Proprio per il bene maggiore che è quello comune. Scrive san Polo ai Corinzi:
"Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo" (1Cor 12,17-20).
Ecco forse manca la distinzione tra ciò che spetta alla gerarchia e ciò che spetta al resto del popolo di Dio: la gerarchia ha il carisma della sintesi, ma non la sintesi dei carismi. La gerarchia, papa compreso, deve lasciare che i processi, i nuovi dinamismi siano iniziati dal popolo santo di Dio ispirato dallo Spirito Santo. Il papa... si accontenti di fare il papa. E lo faccia, senza confusioni di ruoli.


E veniamo alla seconda osservazione.
Ritornando dalla GMG in Brasile, il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa in aereo, papa Francesco ha conquistato l'adorazione dei media e non solo, rispondendo alla domanda della giornalista Ilze Scamparini: "Come Sua Santità intende affrontare tutta la questione della lobby gay?". La risposta di sua santità è stata ridotta alla domanda retorica: "Chi sono io per giudicarla?". Non mi interessa il tema dell'omosessualità, bensì il tema del giudicare. Con questa battuta di cinque parole ha inchiodato la bara dove giace il buon senso e l'intelligenza umana.

Provo a rispondere alla domanda retorica formulata da sua Santità, con tre risposte simili che motivano il dovere di giudicare.
Lei deve giudicare perchè è un uomo, al quale Dio ha dato un'anima intelligente, cioè capace di giudicare il bene da fare ed il male da evitare.
Lei deve giudicare perché è un cristiano che ha ricevuto l'unzione battesimale grazie al quale può giudicare ciò che è secondo il vangelo di Gesù Cristo.
Lei deve giudicare perché è un ministro di Dio, consacrato con l'unzione sacerdotale, e coi suoi confratelli vescovi, a voi spetta il potere di legare e sciogliere.
Lei deve giudicare perché in virtù dell'elezione a vescovo di Roma e della sua libera accettazione, è il supremo pastore e maestro della fede, a lei spetta, dopo essersi convertito al Signore, di confermare i fratelli nella fede.


Terza ed ultima osservazione.
Tra le tante cose fatte o dette da papa Francesco e che sono state causa di amarezza, una prevale su tutte.
Da essa discendono tanti problemi, la situazione di crisi ed il clima da guerra civile nella Chiesa.
Si tratta della decisione con cui papa Francesco ha imposto, contro il regolamento del Sinodo dei Vescovi, di inserire nell'elenco finale delle propositiones del primo Sinodo sulla Famiglia, due proposte che erano state bocciate dal Sinodo: quella sulla comunione ai divorziati risposati e quella sull'omosessualità.
Quella decisione mancò di rispetto al Sinodo dei Vescovi e alla necessità di rispettare le leggi della Chiesa.

lunedì 20 marzo 2017

MISTERI DI SAN GIUSEPPE

San Giuseppe, "figlio di Davide" (Mt 1,20).
La Scrittura identifica così lo sposo di Maria, incaricato dall'angelo di essere padre legale di Gesù. Essendo discendente di Davide Giuseppe è l'erede della promessa messianica fatta alla casa di Davide, per mezzo del profeta Natan: "Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno" (2Sam 7,12).
Tutto qua, dirai?
Il mistero del Messia d'Israele, il mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio, dipende tutto dall'assenso umano di Maria e Giuseppe. Maria per quanto riguarda la dimensione carnale, il crudo fatto biologico del concepimento, l'annidamento nel suo utero del suo ovulo fecondato dallo Spirito Santo; Giuseppe per quanto riguarda la dimensione giuridica, il riconoscimento paterno che introduce il frutto del grembo materno, il figlio di Maria, nella storia della salvezza, costituendolo erede della promessa davidica, legittimando così la futura pretesa di essere il Messia promesso a Davide.

Questi potrebbero essere i Misteri gaudiosi di san Giuseppe.
Potrebbe essere opportuno meditarli il lunedì, per lasciare il Sabato, per tradizione giornata mariana, alla meditazione dei misteri gaudiosi di Maria santissima.

1. Annunciazione a san Giuseppe
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati".
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù. (Mt 1,20-21.24-25)
Georges de La Tour, Il sogno di san Giuseppe, 1640

2. Fuga in Egitto della santa Famiglia
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo".
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: "Dall'Egitto ho chiamato mio figlio". (Mt 2,13-15)
Adam Elsheimer, Fuga in Egitto, 1609

3. Giuseppe ritorna dall'Egitto
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: "Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino". Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. (Mt 2,19-21)

Tintoretto, Fuga in Egitto - dettaglio, 1582-7
4. Giuseppe si ritira a Nazaret
Avvertito poi in sogno, Giuseppe si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: "Sarà chiamato Nazareno". (Mt 2,22-23)

Murillo, Santa Famiglia, 1640
5. Vita della santa Famiglia a Nazaret
Gesù scese dunque con Maria e Giuseppe, venne a Nàzaret e stava loro sottomesso.  (Lc 2,51)
Georges de La Tour, Gesù e Giuseppe in falegnameria, 1645

sabato 4 ottobre 2014

Paolo VI, un papa nella tempesta

Ho partecipato con vivo interesse all'incontro di ieri sera su Paolo VI proposto dalla Fondazione san Benedetto e che ha visto riuniti il direttore del Giornale di Brescia, Giacomo Scanzi e il direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara.



