Molti, più preparati di me, sono già intervenuti rivolgendo appelli o critiche a sua santità, papa Francesco. Quì voglio focalizzare l'attenzione su due osservazioni che altrove non ho letto.
La prima osservazione è di metodo.
Papa Francesco nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, nel paragrafo intitolato Il tempo è superiore allo spazio (EG 222-225), scrive:
"Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci." (EG 223).
La fisica newtoniana distingue come due realtà diverse il tempo e lo spazio, ma dal 1905, con la Teoria della relatività generale di Albert Einstein, il tempo non è più una realtà a sé, bensì è la quarta dimensione dello spazio. Nella visione della fisica contemporanea la superiorità del tempo sullo spazio, insegnata dal romano pontefice regnante è priva di senso. Ma non è questa la mia osservazione.
Papa Francesco afferma che: Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi, ed ancora: Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società.
Egli vuole privilegiare il tempo rispetto allo spazio. Tale visione plasma coerentemente le sue azioni, suscitando l'interesse divertito dei media, scaltramente venduto come la grande novità di questo papa, la nuova primavera della Chiesa.
Ma è compito del Romano Pontefice iniziare processi?
Spetta alla sacra Gerachia generare nuovi dinamismi?
Lungo la storia bimillenaria della Chiesa questo ruolo è sempre stato svolto dai movimenti carismatici, sia religiosi che laicali: il monachesimo nel IV secolo, Cluny e poi Citeaux nell'alto medioevo, gli ordini mendicanti e le confraternite nel basso medioevo, la riforma cattolica nel rinascimento, le congregazioni missionarie nel XIX secolo, i nuovi movimenti ed in particolare il pentecostalismo nel XX secolo. Questi processi non sono stati iniziati dalla gerarchia, ma da alcuni uomini e donne scelti e inviati dallo Spirito Santo, i carismatici.
La gerarchia si è sempre limitata prima a discernere se quella novità era da Dio, poi a valutare come integrarla dentro la compagine ecclesiale, a fare sì che il nuovo fosse orientato al bene di tutta la Chiesa e non al solo bene del singolo carismatico, o del suo gruppetto.
Per fare questo la gerarchia non può recitare due ruoli. Proprio per il bene maggiore che è quello comune. Scrive san Polo ai Corinzi:
"Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo" (1Cor 12,17-20).
Ecco forse manca la distinzione tra ciò che spetta alla gerarchia e ciò che spetta al resto del popolo di Dio: la gerarchia ha il carisma della sintesi, ma non la sintesi dei carismi. La gerarchia, papa compreso, deve lasciare che i processi, i nuovi dinamismi siano iniziati dal popolo santo di Dio ispirato dallo Spirito Santo. Il papa... si accontenti di fare il papa. E lo faccia, senza confusioni di ruoli.
E veniamo alla seconda osservazione.
Ritornando dalla GMG in Brasile, il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa in aereo, papa Francesco ha conquistato l'adorazione dei media e non solo, rispondendo alla domanda della giornalista Ilze Scamparini: "Come Sua Santità intende affrontare tutta la questione della lobby gay?". La risposta di sua santità è stata ridotta alla domanda retorica: "Chi sono io per giudicarla?". Non mi interessa il tema dell'omosessualità, bensì il tema del giudicare. Con questa battuta di cinque parole ha inchiodato la bara dove giace il buon senso e l'intelligenza umana.
Provo a rispondere alla domanda retorica formulata da sua Santità, con tre risposte simili che motivano il dovere di giudicare.
Lei deve giudicare perchè è un uomo, al quale Dio ha dato un'anima intelligente, cioè capace di giudicare il bene da fare ed il male da evitare.
Lei deve giudicare perché è un cristiano che ha ricevuto l'unzione battesimale grazie al quale può giudicare ciò che è secondo il vangelo di Gesù Cristo.
Lei deve giudicare perché è un ministro di Dio, consacrato con l'unzione sacerdotale, e coi suoi confratelli vescovi, a voi spetta il potere di legare e sciogliere.
Lei deve giudicare perché in virtù dell'elezione a vescovo di Roma e della sua libera accettazione, è il supremo pastore e maestro della fede, a lei spetta, dopo essersi convertito al Signore, di confermare i fratelli nella fede.
Terza ed ultima osservazione.
Tra le tante cose fatte o dette da papa Francesco e che sono state causa di amarezza, una prevale su tutte.
Da essa discendono tanti problemi, la situazione di crisi ed il clima da guerra civile nella Chiesa.
Si tratta della decisione con cui papa Francesco ha imposto, contro il regolamento del Sinodo dei Vescovi, di inserire nell'elenco finale delle propositiones del primo Sinodo sulla Famiglia, due proposte che erano state bocciate dal Sinodo: quella sulla comunione ai divorziati risposati e quella sull'omosessualità.
Quella decisione mancò di rispetto al Sinodo dei Vescovi e alla necessità di rispettare le leggi della Chiesa.
