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domenica 8 giugno 2014

Delle cose da chiedere. VII B

Il settimo giorno la preghiera ha da essere moltiplicata per adempiere l’opera divino-umana del culto. Fondamento del culto sono le tre azioni compiute da Dio nel giorno di Sabato: "Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando" (Gen 2,3). L'ordine con cui Dio compie le tre azioni che creano il Sabato e sono le fondamenta divine del culto umano (benedire-consacrare-riposare), viene imitato dall'uomo con il culto divino, ma secondo l'ordine inverso (riposare-consacrare-benedire), perché l'immagine creata riflette capovolta il prototipo divino increato. Come Dio mostrò il prototipo al suo servo Mosè: "Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte" (Es 25,40), così l'umile Mosé fece.
Marc Chagall, Amanti nei lillà (1930)
Il riposo è quindi il Vestibolo che introduce l'umanità nel grande mistero del culto divino. Per l'uomo questa è la prima azione per poter entrare nel culto, è la cesura assolutamente necessaria che distingue il feriale dal festivo, la durezza del lavoro dalla dolcezza del cessarlo, la fatica dal ristoro, la sistole dalla diastole. Astenersi dalle azioni feriali è la premessa necessaria per potersi dedicare integralmente alle azioni festive. C'è un tempo per lavorare e un tempo per riposare. E come il lavoro non è fine a se stesso, così il riposo non è fine a se stesso, ma il fine e del lavoro e del riposo è Dio. Le azioni comprendono tutte le attività umane, riguardano ogni sfera della vita dell'uomo, quella corporea e quella spirituale, il lavoro fisico e quello intellettivo, cosicché bisogna astenersi non solo dai lavori feriali, ma anche dai pensieri ordinari, per occupare la mente nei pensieri che riguardano Dio e "amarlo con tutta la mente" (Mc 12,31). Anche il riposo non è fine a se stesso, non è puro vuoto, nirvana, ma semplice astensione dalla fatica ordinaria del lavoro, per poter godere in pienezza del lavoro stesso e dei suoi frutti, e godere fiduciosi dei beni del creato e dei beni sovraessenziali dell'Increato. ma per godere di tutto ciò è necessario astenersi, uscire dallo scorrere degli istanti che ci travolgono per salire oltre e vivere l'istante, fermarsi per passare dal cronos al kairos, dalla cronaca all'evento.
Marc Chagall, Amanti sopra San Paul de Vence (1971-72)

Come al Vestibolo segue il Santo, al riposo segue il Consacrare. Con tale azione qualcuno o qualcosa viene dedicato esclusivamente ad un fine particolare. Tale destinazione esclusiva lo mette da parte, dedicandolo al suo destino. Israele è il popolo scelto da Dio tra tutti i popoli perché riceva la sua rivelazione e sia la primizia tra i popoli; nel popolo che il Signore ha dichiarato “è il mio figlio primogenito” (Es 4,22), un ruolo peculiare lo rivestono i primogeniti, umani e animali, tutti consacrati al Signore e tutti da riscattare. Noi dobbiamo seguire l’esempio di Gesù nostro Signore, il quale nella notte in cui fu tradito, pregò per i suoi discepoli: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17,19). Gesù si consacrò per tutti quelli che credono in lui, tanto i presenti quanto quelli futuri, perché siano consacrati nella verità, la solida Roccia che rende l’uomo-polvere un credente. L’apostolo Paolo ricorda ai gentili la verità della fede umile: “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12) ed anche il debito contratto con Israele: “Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te!” (Rom 11,18). L’apostolo, non solo esorta a non vantarsi contro Israele, chiama a testimoni della propria sincerità Cristo e lo Spirito Santo e dichiara solennemente: “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne” (Rom 9,3). Con questa dichiarazione d’amore per gli Ebrei, Saulo segue “la via nuova e vivente” inaugurata da Gesù nella sua carne (Eb 10,20) quando accettò di morire “giusto per gli ingiusti” (1Pt 3,18). Ciò lo riconobbe anche Caifa quando dichiarò: “è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo” (Gv 11,50); l’evangelista riconosce che Caifa non lo disse cinicamente da uomo di governo “ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione”(Gv 11,51). Tale via di sostituzione vicaria ha un illustre precedente in Mosè, quando fermò l’ira divina contro il popolo, il quale aveva appena sancito l’alleanza con il Signore e subito l’aveva anche tradita idolatrando il vitello d’oro, come sta scritto: “Ed egli li avrebbe sterminati, se Mosè, il suo eletto, non si fosse posto sulla breccia davanti a lui, per impedire alla sua collera di distruggerli” (Sal 106[105],23). Questo amore per il popolo della prima alleanza è il giusto ringraziamento per aver donato al mondo la salvezza di Gesù Cristo, come sta scritto: “La salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22) e ancora: “a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti”(Rom 11,11), poiché "da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli" (Rom 9,5). Perciò è doveroso consacrarsi per Israele intercedendo in suo favore, affinché ricordando si converta e faccia ritorno al Signore suo Dio, come è scritto: “O Dio, fa che ritorniamo, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 80[79],4). La memoria è la cifra spirituale d’Israele e sua missione divina. Il ricordo riguarda anzitutto le opere fatte da Dio in favore del suo popolo amato: le promesse fatte ai padri, l’elezione, le alleanze, le liberazioni dalle schiavitù per ricevere i doni della Legge e della terra e attendere il dono escatologico del Messia. Poi il ricordo riguarda anche i tradimenti d'Israele “popolo di dura cervice”, come tutti gli uomini peccatori. Il ricordo dei peccati non serve ad inchiodare Israele al fallimento, nemmeno in vista della sua sostituzione, negata dall'apostolo Paolo quando scrive: "Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! [...] Ora io dico: forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. [...] quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili" (Rom 11,1.11.26). Ci si ricorda del proprio peccato solo per confidare in: "Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione" (Es 34, 6-7). 
Marc Chagall, Amanti vicino ad un ponte (1948)
 Infine, come il Santo introduce al Santo dei Santi, così la consacrazione introduce al Benedire. La benedizione è una parabola costituita da due archi. Il primo arco discendente e originario è la benedizione con cui Dio crea, redime e santifica il creato. Il secondo arco ascendente e responsoriale con cui l'umanità riconosce Dio come sorgente e lo ringrazia, confessa la bontà delle creature e delle azioni di Dio e condivide fraternamente i suoi doni. Il nome Debir ha la stessa radice di Davar: dalet-beth-resh. La Parola è l'elemento peculiare del Dio biblico e conseguentemente dell'uomo biblico. Il nostro Dio parla, parlando crea il mondo e agisce nella storia e ci parla come ai suoi amici; il creato è un mondo intelleggibile e gli uomini sono capaci di comprendere il linguaggio di Dio. Questo è il grande mistero della divino-umanità, ovvero della santificazione del Nome. Alla sequela di Gesù “figlio di Davide secondo la carne” (Rom 1,3) il settimo giorno è necessario benedire Dio per Israele e sul popolo della prima alleanza invocare la benedizione dell’Altissimo, com’è detto nei Salmi: “Sia pace su Israele” (Sal 125[124],5; 128[127],6) e dall’apostolo Paolo: “il desiderio del mio cuore e la mia preghiera salgono a Dio per la loro salvezza” (Rom 10,1). Israele è motivo di ringraziamento eterno a Dio per la sua mera esistenza che testimonia la grandezza e la bontà di Dio. Infatti, provengono da Israele e al popolo eletto appartengono per sempre l’umanità di Gesù, suo padre e sua madre, i discepoli e gli apostoli sui quali è edificata la Chiesa. Come recita l'inno apostolico: "Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo" (Ef 1,3). Perché è in Gesù, figlio d'Israele e Messia, che noi pagani abbiamo parte alla salvezza; il Nome santo di Gesù che dobbiamo benedire, Nome che significa Dio salva e nel quale perciò è santificato il Figlio insieme al Padre, santificazione possibile solo grazie allo Spirito Santo, nel quale non solo si dichiara: "Gesù è Signore" (1Cor 12,3), ma anche si grida: "Abba, Padre" (Rom 8,15). 