Calzante è la proposta di Scanzi che individua nel tema della modernità la chiave di lettura del pontificato di Montini. Direi tema più ambivalente che ambiguo. A maggior ragione se declinato come " poetica del camminare accanto all'uomo moderno con amicizia". Chiedo però se questa scelta di fondo di Paolo VI, ovvero di essere compagno dell'uomo in nome dell'amicizia, sia sufficiente, allora come oggi.

Sempre più chiaro emerge, e nella vita sociale e nella cultura attuali, che l'uomo moderno odia l'umano, sia l'umano che è in lui sia quello che è nell'altro. Che fare quando quest'uomo moderno accompagnato con amicizia dalla Chiesa uccide l'umano in sé e nell'altro?
Forse bisogna ricominciare a ricostruire dalle fondamenta la civiltà umana, sempre che non sia troppo tardi. Opera immane. Ci sono macerie da eliminare, cose preziose da recuperare, ripari di fortuna da approntare per proteggere i più deboli e nel contempo difenderci da chi continua a seminare odio per l'uomo e bombarda l'umanità con idee e azioni antiumane. Il card. de Lubac sj nel lontano 1943 identificava nell'ateismo, in particolare in Feuerbach, Compte e Nietzsche, la radice intellettuale dell'antiumenesimo (Il dramma dell'umanesimo ateo). Non si può prescindere dal giudizio, checchè ne dica papa Francesco, per rispetto della comune dignità umana e proprio per poter allestire un ospedale da campo che curi l'uomo ferito e non semplicemente ne sedi dolore e disagio. Infatti ogni cura presuppone una diagnosi in vista di una prognosi, tutte operazioni intellettuali proprie dell'arte medica che sono esercizi del giudicare. Viceversa il medico pietoso fa il malato gangrenoso. Il medico sceglie la via larga e facile della pietà quando dice ciò che il malato vuol sentirsi dire e non in scienza e coscienza quello che è giusto perché vero.
Che fare quando la via intrapresa dall'uomo moderno ha come meta il male e la morte?
Come si declina la compagnia amichevole della Chiesa per l'uomo moderno quando esso si rivela malvagio, mortifero e mortale?
Compagnia silenziosa e simpatetica, perciò sciapa ed inutile, oppure compagnia che mette sull'avviso anche alzando la voce, ma egualmente inutile perché inascoltata?
Fin dove deve spingersi la scelta di accompagnare l'uomo moderno sulle sue vie (la modernità secondo Del Noce è qualificata da scristianizzazione, antimetafisica, laicizzazione della fede)? Anche fino al punto di tradire se stessi, rinnegando la propria identità e la propria storia, annichilendosi nel vuoto mainstream del pensiero dominante, un pensiero così indebolito dal pensiero debole da non essere più pensiero ma chiacchiera rumorosa in cui la tecnoscienza domina incontrastata? Oppure bisogna custodire responsabilmente il dovere di obbedire alla coscienza illuminata dalla Verità?

Vera è la constatazione fatta da Ferrara circa la decisione di Paolo VI che non volle più scrivere alcuna enciclica dopo le contestazioni cui fu umiliato a causa dell' Humanae Vitae (1968), per non diventare causa di divisioni nella Chiesa. Vera e molto triste, perché ingiusta fu la contestazione e rinunciataria la reazione papale. Gesù disse: " Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l'uomo da suo padre [...] e nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa" (Mt 10,34-36).




Talvolta le polemiche sono inutili perché sterili, altre volte sono necessarie e vanno combattute senza paura.
Complimenti alla fondazione san Benedetto per aver invitato Ferrara e Scanzi a dialogare su Paolo VI.
Come un marziano, ho scoperto solo nell'Aula Magna della Cattolica, dove si è svolto l'incontro, delle polemiche che hanno animato il peteguless della provinciale città di Brescia, anzi, dei provinciali cattolici bresciani. Su queste acide zitelle emerge per signorilità ed umanità Giuliano Ferrara.
Riflettendo sulla situazione ho catalogato due tipi di non credenti e altresì due tipi di credenti.
C'è il non credente felice e soddisfatto della sua miscredenza nella quale orgoglioso crede, incosciente dell'autocontraddizione; di solito costoro odiano visceralmente il corpo di Cristo.
Il secondo tipo di non credente è infelice perché conscio di non avere qualcosa in cui credere cerca e desidera e quasi invidia il credente, non perché tale, ma perché ha trovato.
C'è il credente infelice e insoddisfatto perché non ama la verità in cui gli tocca credere suo malgrado e invidia il miscredente felice e lo cerca perché gli sia maestro.
Infine c'è il credente felice perché ama umilmente la verità che l'ha trovato.
Mentre il credente infelice cerca il miscredente felice, il miscredente infelice cerca il credente felice.