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venerdì 2 marzo 2018
sabato 4 ottobre 2014
Paolo VI, un papa nella tempesta
Calzante è la proposta di Scanzi che individua nel tema della modernità la chiave di lettura del pontificato di Montini. Direi tema più ambivalente che ambiguo. A maggior ragione se declinato come " poetica del camminare accanto all'uomo moderno con amicizia". Chiedo però se questa scelta di fondo di Paolo VI, ovvero di essere compagno dell'uomo in nome dell'amicizia, sia sufficiente, allora come oggi.
Sempre più chiaro emerge, e nella vita sociale e nella cultura attuali, che l'uomo moderno odia l'umano, sia l'umano che è in lui sia quello che è nell'altro. Che fare quando quest'uomo moderno accompagnato con amicizia dalla Chiesa uccide l'umano in sé e nell'altro?
Forse bisogna ricominciare a ricostruire dalle fondamenta la civiltà umana, sempre che non sia troppo tardi. Opera immane. Ci sono macerie da eliminare, cose preziose da recuperare, ripari di fortuna da approntare per proteggere i più deboli e nel contempo difenderci da chi continua a seminare odio per l'uomo e bombarda l'umanità con idee e azioni antiumane. Il card. de Lubac sj nel lontano 1943 identificava nell'ateismo, in particolare in Feuerbach, Compte e Nietzsche, la radice intellettuale dell'antiumenesimo (Il dramma dell'umanesimo ateo). Non si può prescindere dal giudizio, checchè ne dica papa Francesco, per rispetto della comune dignità umana e proprio per poter allestire un ospedale da campo che curi l'uomo ferito e non semplicemente ne sedi dolore e disagio. Infatti ogni cura presuppone una diagnosi in vista di una prognosi, tutte operazioni intellettuali proprie dell'arte medica che sono esercizi del giudicare. Viceversa il medico pietoso fa il malato gangrenoso. Il medico sceglie la via larga e facile della pietà quando dice ciò che il malato vuol sentirsi dire e non in scienza e coscienza quello che è giusto perché vero.
Che fare quando la via intrapresa dall'uomo moderno ha come meta il male e la morte?
Come si declina la compagnia amichevole della Chiesa per l'uomo moderno quando esso si rivela malvagio, mortifero e mortale?
Compagnia silenziosa e simpatetica, perciò sciapa ed inutile, oppure compagnia che mette sull'avviso anche alzando la voce, ma egualmente inutile perché inascoltata?
Fin dove deve spingersi la scelta di accompagnare l'uomo moderno sulle sue vie (la modernità secondo Del Noce è qualificata da scristianizzazione, antimetafisica, laicizzazione della fede)? Anche fino al punto di tradire se stessi, rinnegando la propria identità e la propria storia, annichilendosi nel vuoto mainstream del pensiero dominante, un pensiero così indebolito dal pensiero debole da non essere più pensiero ma chiacchiera rumorosa in cui la tecnoscienza domina incontrastata? Oppure bisogna custodire responsabilmente il dovere di obbedire alla coscienza illuminata dalla Verità?
Vera è la constatazione fatta da Ferrara circa la decisione di Paolo VI che non volle più scrivere alcuna enciclica dopo le contestazioni cui fu umiliato a causa dell' Humanae Vitae (1968), per non diventare causa di divisioni nella Chiesa. Vera e molto triste, perché ingiusta fu la contestazione e rinunciataria la reazione papale. Gesù disse: " Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l'uomo da suo padre [...] e nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa" (Mt 10,34-36).
Talvolta le polemiche sono inutili perché sterili, altre volte sono necessarie e vanno combattute senza paura.
Complimenti alla fondazione san Benedetto per aver invitato Ferrara e Scanzi a dialogare su Paolo VI.
Come un marziano, ho scoperto solo nell'Aula Magna della Cattolica, dove si è svolto l'incontro, delle polemiche che hanno animato il peteguless della provinciale città di Brescia, anzi, dei provinciali cattolici bresciani. Su queste acide zitelle emerge per signorilità ed umanità Giuliano Ferrara.
Riflettendo sulla situazione ho catalogato due tipi di non credenti e altresì due tipi di credenti.
C'è il non credente felice e soddisfatto della sua miscredenza nella quale orgoglioso crede, incosciente dell'autocontraddizione; di solito costoro odiano visceralmente il corpo di Cristo.
Il secondo tipo di non credente è infelice perché conscio di non avere qualcosa in cui credere cerca e desidera e quasi invidia il credente, non perché tale, ma perché ha trovato.
C'è il credente infelice e insoddisfatto perché non ama la verità in cui gli tocca credere suo malgrado e invidia il miscredente felice e lo cerca perché gli sia maestro.
Infine c'è il credente felice perché ama umilmente la verità che l'ha trovato.