In conclusione le parole del profeta Amos: “Cercate il Signore e vivrete” (Am 5,6) riassumono compiutamente le cose buone da cercare. Il Deus absconditus e nessun altro è la meta finale cui il creato anela: “perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Marc Chagall,  Amanti (1981)

domenica 1 giugno 2014

Delle cose buone da chiedere. VII A

Marc Chagall, Candele dello Shabbat (1909)
A proposito del Sabato bisogna affrontare un paio di questioni preliminari.
La prima questione riguarda la mistica corrispondenza tra lo Shabbat, il Tempio e l'Uomo. Tre azioni sono compiute da Dio il settimo giorno: "Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando" (Gen 2,3); tre sono gli ambienti in cui Salomone suddivise il Primo Tempio: 'ulam (Vestibolo), Hechal (Luogo Santo) e Debir (Luogo Santissimo); tre sono le relazioni con cui Dio forma la persona umana, come è scritto: "Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo" (1Tess 5,23), lo spirito esprime la relazione con Dio, l'anima la relazione con se stessi, il corpo la realzione con il mondo.
'ulam era il Vestibolo, luogo dove i sacerdoti compivano il cambio d'abito, spogliandosi dei vestiti ordinari per indossare gli abiti sacri. La vestizione è indispensabile rito preparatorio al culto, esso manifesta sul piano empirico ed esterno ciò che deve accadere sul piano interno ed invisibile, ovvero la deposizione di tutto ciò che è superfluo e la rinuncia ai pensieri malvagi, per indossare ciò che è eterno e plasmare la propria mente con il pensiero di Dio. Ad esso corrisponde il riposo, con il quale ci si spoglia delle azioni feriali per potersi dedicare interamente all'opus Dei. 'ulam e riposo corrispondono al corpo, elemento umano che riflette sul piano empirico il piano metafisico e ci accomuna alle creature materiali.
Hechal era il Luogo Santo dove si trovavano l'Altare d'oro dei profumi, la Tavola dei Pani dell'offerta e la Menorah. Il Candelabro a sette braccia illuminava il Santo con le sue sette lampade, esse rappresentano la Luce divina che illumina ogni giorno della settimana. Davanti all'ingresso del Debir c'era la Tavola sulla quale stavano dodici pani, rinnovati settimanalmente, a rappresentare le dodici tribù d'Israele sempre alla presenza del Signore. Infine l'Altare aureo dei profumi, sul quale i sacerdoti offrivano mattina e sera l'incenso a Dio, segno delle preghiere d'Israele. All'Hechal corrisponde l'azione di consacrare il mondo al Creatore. La sua Parola che in principio creò il mondo, sempre lo illumina (Menorah) come è scritto: "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 119[118],105) rendendo intelleggibile il mondo alle creature intelligenti, delle quali desidera la compagnia (Tavola dei pani) e le preghiere (Altare dei profumi). Hechal e consacrazione corrispondono all'anima, elemento umano invisibile che ci accomuna alle creature invisibili, razionali e libere.
Debir era il Luogo Santissimo che custodiva l'Arca dell'Alleanza, coperta dal Kapporet (Propiziatorio), sul quale dimorava la Gloria del Signore. Nel Santo dei Santi entrava una volta all'anno il Sommo Sacerdote per compiere i riti espiatori, aspergere il Propiziatorio con il sangue del capro e invocare il Nome di Dio; cioè per espiare i peccati che impediscono agli umani di avere libero accesso a Dio tre volte Santo. Al Debir corrisponde l'azione di benedire, azione divino-umana per eccellenza. Debir e benedizione corrispondo allo spirito, radice metafisica dell'uomo meglio chiamata col nome di cuore, come è scritto: "Dio è roccia del mio cuore" (Sal 73[72],26) e la sua parola: "penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito ... e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore" (Eb 4,12).