domenica 28 settembre 2014

Paolo VI beato



Sono un cattolico bresciano, nato quattro mesi prima della conclusione del Concilio Vaticano II, e mi vanto di aver ricevuto al fonte battesimale il nome dell’apostolo delle genti e ciò in onore di papa Montini che due anni prima aveva scelto il nome di Paolo per esprimere: “l'ansia missionaria per la diffusione universale, chiara, suadente dell'Evangelo” come il neoeletto disse nel suo primo messaggio rivolto all’intera famiglia umana (22 giugno 1963). Così dal 19 ottobre 2014 avrò un altro patrono in cielo, accanto a san Paolo apostolo, il beato papa Paolo VI.
La beatificazione di Paolo VI cade in occasione del Sinodo dei Vescovi che si terrà sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione. Tre elementi che hanno radici nell’opera di papa Montini: il Sinodo dei Vescovi, la famiglia e l’evangelizzazione. Il Sinodo dei Vescovi fu istituito da Paolo VI “per dare ai vescovi la possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più efficace alla Nostra sollecitudine per la Chiesa universale” (Apostolica sollicitudo) e lo volle come: “consiglio permanente di Vescovi per la Chiesa universale, soggetto direttamente ed immediatamente alla Nostra potestà”. La famiglia è elemento centrale dell’HumanaeVitae, enciclica dedicata al “dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore” (HV 1). Tale Enciclica divenne la più contestata della storia ecclesiastica sulla quale si coagularono così tante critiche da indurre il prolifico autore nonché papa Montini a cessare di scriverne, mentre nei primi cinque anni di pontificato aveva scritto ben sei Encicliche. L’evangelizzazione fu uno degli assi portanti del suo pontificato, oltre al nome scelto come Sommo Pontefice, egli come novello apostolo delle genti ricominciò i viaggi apostolici per portare ad ogni uomo e a tutto l’uomo il Vangelo di Gesù Cristo.

Papa Paolo VI 21.VI.1963-6.VIII.1978

Ma se si vuole onorare in spirito e verità la memoria di questo grande papa del XX secolo, la Santa Madre Chiesa deve  intraprendere un serio esame di coscienza, per giudicare davanti a Dio il comportamento tenuto dalla Chiesa e dai suoi membri nei confronti di papa Paolo VI per fare ammenda pubblicamente e sinceramente del male arrecatogli e così arrecato alla causa del Vangelo. Solo così onoreremo sinceramente il papa bresciano e renderemo giustizia al suo pontificato. Non ha senso metterlo sugli altari per continuare nell’opera infausta di tradimento dei suoi insegnamenti. Bisogna fare un’operazione di verità sul suo pontificato che si svolse in anni cruciali per la Chiesa e per l’umanità, gli anni '60 e '70 del secolo scorso. Anni in cui continuò lo scontro tra i due blocchi. Nel blocco orientale i regimi comunisti perseguitarono violentemente e frontalmente la Chiesa, cercando di estirpare Dio dal cuore dell’uomo e della società, e formare l’uomo nuovo. Nel blocco occidentale l’opera di scristianizzazione si svolgeva e prosegue fino ad oggi in modo non violento e subdolo, riducendo gli spazi a disposizione della dimensione religiosa umana e del fatto cristiano alle sole parrocchie, poi alla sagrestia, infine alla coscienza individuale, cercando di rendere la questione di Dio irrilevante perché insignificante, al più un mero reperto del passato. Mentre il comunismo stava ancora dilatando i suoi spazi nelle periferie del mondo, il colonialismo ottocentesco stava smobilitando con il lungo processo della decolonizzazione e della formazione di nuovi Stati nel terzo e quarto mondo. Nel primo mondo, dal 1968 in poi, una nuova crisi sociale, politica e culturale travolse società uscite da poco dalla ricostruzione post bellica, in Italia la società si stavano inurbando in seguito al rapido processo di industrializzazione. Anni cruciali anche per la Chiesa, la cui vita venne segnata dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica che bene o male ne scaturì; dalla partecipazione ufficiale della Chiesa Cattolica al movimento ecumenico; dalla riformulazione della dottrina e della pastorale; dalla grave crisi delle vocazioni sacerdotali e degli antichi ordini religiosi e dalla crescita dei movimenti nella Chiesa; dalla conversione della Chiesa e del cristianesimo da fenomeno prevalentemente occidentale, a fenomeno mondiale; la fiammata della teologia della liberazione.
 
Basilica Vaticana 7 dicembre 1965, Paolo VI alla chiusura del Concilio Vaticano II
Paolo VI viene spesso chiamato papa del Concilio. Definizione ambigua che richiede d'essere precisata. Montini fu uno dei due papi del Concilio Vaticano II assieme a papa Roncalli che il Concilio lo convocò e ne guidò il primo periodo (1962-63). Paolo VI riconvocò il Concilio, lo guidò nei successivi tre periodi (1963-65) e approvò i sedici documenti conciliari; solo grazie alla sua vigilanza, lungimirante e cattolica, tutti i documenti del Concilio vennero approvati a stragrande maggioranza, quasi all’unanimità, evitando così il rischio gravissimo di una scisma. Fu sicuramente un papa del Concilio reale che si svolse nella Basilica Vaticana e che parlò per mezzo dei suoi testi, mentre non fu mai il papa del pseudo-concilio che si svolse sui media e che prese il sopravvento nell’opinione pubblica del mondo e nella giovanissima opinione pubblica della Chiesa. Anzi, Paolo VI fu subito la bestia nera dei fautori dello spirito del Concilio, spirito evanescente, disincarnato e molto utopico, come andava di gran moda negli anni '60 del secolo scorso. Papa Montini impose la Nota esplicativa previa alla Costituzione dogmatica sulla Chiesa, con cui collocò la collegialità episcopale dentro e sotto il primato petrino del vescovo di Roma, in continuità con la Tradizione cattolica ed in particolare con il Concilio Vaticano I. Perciò i fautori dello spirito del Concilio lo considerarono traditore del loro concilio e iniziarono a contrapporlo all’altro papa del Concilio, a san Giovanni XXIII, cosa che si ripeté ad ogni papa successivo, essendo sempre meglio il papa appena morto del papa regnante. Quindi da buon bresciano coi piedi per terra, seppur raffinato intellettuale, Paolo VI fu il papa del Concilio reale, un Concilio da interpretare e da attuare nel solco della Tradizione, come insegnato da Bendetto XVI.