Marc Chagall, Sinagoga (1917)

 La seconda questione preliminare riguarda il rapporto di Gesù con il Sabato. Gesù osservò il comandamento del Sabato e lo portò a compimento. In quanto uomo, figlio d'Israele e discendente di Davide lo osservò fedelmente, frequentando con assiduità il culto sinagogale (Mt 12,9-10) a Cafarnao (Mc 1,21; Gv 6,59) e a Nazaret (Lc 4,16). In quanto Figlio di Dio, vero Dio e Signore, Gesù non si limitò ad osservare la Legge, ma anche la portò a compimento, prediligendo il giorno di Sabato per insegnare (Mt 12,1s; Mc 1,21; Lc 4,31; 13,10; Gv 5; 9), dato che nel riposo e nel culto sabbatici, Dio stesso ammaestra il suo popolo. Inoltre, gli insegnamenti sabbatici di Gesù dati con autorità, la stessa di Dio, furono accompagnati da miracoli e segni: le guarigioni dell’uomo dalla mano inaridita (Mt 12,10-12), della suocera febbricitante di Simone (Mc 1, 30-31), della donna curva da diciotto anni (Lc 13,11-13), dell’idropico (Lc 14,1-4), del paralitico da trentotto anni (Gv 5,5-9), del cieco nato (Gv 9,6-7) e l’esorcismo nella sinagoga di Cafarnao (Mc 1,25-26). Questi sette miracoli furono compiuti da Gesù nel giorno benedetto del Sabato non casualmente, ma intenzionalmente quale segno che conferma l'insegnamento sabbatico di Gesù: parole ed opere che rivelano il mistero messianico di Gesù.
C’è chi giudica il comportamento di Gesù verso il Sabato una palese violazione del comandamento divino. Se il giudice è ebreo ne trae motivo per condannarlo come peccatore (Mc 3,2; Lc 13,14; Gv 5,18; 9,16), se invece è cristiano esalta il rifiuto e la ribellione contro la Legge di Mosè (sic!) come se il Figlio obbediente fino alla morte di Croce potesse e volesse ribellarsi all’unica volontà di Dio suo Padre! Io trovo che il comportamento di Gesù verso il Sabato non sia stata una violazione del terzo Comandamento ma il suo inveramento, secondo il principio formulato da Gesù stesso: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti, non sono venuto per abolire ma per dare compimento” (Mt 5,17).
Gesù iniziò a compiere il Sabato con la sua predicazione e coi segni che l’accompagnarono, fino a compiere escatologicamente il Sabato come Disceso agli inferi: dopo la sua morte redentrice in Croce, il suo cadavere fu sepolto nel sepolcro nuovo di Giuseppe d'Arimatea e la sua anima discese agli inferi preda della Morte, del Peccato e del Diavolo. Il Dio-Uomo non è più un soggetto attivo, è un morto tra i morti, reso oggetto della solitudine estrema “senza Dio e senza speranza” (Ef 2,12), preda del male e della passività. Compie così perfettamente il riposo di Dio e simultaneamente adempie al comandamento di Dio.
Tale passività del Figlio nella morte non è soltanto solidarietà coi morti, è anche offerta libera e integrale obbedienza al Padre, cose fatte da Gesù nel'ultima cena e nell'orto degli ulivi, quando donò se stesso per la salvezza del mondo con libera adesione alla volontà di Dio. Tale atto di offerta, che costituisce la sua morte in Croce come unico e definitivo sacrificio, lo costituisce e rivela come sommo Sacerdote che offre a Dio niente altro se non se stesso e così trasforma alla radice il suo prossimo essere preda della morte, in atto d'offerta libero che libera ogni peccatore dalla schiavitù del peccato e della morte. compiendo il senso del Sabato.

domenica 25 maggio 2014

Delle cose buone da chiedere. VI

Il sesto giorno ricordiamo la creazione dell’uomo e la morte di Gesù. Questi due fatti storico-salvifici si illuminano a vicenda, perché non casualmente sono accaduti nello stesso giorno, ma appunto per rivelare che Cristo è il compimento dell'uomo e della creazione. La creazione dell'uomo, maschio e femmina, avviene "per Cristo, con Cristo e in Cristo", cioè in vista di Cristo Nuovo Adamo, con Cristo Verbo di Dio incarnato e in Cristo Immagine prototipica di Dio; Gesù muore per redimere l'umanità decaduta e rigenerarla mediante il suo corpo donato, dal quale è tratta la Chiesa nuova Eva. Perciò in questo giorno conviene intercedere per tutti i morti nel corpo, nell'anima e nello spirito.


Con il corpo si muore una volta sola e gli uomini preferiscono la morte naturale posta al termine della vecchiaia, anche se purtroppo non è rara la morte contro natura: violenta, oppure improvvisa, altrimenti precoce. Perciò è opportuno intercedere per tutti i morti, iniziando dai propri. Poi, è utile supplicare Dio, Signore dei vivi e dei morti, perché liberi noi morituri dalla morte improvvisa e ci conceda una morte salutare. 
La morte nell'anima e quella nello spirito sono solo metafore, poiché né l’anima né lo spirito sono mortali. La morte dell’anima è metafora del peccato, col quale la creatura razionale recide il legame vitale con il Creatore, cosa che può accadere molte volte e che purtroppo accade sempre troppo spesso. La morte dello spirito è metafora della "morte seconda" (Ap 2,11; 20,14) alla quale sono destinati diavoli e dannati, miserevoli creature di Dio che hanno deciso irrevocabilmente di rifiutare Dio. Perciò è opportuno intercedere per tutti i peccatori, a partire da se stessi, perché Dio giudice misericordioso abbia pietà di noi.
Pare cosa buona e giusta intercedere per i morti e per i peccatori nel sesto giorno nel quale, non solo Adamo peccò e introdusse nel mondo la morte (Gen 3; Rom 5), ma soprattutto: “Gesù morì per gli empi” (Rom 5,6), espellendo il principe di questo mondo, come è scritto: “Ora, il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12,31) e ponendo la premessa per donare lo Spirito Santo per il perdono dei peccati (Gv 20,22-23).
Domenico Signorelli, Crocefissione (1500)

domenica 18 maggio 2014

Delle cose buone da chiedere. V

Il quinto giorno nel quale si ricorda la creazione dei pesci e degli uccelli è opportuno intercedere per i pastori cui siamo affidati e per le pecore che ci sono affidate. Gesù, che era  falegname e figlio di falegname, ha scelto dei pescatori galilei e li ha chiamati così: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17) per costituirli pescatori di uomini e affidare loro la missione di raccogliere. La missione affidata agli apostoli continua la missione messianica di Gesù nei confronti di Gerusalemme: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali” (Lc 13,34) nella quale egli si paragona alla chioccia che raccoglie i suoi pulcini, come il pastore che guida il suo gregge. Gesù è il pesce grande che ci salva, come espresso nell'antichissimo acronimo ICTYS. Pesci ed uccelli. I pesci da raccogliere, come le pecore da custodire, sono figure della nostra condizione di figli. Gli uccelli che raccolgono i loro piccoli, come i pastori, sono figure della nostra condizione di custodi del creato, come è scritto: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15).

  
Cuyp Benjamin, Adorazione dei pastori (XVII sec.)

Ciascun uomo, infatti, è affidato a qualcuno che deve vegliare su di lui e prima o poi ciscun uomo deve custodire qualcuno che a lui è stato affidato, come è scritto: "Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9). In verità ciascun uomo custodisce il suo prossimo ed al suo prossimo è affidato, perché come insegna l'apostolo Giovanni: "Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1Gv 4,20). Per fortuna, non siamo custoditi soltanto dal nostro prossimo che può rivelarsi Abramo o Caino, amico o nemico, ma siamo custoditi dagli Angeli che Dio ha messo al nostro servizio, come è scritto: "Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato" (Es 23,20), oppure: "Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie" (Sal 91[90],11). 

Bronzino Agnolo, Adorazione dei pastori, dettaglio (1539-40)

Il ministero spirituale degli Angeli rivela la divina protezione: "Il Signore è il mio pastore" (Sal 23[22],1), manifesta che il Custode per antonomasia, Colui che tutti e tutto custodisce nel suo amore fedele è Dio Padre Onnipotente Creatore del cielo e della terra, come sta scritto: "Al mio nascere a te fui consegnato; dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio" (Sal 22[21],11). Anche il Figlio di Dio custodisce tutti quelli che gli sono dati dal Padre, essendo "il buon Pastore che dà la propria vita per le pecore" (Gv 10,11), infatti questo è anche il giorno in cui Gesù ha istituito la santa Eucaristia, con cui il Pastore diventa l'Agnello di Dio ed il Sacerdote diventa la Vittima.
Quindi è cosa buona e giusta nel giorno in cui il Signore ha consegnato il suo testamento d’amore (Gv 13) intercedere per i pastori ai quali siamo affidati, papa, vescovo, parroco e catechisti. In particolare per il successore di Pietro, al quale siamo stati affidati da Gesù risorto quando, dopo aver ricevuto da Simone di Giovanni la conferma del suo amore per Lui, gli disse per tre volte: “Pasci i miei agnelli” (Gv 21,15.16.17). Altrettanto è cosa buona e giusta intercedere per coloro che ci sono affidati, figli e coniugi, genitori e fratelli, giovani e anziani, malati e forti, affinché l’amore del Signore circoli liberamente per il corpo ecclesiale, vivificandolo. Infatti, il testamento di Gesù si compie ai piedi della croce con il duplice affidamento del discepolo amato a Maria e della Madre a lui: "Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé." (Gv 19,26-27).
 