Basilica Vaticana 29 settembre 1963, Paolo VI intronizza i Vangeli all'inizio della II Sessione Concilio Vaticano II


Paolo VI ha unito indelebilmente il suo nome alla riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II, avendo promulgato tutti i libri liturgici riformati secondo i decreti di quel Concilio. Come tutte le opere umane, anche quelle ispirate da Dio, pure la riforma liturgica nata dal Vaticano II è perfettibile e deve essere valutata sia riguardo alla coerenza coi decreti conciliari, sia riguardo ai frutti spirituali che ha portato. Un impegno, questo, enorme che sarà svolto negli anni a venire. Mi permetto solo alcune considerazioni che sono il mio modestissimo contributo a tale messa a punto.
Trovo errata la decisione di togliere dal Salterio liturgico i Salmi ed i versetti imprecatori, come stabilito dalla Costituzione Apostolica Laudis Canticum: “In questa nuova distribuzione dei salmi sono stati omessi alcuni salmi e versetti dall'espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna”(LC 4). Di fatto il Salterio liturgico attualmente in uso nella Chiesa Cattolica è filomarcionita, per suo tramite tale antica eresia si è nuovamente introdotta nella Chiesa. Sono state omesse dal Breviario quelle parole di Dio giudicate dure. Così facendo non si accetta di stare sotto il giudizio di Dio che parla, ma si osa giudicarne le parole, imitando non il divino Maestro, ma quei discepoli che dopo aver ascoltato il discorso sul pane di vita nella Sinagoga di Cafarnao dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” (Gv 6,60). Siffatta scelta arrogante e al contempo rinunciataria si ripercuote e si moltiplica in altri ambiti della vita della Chiesa, divenuta incapace di chiedere impegno serio e responsabile ai suoi membri. L’uomo cerca la sfida, desidera essere messo alla prova, vuole impegnarsi a superare i suoi limiti e se non trova ciò dalla Chiesa, lo cerca altrove.

Paolo VI orante
 La riforma del Rito della Messa si caratterizza per due novità principali, pur non riducendosi ad esse: l’abbandono del latino come unica lingua liturgica per adottare le lingue vernacolari; il cambio di direzione del sacerdote, dall’essere rivolto verso il Signore all’essere rivolto verso il popolo. In particolare questo cambio di orientamento è stato decisivo nel marcare il cambiamento tra l’una e l’altra forma del Rito. Mi pare che la soluzione adottata non sia affatto soddisfacente. Essa pecca, esattamente come la precedente, di parzialità e di staticità, rappresentando una sola metà della mediazione di Cristo. Nella forma straordinaria del Rito Romano il sacerdote rappresenta esclusivamente il popolo che prega rivolto a Dio, mentre nella forma ordinaria del medesimo e unico Rito rappresenta esclusivamente Dio che si rivolge al popolo. Viceversa il ruolo del sacerdote nella Liturgia Eucaristica è di agire nella persona di Cristo capo, rappresentando dal vivo l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini, la cui mediazione consta di due movimenti inseparabili e distinti: essere Dio per gli uomini ed essere uomo per Dio. La mediazione di Cristo si fonda sulla divina incarnazione del Verbo ed esprime la sua passione, morte, resurrezione e ascensione. Per rappresentare visibilmente tale mediazione di Cristo, il sacerdote dovrebbe rivolgersi ora verso il popolo, ora verso il Signore: rivolto al popolo quando rappresenta la rivelazione di Dio avvenuta in Cristo, rivolto al Signore Dio quando rappresenta l’umanità redenta da Cristo che prega il Padre. Quindi il sacerdote dovrebbe girare attorno all’altare e non stare fermo in una sola posizione, perché Cristo, al cui mistero sacerdotale appartiene, non è solo Dio né solo uomo, ma è Dio e Uomo.