Jan van Eyck, Adorazione dell'Agnello Pala di Ghent dettaglio (1425-29)

domenica 11 maggio 2014

Delle cose buone da chiedere. IV

Rothschild Canticles, Connubium spirituale, XIV sec. 
Il quarto giorno della settimana ci ricorda la creazione dei luminari celesti, conviene intercedere per la Chiesa affinché alzi gli occhi dal proprio ombelico per volgere lo sguardo al Signore Gesù Cristo e per tenerlo fisso in Lui che la illumina, come è scritto: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).

Durer, Sol Iustitiae, 1510
Cristo è il Sole di Giustizia che illumina il creato e lo rende fecondo di vita secondo Dio. La Chiesa è la luna che non ha luce propria, ma riflette la luce che brilla sul volto del Figlio di Dio, al quale deve sempre rivolgersi e incessantemente ritornare per essere illuminata e distinguere il bene dal male, il vero dal falso, il santo dall'immondo.

Benson, Luce solare, 1909
Gesù ha dichiarato: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12) e Giovanni il precursore gli ha reso testimonianza: “Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "Sono stato mandato avanti a lui.” […] Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,28.30), indicando con lucidità sulla roccia della verità le relazioni, e le conseguenti dinamiche, tra colui che è la Luce e coloro che ne sono illuminati.

Caspar, Pellegrinaggio all'alba o al tramonto, 1805

Altrove l’evangelista Giovanni, con il suo sguardo profondo come aquila, fa esclamare a Gesù: “Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,44-46).

Monet, Cattedrale di Rouen in piena luce, 1893
Intercessione quanto più necessaria in questi tempi, in cui la Chiesa è provata dalla tentazione del pelagianesimo, dal desiderio di fare da sé, riducendo inevitabilmente Dio ad un soprammobile, un dio tappabuchi, un idolo docile strumento nelle mani di chi vuole glorificarsi, mentre è scritto: “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria” (Sal 115[113],9). "Sursum corda" invita il sacerdote all'inizio della liturgia eucaristica. Sì, rivolgiamo i nostri cuori in alto, perché Cristo è veramente risorto.

Rothschild Canticles, Maria come la "Mulier amicta sole", XIV sec.

domenica 4 maggio 2014

Delle cose buone da chiedere. III

Discesa agli inferi, Fanous
Il terzo giorno della settimana è opportuno chiedere l’umiltà perché in questo giorno si ricorda la creazione della terra e dei suoi verdi frutti. Come la terra produce "germogli, erbe e alberi da frutto" (Gen 1,12), così solo sul terreno dell'umiltà nasce l’albero delle virtù. L'umiltà è il fondamento delle virtù dal cui esercizio dipende la vita buona e bella in cielo ed in terra.
L’umiltà è il fondamento ontologico dell’esistenza di Gesù Cristo, dell’armoniosa sinergia tra la libertà divina del Verbo di Dio e Figlio del Padre e la libertà umana dell’uomo Gesù figlio di Maria, riflesso della sua natura divino-umana nella sua vita morale. 
Perciò è necessario chiederla con insistenza, perché solo il terreno fecondo dell’umiltà divino-umana di Gesù Cristo fa nascere bei fiori e buoni frutti. Perciò san Giovanni insiste tanto sul rimanere in Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,4-5).

Salvatore mite ed umile di cuore

domenica 27 aprile 2014

Delle cose buone da chiedere. II

Il secondo giorno della settimana conviene chiedere le lacrime, frutto fecondo del pianto. Questo è il giorno del due: due sono le acque separate dalla creazione del firmamento in acque superiori ed acque inferiori; due i motivi per cui si piange, dolore e gioia, e quindi due i tipi di lacrime, amare e dolci; due gli occhi da cui colano le lacrime; due le vie tra cui l'uomo può scegliere, la via del bene e della vita opposta alla via del male e della morte; due i giudizi di Dio, giudizio di condanna dei peccatori e giudizio di salvezza dei giusti. Le lacrime fuoriescono dagli occhi ma sgorgano dall'unico cuore e come fuoco spirituale bruciano le profonde radici dei peccati, purificando il cuore e dopo aver intensamente pianto permettendo di vedere Dio.

El Greco, Maria Maddalena penitente (1578-80)

 Le lacrime sono duplici come le acque primordiali di cui si ricorda la creazione nel secondo giorno della settimana, allorché il Creatore fece il firmamento con cui separò le acque superiori dalle acque inferiori. L'acqua è infatti principio liquido duale: è necessaria alla vita quanto può esserle mortale; senz'acqua il giardino si riduce a deserto inaridito dove gli esseri viventi periscono e con l'acqua del diluvio si compie il giudizio di Dio, giudizio di condanna dei peccatori e giudizio di salvezza di Noè.

Anche le lacrime come le acque sono sempre necessarie. Innanzitutto sono necessarie per piangere sui propri peccati, e più si viene purificati dal dono divino delle lacrime di pentimento e compunzione, più si vedono i propri peccati per cui si prosegue a versare queste benefiche lacrime amare. Poi sono necessarie per godere della gloria di Dio presente nel creato, grazie al dono divino delle lacrime di contemplazione e di compassione, lacrime dei puri di cuore, ai quali è promesso che: “vedranno Dio” (Mt 5,8).