Gerusalemme 5 gennaio 1964, PaoloVI e Atenagora
New York 4 ottobre 1965, Paolo VI parla all'ONU
Paolo VI è stato il papa del dialogo, dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo, come egli  scrisse mirabilmente nell’Ecclesiam suam, enciclica programmatica del suo pontificato. Dialogò ininterrottamente con tutti, esercitando le doti umane e spirituali affinate nei lunghi anni al servizio della Chiesa. Paolo VI ha elencato gli interlocutori del dialogo ai quali la Chiesa desidera rivolgersi, con la bella figura dei cerchi concentrici che si formano sull’acqua, partendo dall’esterno il primo cerchio sono gli uomini, poi i credenti in Dio, quindi i cristiani fratelli separati, infine i figli della Chiesa Cattolica. Purtroppo fu un dialogo presto interrotto! Paolo VI non cambiò idea, non smise di credere nel dialogo e di praticarlo nonostante molte porte gli furono chiuse in faccia. Rimase un convinto assertore del dialogo fin dentro la tragedia del terrorismo che insanguinò quel periodo della storia italiana, stagione culminata nel sequestro Moro, ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse. Restano indelebili ed inascoltate le parole con cui si rivolse prima agli uomini delle BR e poi, poco dopo, a Dio. Il dialogo da lui pensato per riconciliare la Chiesa con il mondo abortì perché l'interlocutore non era interessato a dialogare con la Chiesa. Accadde nuovamente quello che era già successo all’apostolo Paolo quando parlò all’agora ateniese: “Quando sentirono parlare di resurrezione dei morti alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un'altra volta»” (At 17, 32). Paolo VI venne e viene deriso dai figli della Chiesa Cattolica, cardinali, vescovi, preti, religiosi e laici che contestarono e rifiutarono l’Humanae Vitae senza per questo subire alcuna conseguenza, ma venendo osannati dalla stampa e dagli intellettuali: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26).
Il nodo tuttora irrisolto è appunto il dialogo interrotto perché rifiutato. Al rifiuto patito Paolo VI reagì da buon cattolico lombardo e perciò inevitabilmente borghese, facendo penitenza personale:  indossò il cilicio fino alla morte. Ma ciò non è una soluzione, al massimo è una soluzione temporanea o parte di una soluzione ancora da trovare. Cosa deve fare la Chiesa se il mondo contemporaneo la ignora, la deride, la elimina?

Roma 13 maggio 1978, Paolo VI alla messa in suffragio di Aldo Moro


giovedì 13 marzo 2014

Anche noi sposati vogliamo diventare santi

Riflessioni di un cristiano sposato sulla relazione svolta dal card. Kasper al Concistoro il 20 febbraio 2014
Scrivendo queste note ho consultato stamane, prima domenica di quaresima, il sito della Santa Sede e sono stato accolto dall’augurio a papa Francesco per il primo anniversario della sua elezione a Romano Pontefice (13 marzo 2013). L’augurio consiste della domanda decisiva: “Vogliamo diventare santi? Sì o no?” (Angelus 16 febbraio 2014). Sì, santo padre, vogliamo diventare santi. Lo vogliamo anche noi sposati. Lo cerchiamo mediante il matrimonio e non nonostante esso. In questa ottica ecco le mie riflessioni sulla relazione del card. Kasper. La mia prospettiva è quella di un uomo felicemente sposato, orgogliosamente padre di tre figlie, riconoscente al Signore dei doni ricevuti, la mia donna ed il suo amore, la grazia del sacramento matrimoniale del quale proprio noi due siamo i ministri responsabili di celebrare l’amore, tre figlie meravigliose, la luce della fede cristiana, la speranza nella resurrezione della carne.
Ho trovato affascinante la relazione del card. Kasper, ammaliante per la sua notevole ars oratoria, ma per tre motivi nientaffatto condivisibile. La relazione accenna a due temi d'importanza capitale: la crisi antropologica e l'abisso tra l'insegnamento della chiesa e la vita di molti cristiani, ma si limita a citarli in modo superficiale, senza approfondirli come necessario. La relazione, inoltre, omette un paio di cose essenziali: non considera la situazione contemporanea segnata dalla guerra contro l'uomo e contro la famiglia; dimentica del tutto il magistero di Giovanni Paolo II, forse colui che maggiormente ha contribuito allo sviluppo della dottrina cattolica sul matrimonio e sulla famiglia. Infine la relazione é apparentemente incoerente laddove la professione di fede viene disincarnata dalla prassi: la prassi prova nuovi e larghi sentieri che vanno altrove rispetto al cammino della vera fede che non può evitare la croce.

Botticelli, Venere e Marte

Temi sfiorati superficialmente
Nell’introduzione il card. Kasper accenna all’emergenza antropologica e scrive: "Il mondo attuale sta vivendo una crisi antropologica", giudizio che anche le pietre condividono e che avrebbe potuto essere il quadro in cui inserire la riflessione, sviluppando magari l'alleanza tra credenti e non credenti per promuovere la cultura della vita nel rispetto della natura umana. Le vere novità politiche confermano che ciò é possibile. La stupenda esperienza francese de La Manif Pour Tous, nata in Francia nel 2012 per promuovere il matrimonio eterosessuale e difendere la famiglia tradizionale dal cosiddetto matrimonio omosex; l'appello inascoltato al PD sull'emergenza antropologica dei magnifici quattro (Barcellona, Sorbi, Tronti e Vacca) prontamente ribattezzati marxisti ratzingeriani; la proposta di moratoria internazionale dell'aborto fatta da Giuliano Ferrara e la conseguente lista pazza del 2008 e prima ancora la vittoria ruiniana al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in corso di sterilizzazione per via giurisprudenziale. Quali sono le cause prossime e remote della crisi antropologica? Quali prospettive può avere tale crisi? Le prospettive sono fauste o infauste, gli esiti sono auspicabili o deprecabili? Quale giudizio cristiano possiamo o dobbiamo formulare sulla crisi antropologica? Il giudizio cristiano non si limita a condannare l’antiumanesimo all’opera nel nostro mondo, ma nemmeno si dimentica di farlo, riconosce nella krisis attuale la rivelazione del giudizio di Dio sull’uomo contemporaneo e sulla sua storia. Riconosciamo tale giudizio divino su di noi? Accettiamo di essere sotto il suo giudizio tremendo e misericordioso? La terribile domanda di Gesù: “Quando il figlio dell'uomo ritornerà, troverà la fede sulla terra” ci deve mettere sull’avviso che niente è scontato e sicuro, nemmeno la fede. Nella pièce teatrale Aspettando Godot, Samuel Beckett descrive il vuoto che attanaglia l'insulsa vita degli uomini che aspettano senza più  sapere chi o cosa; i cristiani odierni sono diventati come Vladimiro è Estragone, i due protagonisti che non sanno chi/cosa aspettano? La Chiesa aspetta ancora il ritorno glorioso del Signore? Oppure, visto che lo Sposo sembra essere in ritardo, ha virato il suo desiderio dal cielo alla terra? Così facendo, quando lo Sposo ritornerà, perché è certo il Signore ritornerà, avrà l'olio per accendere la sua lampada?
Sempre nell'introduzione Kasper formula un giudizio duro ed onesto sull’odierna situazione della Chiesa: "Tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute da molti cristiani si è creato un abisso. L’insegnamento della Chiesa appare oggi a molti cristiani lontano dalla realtà e dalla vita”. Condivido e sottoscrivo tale giudizio, ma mi sarei aspettato un poco di sana e realistica autocritica. È doveroso chiedersi perché si è creato un abisso tra l’insegnamento della Chiesa e la vita di molti cristiani. É  accettabile credere nel Dio cristiano, un Dio fedele, misericordioso e geloso e vivere una vita convintamente infedele, senza misericordia né gelosia? Chi è responsabile di tale incoerenza intenzionale? I pastori devono cambiare qualcosa nello svolgimento concreto del loro ministero riguardo la pastorale matrimoniale e familiare? Si sono ridotti a burocrati rinunciando alla ben più faticosa cura d’anime? Io non ho esperienza della chiesa nel mondo, ma solo della chiesa nel primo mondo, in Italia. Conosco per esperienza diretta l'apparente ricchezza di attività pastorali fatta di incontri, convegni, documenti, commissioni, discussioni, aperture, chiusure. Tanto parlare della bellezza del matrimonio da parte del clero celibatario, che l’ha scoperta recentemente, ma come tema teorico, non quale realtà viva. Assistiamo da anni ad un vero diluvio di documenti, emessi da una pletora crescente di soggetti ecclesiali, sui temi più diversi diversi. Produrre un nuovo documento necessita di molto tempo e di molte energie, sottratte alla conoscenza delle persone concrete e alla preghiera. L’abisso è solo una sconfitta o può diventare una opportunità missionaria? In ordine alla santificazione del popolo di Dio quali sono le responsabilità del clero? Bisogna ridurre le richieste al livello peccatore oppure si può spronare i peccatori perché divengano santi? All’umanità e alla cristianità adultere cosa bisogna dire: “Anch’io non ti condanno, va e continua a peccare, tanto Dio è misericordioso” oppure annunciare: “va e non peccare più”? Il clero cosa chiede ai cristiani, di ritornare pagani o diventare santi? Perché l’insegnamento della chiesa sul matrimonio e sulla famiglia “appare lontano dalla realtà e dalla vita”? Gli insegnanti hanno sbagliato metodo? Oppure hanno edulcorato il vangelo, evacuando la parola della Croce? Anche i pastori vivono uno iato tra l’insegnamento e la vita? Le parole di Gesù su scribi e farisei sedutisi sulla cattedra di Mosé: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno” (Mt 23,3) sono attuali? I pastori hanno ridotto la dottrina cattolica a banali consigli psicologico-sociologici, deturpando l’integrità della verità evangelica? Se guardiamo ai santi non vediamo lontananza tra la dottrina e la vita vissuta, ma uomini e donne integre, segni visibili di Gesù Cristo, l’antropos teleios. Il clero cerca ancora la santità?
Jan Massys, Davide e Betsabea