El Greco, Pentimento di san Pietro (1580)

A tal proposito ecco la bellissima preghiera di Sant'Efrem il Siro. In essa si chiede a Dio di poter vedere i propri peccati, la cosa più difficile da vedere, mentre vedere quelli altrui è la più facile.

Signore e Sovrano della mia vita,
non darmi uno spirito di ozio, di curiosità,
di superbia e di loquacità.
Concedi al tuo servo
uno spirito di saggezza, di umiltà,
di pazienza e di amore.
Sì, Signore e Sovrano,
dammi di vedere le mie colpe
e di non giudicare il mio fratello,
perché tu sei benedetto nei secoli dei secoli.

domenica 20 aprile 2014

Delle cose buone da chiedere. I

Fenice, Bestiario di Aberdeen (XII sec.)
Il giorno uno è opportuno chiedere al "Padre della luce" (Gc 1,17) la luce, prima creatura la cui natura è semplice e trasparente. Luce fisica per gli occhi del corpo, luce metafisica per gli occhi dell’anima, luce spirituale per lo spirito.

Il cieco nato non vedeva la luce fisica che allieta i nostri occhi, ma forse proprio grazie alla cecità fisica vedeva l’essenziale, invisibile agli occhi della carne, ma visibile agli occhi dell’anima e per puro buon senso sa che: “Dio non ascolta i peccatori, ma se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta” (Gv 9,31); la verità è la luce metafisica visibile all’anima “che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).

El Greco, Guarigione del cieco nato (1570)

La luce della verità non necessità del senso della vista, come è mostrato dal fatto che anche i ciechi conoscono la verità; il senso della vista può vedere la luce, ma può pure offuscarla, essendo un senso ambiguo come tutti i nostri sensi feriti dal peccato, come insegna Gesù: “Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23).
Dopo la guarigione fisica operata da Gesù, grazie al buon terreno dell’anima semplice del cieco nato e alla necessità divina che in lui si manifesti la Gloria di Dio, l’ex cieco nato che oltre la luce metafisica della verità ora vede anche la luce fisica del sole e può ricevere la rivelazione definitiva e vedere in Gesù che gli parla il Figlio dell’uomo e adorarlo. Gesù risorto è la luce spirituale che illumina il nostro spirito con la sua luce gentile che ci rigenera quali "figli della luce" (Gv 12,36; Ef 5,8).

Tintoretto, Resurrezione di Cristo (1579-81)

domenica 13 aprile 2014

Delle cose buone da chiedere. Nartece

Irlanda, Kilcooney Dolmen

Nel mondo della preghiera vi sono due sentimenti che spingono l’uomo a pregare: lo stupore e l’angoscia. Sono entrambi originari perché da essi nasce la preghiera nelle sue diverse forme. Il primo sentimento originario è lo stupore e genera la lode, il ringraziamento, l’adorazione; la meraviglia culmina nel silenzio della contemplazione, com’è scritto: “O Signore, nostro Signore, quanto è mirabile il tuo Nome su tutta la terra!” (Sal 8,2). Dall’inquietudine nascono invece il lamento, la supplica, la domanda e l’intercessione; l’angoscia culmina nel grido dell’invocazione, com’è scritto: “O Dio, vieni a salvarmi” (Sal 70[69],2). Nella società contemporanea le mete educative sono l’autonomia, l’indipendenza e l’autosufficienza, principi che plasmano la vita e i desideri umani, dando forma e voce a una cultura che esprime sì il grande anelito alla libertà, ma inficiato dal falso presupposto che la libertà debba essere assoluta e non possa che esser tale. Dentro tale orizzonte spirituale la sottomissione, la dipendenza e la riconoscenza sono disvalori, poiché tale milieu culturale esclude per principio il limite e la solidarietà. Perciò la fatica che da sempre accompagna il pregare, atto supremo della vita umana, è resa ancora più dura ed amara dall’ambiente spirituale contemporaneo che non insegna a chiedere né a ringraziare. Gesù nostro Maestro ci insegna a pregare con tutte le fibre del nostro essere creature di Dio, introducendoci nella misteriosa e sorprendente preghiera intradivina, il dialogo d’Amore che scorre inesauribile tra il Figlio di Dio e il Padre suo, reciproco scambio d’amorosi sensi che è lo Spirito Santo. Lo Spirito di Dio prega nel cuore dei credenti, creando così quella “casa di preghiera” (Is 56,7) che è la santa Chiesa, la quale santifica il Nome di Dio gridando: “Abba! Padre!” (Rom 8,15), popolo sacerdotale che nell’umana carne del Figlio di Dio riassume in sé tutto il creato: dagli elementi minerali inanimati fino ai puri spiriti incorporei, passando per i diversi corpi animati: i vegetali, gli animali e i razionali. Questo Gesù nel discorso della montagna (Mt 5-7) insegna tra le altre cose anche a pregare, e conclude le sue istruzioni sulla preghiera (Mt 6,1-7,11) con l’ordine di chiedere al Padre celeste con fiducia filiale:

Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! (Mt 7,7-11)