A questa classe di temi appartiene anche il secondo paragrafo “Le strutture del peccato nella vita della famiglia”. Esso tratta il tema del peccato non come affermato dal titolo “nella vita della famiglia”, cioè concretamente, ma in modo generico, valido per qualsiasi situazione umana, come un bigino del trattato di antropologia teologica. Non parla della cruda realtà del peccato nella vita famigliare e nella relazione matrimoniale, forse ciò  é  dovuto all'inesperienza. Ci vorrebbero il re Davide e il profeta Osea per dire qualcosa sul peccato dell’adulterio e sull’adulterio come figura di ogni peccato. Ci vorrebbero Giobbe e Socrate per illustrare la pazienza necessaria a sopportare la molesta presenza delle mogli. Ci vorrebbero Eva e Sara per raccontare quanto é comodo e faticoso avere un marito infantile e senza spina dorsale. Ci vorrebbero Sara e Abramo, Anna e Eli, Elisabetta e Zaccaria per descrivere la nostalgia che divora le coppie sterili. Ci vorrebbero Eva, Rachele, Betsabea e Maria per scandagliare il dolore lacerante della perdita di un figlio. Insomma bisogna dar voce agli sposi per udire qualcosa di edificante sul matrimonio, perché come i padri del deserto, solo loro uniscono la dottrina spirituale alla vita vissuta. Noi sposi, infatti, siamo i ministri del sacramento del matrimonio, abbiamo ricevuto la consacrazione spirituale, il dono di grazia per vivere quel che promettiamo, di modo che in ogni matrimonio cristiano si è in tre: l’uomo che diventa lo sposo, la donna che diventa la sposa e Dio che istituisce e custodisce, consacra e santifica l’amore umano, imprimendo la sua immagine e la sua somiglianza nella coppia umana. Attualmente c’è già del clero cattolico uxorato, quello delle Chiese Cattoliche Orientali e quello degli Ordinariati per gli ex-anglicani, che unisce in una sola persona il ministero ordinato e il ministero matrimoniale.
Durer, Adamo ed Eva
Temi omessi, avvolti in un silenzio assordante
Della condizione storica attuale la relazione sceglie di affrontare solo la situazione dei divorziati risposati, cercando un'escamotage per ammetterli alla comunione eucaristica, ma dimenticando tutto il resto. Da decenni una guerra culturale, economica e giuridica è combattuta contro la vita umana e contro la famiglia. Essa si nutre delle ideologie nichiliste del millennio passato (comunismo e nazismo, eugenismo e ambientalismo) ed è combattuta da alcune Nazioni del primo mondo, da Organismi Internazionali (ONU, UE) e da numerosi capitalisti (Buffet, Soros, Gates, Rockfeller) attraverso varie ONG. Le loro vittorie hanno il nome di divorzio, aborto e clonazione; stanno vincendo la battaglia sull’eutanasia, mentre hanno già aperto un nuovo fronte di guerra contro l’uomo, quello del gender. La Chiesa Cattolica finora è stata in prima linea nel combattere la buona battaglia in difesa dell’umanità, dall’embrione al morente, in difesa della dignità di ogni uomo senza alcuna discriminazione genetica, di maturazione biologica, di deperimento naturale, nel rispetto della natura umana distinta in maschio e femmina, fecondi nella loro reciprocità e complementarietà. Continuerà a promuovere il valore sacro della vita umana dal concepimento alla morte naturale? Continuerà a combattere l’aborto, la clonazione umana, l’eugenetica, l’eutanasia? Continuerà a promuovere la famiglia naturale costituita da un uomo e una donna e dai loro figli, ambiente naturale della vita umana, cellula fondamentale della società? Continuerà a combatterà il divorzio, le pseudofamiglie patchword, il cosiddetto matrimonio omosessuale, le coppie di fatto, l’ideologia gender? La Chiesa non ha dichiarato guerra ad alcuno, ma una guerra è stata dichiarata all’umanità e a coloro che la difendono. Sarebbe meglio riuscire a vincere la battaglia dell’opinione pubblica e del linguaggio, non subendo la demonizzazione, ne accettando supinamente di esser chiamati conservatori, retrogradi, nemici dell’umanità e della libertà, ma imponendo il proprio linguaggio. Quando si è in guerra è sbagliato far finta di vivere in un'altra situazione storica, bisogna lottare anche a rischio della vita, come fecero Giovanni Battista, John  Fisher e Thomas More. Bene fece Eberhard Betghe a intitolare l’epistolario di Dietrich Bonhoeffer Resistenza e resa: resistenza al male che cerca di dominare il mondo e di sopraffare l’uomo, resa a Dio, non al mondo. La stessa scelta fece e insegnò il Leone di Munster, il  cardinale August von Galen, il quale con la figura dell’incudine descrisse la missione del cristiano e dell’uomo sotto la dittatura: “e se non possiamo combattere con le armi, allora ci resta solo un mezzo di lotta: una resistenza forte, tenace, dura. Noi in questo momento non siamo martello, ma incudine. Ciò che viene battuto sull’incudine non ottiene la sua forma soltanto dal martello, ma anche dall’incudine. L’incudine non ha neppure bisogno di ribattere, basta che sia resistente, dura. Quando è sufficientemente ferma, solida, dura allora solitamente resiste più a lungo del martello” (predica del 20 luglio 1941). Queste parole valgono a maggior ragione oggi per noi. Per noi oggi è solo più difficile riconoscere il potere mondano che odia e guerreggia contro la vita umana in quanto tale.
Ma l’omissione più eclatante che sorprende per la miopia è la rimozione del magistero del beato Giovanni Paolo II, forse il papa che più ha contribuito alla crescita della teologia del corpo umano, del matrimonio e della famiglia. Come ci si può autocensurare in modo così plateale? È come parlare della grazia e del peccato a prescindere da Paolo e da Agostino.
Caravaggio, Decapitazione di san Giovanni Battista
Infine alcuni punti in cui la relazione mi sembra contraddittoria

Come si conciliano il giudizio favorevole alla famiglia “normale percorso dell’uomo”, le reiterate adesioni alla fede cattolica in materia, con l’accettazione supina della rottura con tale patrimonio di fede? Come si può contemplare, riconoscere e confessare l'amore fedele di Dio verso il suo popolo di santi e peccatori che s'incarna anche nell'indissolubilità matrimoniale, e accettare sul solo piano della prassi l'adulterio e le sue conseguenze? All'abisso diagnosticato dal card. Kasper tra dottrina cattolica e vita di molti cristiani, vera e propria apostasia silenziosa, si associa l'abisso tra la dottrina e la prassi, uno iato tra la verità creduta e la verità vissuta, una condizione di schizofrenia latente, aggravata dalla terapia proposta: dimenticare di fatto la dottrina e giocare tutto sulla prassi pastorale. É palese che tale scelta sia di cortissimo respiro, perché si fa dettare la dottrina dal mondo e pone la Chiesa sempre a inseguire il mondo nel vano tentativo di cristianizzare le sole apparenze mondane, perdendo così l'anima, e del mondo e propria.
Al termine del terzo paragrafo, dedicato a "La famiglia nell'ordine cristiano della redenzione", c'é il seguente giudizio: “Il Vangelo del matrimonio e della famiglia per molti non è più comprensibile, è caduto in una crisi profonda”. Sembra un asteroide caduto da chissà dove, privo di legami con ciò che precede e ciò che segue. Se mia figlia, studiando il teorema di Pitagora non lo comprendesse, non trarrei la conclusione che la geometria è caduta in una crisi profonda. Chi è precipitato nella crisi profonda rettamente denunciata dal card. Kasper? Il Vangelo del matrimonio e della famiglia o chi non lo comprende? E non lo comprende perché non lo capisce, oppure perché non vuole, perché é comodo una parola troppo dura da sopportare? Volete andarvene anche voi, chiese Gesù ai dodici? Egli non fa sconti, perché la grazia, ed in essa sono comprese fedeltà  e misercordia, é a caro prezzo. E con la grazia la promessa di felicità eterna, non solo quella transitoria in questa vita. Penso anch’io che il Vangelo del matrimonio e della famiglia non sia più compreso da molti, ma non lo si rende di nuovo accessibile adeguandolo allo spirito del tempo. Ciò equivarrebbe a mondanizzare il Vangelo e quindi a non aver più niente da annunciare ad un mondo disperato. Se Gesù fosse stato più misericordioso e meno esigente l’adultera sarebbe rimasta tale, il paralitico sarebbe ancora peccatore, Maddalena sarebbe rimasta una sordida donnaccia e lui, il maestro non sarebbe morto in croce ma di vecchiaia e tutto il mondo sarebbe ancora sotto il dominio del peccato e della morte. È questo che la Chiesa vuole dagli sposi cristiani? La Chiesa, mia madre, vuole che noi sposi rinunciamo all’universale chiamata alla santità, cui il Concilio Vaticano II finalmente ci invita? Noi sposi, padri e madri dovremmo limitarci a figliare per Dio e per la Chiesa e lasciare al clero e ai religiosi la sequela delle beatitudini? No grazie, preferisco restare con Gesù, con o senza la chiesa, pur sapendo che senza é impossibile. E quindi possibile a Dio.
Infine sulla proposta di procedura non giuridica per accertare la nullità matrimoniale. Mi pare che tale proposta pecchi di serio pregiudizio antigiuridico. Tale proposta nega implicitamente o diminuisce la natura sociale della chiesa e dei suoi sacramenti. Tale natura sociale ha un intrinseco risvolto canonico, non da subire cercando di scavalcarlo con sotterfugi, ma da applicare correttamente. Nel merito mi sembra teoricamente affascinante e perfetta nell'iperuranio, ovvero irrealistica. Il clero cui si vorrebbe affidare la nuova prassi pastorale di accertamento della nullità é lo stesso che ha lasciato maturare tale crisi, é adeguato a fare ciò che finora non ha fatto? Inoltre la proposta é fatta esplicitamente per una piccola classe di eletti o fortunati. Chi decide gli appartenenti a tale classe? In base a quali criteri si entra a farne parte? E per tutti gli altri che sono la maggioranza? Sembra quindi che detta proposta, più che risolvere il problema dei divorziati risposati, lo complichi.
Spero di aver dato il mio contributo al dibattito voluto da papa Francesco, su di un argomento per me, sposo e padre, vitale. Se ho ferito qualcuno, me ne dolgo, ma non posso tacere.
Marc Chagall, Cantico dei Cantici

domenica 26 maggio 2013

sorpreso dalla gioia

Trinità, Maestro tedesco, 1415-30

I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce.
San Gregorio di Nissa

Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole.
Papa Giovanni Paolo I

Abbiamo dichiarato eretici l'amore e il buon umore.
Papa Benedetto XVI


Noi crediamo in Persone, e quando parliamo con Dio parliamo con persone: o parlo con il Padre, o parlo con il Figlio, o parlo con lo Spirito Santo. E questa è la fede. La fede è un dono, è il Padre che ce la dà.
Papa Francesco


Trinità, Lorenzo Lotto, 1523 - Chiesa di sant'Alessandro (BG)


Sono rimasto sorpreso dalla gioia per questi stupendi aforismi. Li ho trovati nella terza pagina del Foglio odierno, sabato 25 maggio 2013. Difficile trovare riuniti in un solo articolo tanti e tali pensieri, è perfino difficile trovarne di pensieri. Grazie a Maurizio Crippa, vicedirettore del Foglio e autore dell'articolo.
Buona festa della santa Trinità.

Trinità, Pieter Coecke van Aelst, Museo del Prado