Evidenzio la struttura retorica del comando in Mt 7,7:
Chiedete       e        sarà dato    a voi,
cercate           e        troverete,
bussate         e        sarà aperto      a voi.
Difficile trovare una frase con più verbi di questa. In latino, “Petite, et dabitur vobis; quaerite et invenietis; pulsate, et aperietur vobis”, su undici termini sei sono verbi, in italiano otto parole su tredici, sei predicati verbali organizzati in tre coppie. In ciascuna coppia il primo verbo è un imperativo; la congiunzione più semplice unisce il primo verbo al secondo predicato che nelle due coppie estreme è passivo ed è completato dal dativo; nel membro centrale il secondo predicato è attivo; il membro centrale, incorniciato dagli altri, costituisce il fulcro, appunto il centro eminente al quale deve convergere l’attenzione degli ascoltatori. I tre predicati imperativi sono al presente, mentre gli altri tre predicati sono al futuro: il comando deve esser eseguito adesso, mentre la promessa è protesa al futuro. Ciò vincola chi promette alla fedeltà verso la parola data e provoca chi riceve la promessa alla fiducia in chi promette. Tre ordini perentori del Maestro, tre verbi leggermente diversi, tutti appartenenti al campo semantico della domanda e del desiderio. All’ordine reiterato tre volte, indice di un comando che deve essere eseguito senza vacillare, corrisponde la promessa di esaudimento ripetuta anch’essa tre volte, segno che è sicura come la Roccia.

Vallecamonica, Incisioni rupestri 
Si deve chiedere, dunque, ma che cosa posso o debbo chiedere? Qualunque cosa e per qualsiasi motivo? Chi può ispirare e guidare il prescritto domandare? L’egoismo egocentrico del bambino? L’egocentrismo narcisista dell’adolescente? La generosità del padre e della madre? La reciprocità fraterna e sponsale? Le fasi dello sviluppo umano sono inadeguate alla divina Maestà; sono altresì ferite dal peccato, con il quale ci siamo allontanati da Dio e frantumati in noi stessi e dal quale siamo avviluppati e ripiegati su di noi. Solo “la grazia e la verità venute per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17) ci permettono di avere acceso al mistero di Dio, il Quale non solo ci ha donato il suo più prezioso tesoro, il Figlio Unigenito, ma nel Figlio ci dona Qualcuno che prega in noi: “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili”(Rom 8,26). Guigo II, nono priore della Grand Chartreuse, nella sua opera Scala Claustralium, così scrive al fratello Gervasio: “La lettura ricerca la dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la sperimenta. […] Cercate nella lettura, troverete con la meditazione; picchiate nella preghiera, entrerete nella contemplazione”. Guigo descrivendo i diversi momenti della Lectio Divina parafrasa gli ultimi due membri di Mt 7,7. Nella sua opera Pregare la parola, Enzo Bianchi propone di parafrasare anche il primo membro del versetto evangelico così: “Chiedete lo Spirito, riceverete l’illuminazione”. Risultato che reputo ottimo. Giacomo scrive perentorio: “Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni” (Gc 4,2b-3). La prima frase dell’apostolo: “Non avete perché non chiedete” (Gc 4,2b) è la forma negativa del primo ordine di Gesù: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7); senza paura si deve osare e con fiducia chiedere. La seconda frase di Giacomo: “chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni” (Gc 4,3) approfondisce un caso specifico, introducendo un limite all’ordine del Maestro: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7), poiché se si chiede male, ovvero per soddisfare le proprie passioni, non si ottiene; non è sufficiente chiedere, bisogna altresì chiedere bene e chiedere il bene. Ecco un primo risultato: bisogna chiedere ciò che è bene e buono, ciò che è vero e santo. Inoltre si deve chiederlo bene, non per soddisfare le proprie passioni, ma per soddisfare la passione di Dio: Egli, infatti, è fuoco divorante, amore ardente per le sue creature. Questo fuoco divino d’amore è la sorgente dei desideri delle creature, desideri che per il peccato originale e per ogni singolo peccato, sono degenerati, raffreddati, ripiegati su di sé e contro Dio. Le nostre passioni e i nostri desideri debbono essere rigenerati e per farlo possiamo solo immergerli nel fuoco d’amore, non per estinguerli, ma per purificarli dalle scorie che ne impediscono il libero moto verso Dio e reindirizzarli alla loro Causa prima e Fine ultimo. Quindi, che cosa debbo chiedere? Ispirati da Dio i Salmisti chiedono varie cose: vittoria sui nemici (Sal 3,8; 6,9-11; 12,4), pietà (Sal 4,2; 6,2-3), giustizia nella prova (Sal 5,5-9; 7,7-12; 9,20-21; 17,1-4), aiuto e protezione(Sal 5,12; 13,2-3; 16,1), salvezza dai nemici (Sal 7,2; 10,12; 12,2; 17,7). Marta, sorella di Lazzaro, da furba donna di casa sceglie di affidarsi a Gesù stesso: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà” (Gv 11,22). In apparenza non chiedere alcunché, in realtà si affida totalmente a Gesù, e nella fede fa sua la richiesta del Figlio al Padre, in modo che la preghiera del Figlio sia la propria unica richiesta: si affida alla fede di Gesù. Infatti, chi meglio del Figlio di Dio può rispondere? Egli è la Sapienza divina attraverso la quale Dio ha creato il mondo, imprimendo nelle sue opere un insegnamento divino, un ammaestramento che distillato nel silenzio adorante della fede dà ai semplici delle indicazioni in merito a cosa chiedere. La Sapienza creatrice, infatti, dichiara:

Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all'origine. Dall'eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo. (Pr 8,22-31)



La Sapienza creatrice svolge un ruolo da intermediario tra Dio e gli uomini, infatti, la Sapienza è la delizia di Dio ed insieme pone le sue delizie tra gli uomini: “ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo” (Pr 8,31). Salomone scolpisce con poche parole una scena idilliaca dal sapore famigliare: una figlia prediletta gioca spensierata sotto gli occhi amorevoli del padre: lei è la gioia di suo padre. Costei è la Sapienza, delizia di Dio, e pone le proprie “delizie tra i figli dell’uomo”, poiché gli uomini per quanto siano crudeli, stupidi e brutali, restano intelligenti e liberi, ovvero capaci di riconoscere le vie della Sapienza. Perciò rivolgiamo il nostro intelletto ai due libri il cui Autore è Dio, il Creato e le Scritture sacre. Leggiamo il libro della natura alla luce del libro della Scrittura, cercando cosa convenga chiedere al Creatore. Nel primo racconto della creazione (Gen 1,1-2,4a) la Sapienza di Dio distribuisce otto opere, create nell’arco di sei giorni lavorativi, conclusi e compiuti dal VII giorno. Nel III e nel VI giorno sono collocate due opere, così è semplice identificare le due terne in cui si suddividono i sei giorni lavorativi: I-III giorno, IV-VI giorno; entrambe iniziano con opere inerenti la luce (I e IV), entrambe finiscono con un giorno in cui sono concentrate due opere (III e VI). Il VII giorno Dio porta a compimento il suo lavoro, cessando l’opera lavorativa descritta coi verbi dire, separare, fare, porre e creare. Il riposo di Dio, però, non è pura inazione, riguarda solo queste cinque azioni che delineano i modi con cui Dio lavorando ha creato, mentre sta scritto riguardo al VII giorno: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (Gen 2,3). Le azioni sabbatiche di Dio sono benedire,  consacrare e riposare. Il Sabato è la terza opera che viene benedetta da Dio; primi sono pesci ed uccelli (Gen 1,22), cui seguono uomo e donna (Gen 1,28). Con la benedizione del Sabato Dio porta a compimento le sue benedizioni e le sue creature; infatti, il riposo di Dio, e il nostro nel suo, sono la condizione per contemplare e godere della bellezza gratuita delle creature di Dio, per trovare in Dio l’inizio e il fine di ogni cosa, per condividere tutto ciò tra di noi. Dio non si accontenta di benedire il settimo giorno, anche lo consacra. La prima consacrazione narrata dalle Scritture non riguarda un luogo, bensì un tempo, il settimo giorno. Poi verrà il momento in cui gli uomini consacreranno dei luoghi al Signore: una pietra, un altare, un’altura, un tempio, una città, un uomo. Ma la prima consacrazione fatta da Dio stesso riguarda l’ultimo pezzo del tempo, il settimo giorno. La consacrazione del Sabato introduce e prepara la seconda consacrazione compiuta da Dio nella pienezza dei tempi, quando consacrò Gesù che offrì se stesso per noi tutti, risuscitandolo dai morti e costituendolo Signore dei vivi e dei morti. Ciò non avvenne il settimo giorno della settimana, ma il primo che è già diventato l’ottavo giorno della settimana, giorno eterno che non conosce tramonto, perché Gesù è risorto dai morti e più non muore.

Venezia Basilica di san Marco, Creazione mosaico

Giorni
Opere create
Azioni divine
Finalità
1
luce
disse
separò

II
firmamento
disse
fece
per separare le acque superiori dalle acque inferiori
III
asciutto
disse
per far apparire
germogli, erbe e alberi da frutto
disse

IV
fonti di luce nel firmamento: luminare maggiore, minore e stelle
disse
fece
pose
per separare giorno da notte
per segnare feste giorni anni
per illuminare la terra
V
pesci e uccelli
disse
creò
benedisse
per riempire le acque inferiori
e davanti al firmamento
VI
bestiame, rettili
e animali selvaggi
disse
fece
per riempire la terra
uomo
a immagine di Dio
maschio e femmina
disse
creò
benedisse
per dominare
  del mare i pesci,
  del cielo gli uccelli,
  della terra bestiame, 
     animali selvaggi e rettili 
per essere fecondi e moltiplicarsi
per riempire e soggiogare la terra
VII
culto
benedisse
consacrò
aveva cessato 
per compiere


Alle due terne corrispondono i due verbi principali della preghiera di domanda: chiedere e intercedere. Si intercede per gli altri e si chiede per sé in piena armonia col secondo comandamento più grande: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12,31), perché in verità, Tu ed Io, l’uomo ed il suo prossimo, non sono due, ma un solo Adamo, l’unico Terrestre come sta scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). Così i primi tre giorni ci insegnano cosa chiedere e gli ultimi tre per chi intercedere, mentre il Sabato è santo, cioè separato. In esso Dio crea il presupposto del culto, opera divino-umana che permette di immergersi nel mistero e di Dio Creatore e del cosmo creato, come sta scritto:

Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato. (Es 20,8-11)

Norma che ha qualcosa da insegnare anche al popolo della nuova alleanza, come sta scritto: “per il popolo di Dio è riservato un riposo sabbatico” (Eb 4,9).