Mentre il credente infelice cerca il miscredente felice, il miscredente infelice cerca il credente felice.
domenica 28 settembre 2014
Paolo VI beato
Sono
un cattolico bresciano, nato quattro mesi prima della conclusione del Concilio
Vaticano II, e mi vanto di aver ricevuto al fonte battesimale il nome
dell’apostolo delle genti e ciò in onore di papa Montini che due anni prima
aveva scelto il nome di Paolo per esprimere: “l'ansia missionaria per la diffusione universale, chiara, suadente
dell'Evangelo” come il neoeletto disse nel suo primo messaggio rivolto
all’intera famiglia umana (22 giugno 1963). Così dal 19 ottobre 2014 avrò un
altro patrono in cielo, accanto a san Paolo apostolo, il beato papa Paolo VI.
La
beatificazione di Paolo VI cade in occasione del Sinodo dei Vescovi che si
terrà sulla famiglia nel contesto
dell’evangelizzazione. Tre elementi che hanno radici nell’opera di papa
Montini: il Sinodo dei Vescovi, la famiglia e l’evangelizzazione. Il Sinodo dei
Vescovi fu istituito da Paolo VI “per
dare ai vescovi la possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più
efficace alla Nostra sollecitudine per la Chiesa universale” (Apostolica sollicitudo) e lo volle come:
“consiglio permanente di Vescovi per la
Chiesa universale, soggetto direttamente ed immediatamente alla Nostra potestà”.
La famiglia è elemento centrale dell’HumanaeVitae, enciclica dedicata al “dovere di trasmettere la vita umana, per il
quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore”
(HV 1). Tale Enciclica divenne la più contestata della storia ecclesiastica
sulla quale si coagularono così tante critiche da indurre il prolifico autore
nonché papa Montini a cessare di scriverne, mentre nei primi cinque anni di
pontificato aveva scritto ben sei Encicliche. L’evangelizzazione fu uno degli
assi portanti del suo pontificato, oltre al nome scelto come Sommo Pontefice,
egli come novello apostolo delle genti ricominciò i viaggi apostolici per
portare ad ogni uomo e a tutto l’uomo il Vangelo di Gesù Cristo.
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| Papa Paolo VI 21.VI.1963-6.VIII.1978 |
Ma se
si vuole onorare in spirito e verità
la memoria di questo grande papa del XX secolo, la Santa Madre Chiesa deve intraprendere un serio esame di coscienza,
per giudicare davanti a Dio il comportamento tenuto dalla Chiesa e dai suoi
membri nei confronti di papa Paolo VI per fare ammenda pubblicamente e
sinceramente del male arrecatogli e così arrecato alla causa del Vangelo. Solo
così onoreremo sinceramente il papa bresciano e renderemo giustizia al suo
pontificato. Non ha senso metterlo sugli altari per continuare nell’opera
infausta di tradimento dei suoi insegnamenti. Bisogna fare un’operazione di
verità sul suo pontificato che si svolse in anni cruciali per la Chiesa e per
l’umanità, gli anni '60 e '70 del secolo scorso. Anni in cui continuò lo
scontro tra i due blocchi. Nel blocco orientale i regimi comunisti
perseguitarono violentemente e frontalmente la Chiesa, cercando di estirpare
Dio dal cuore dell’uomo e della società, e formare l’uomo nuovo. Nel blocco
occidentale l’opera di scristianizzazione si svolgeva e prosegue fino ad oggi
in modo non violento e subdolo, riducendo gli spazi a disposizione della
dimensione religiosa umana e del fatto cristiano alle sole parrocchie, poi alla
sagrestia, infine alla coscienza individuale, cercando di rendere la questione
di Dio irrilevante perché insignificante, al più un mero reperto del passato.
Mentre il comunismo stava ancora dilatando i suoi spazi nelle periferie del
mondo, il colonialismo ottocentesco stava smobilitando con il lungo processo
della decolonizzazione e della formazione di nuovi Stati nel terzo e quarto
mondo. Nel primo mondo, dal 1968 in poi, una nuova crisi sociale, politica e
culturale travolse società uscite da poco dalla ricostruzione post bellica, in
Italia la società si stavano inurbando in seguito al rapido processo di
industrializzazione. Anni cruciali anche per la Chiesa, la cui vita venne
segnata dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica che bene o male ne
scaturì; dalla partecipazione ufficiale della Chiesa Cattolica al movimento
ecumenico; dalla riformulazione della dottrina e della pastorale; dalla grave
crisi delle vocazioni sacerdotali e degli antichi ordini religiosi e dalla
crescita dei movimenti nella Chiesa; dalla conversione della Chiesa e del
cristianesimo da fenomeno prevalentemente occidentale, a fenomeno mondiale; la
fiammata della teologia della liberazione.
Paolo
VI viene spesso chiamato papa del Concilio. Definizione ambigua che richiede
d'essere precisata. Montini fu uno dei due papi del Concilio Vaticano II
assieme a papa Roncalli che il Concilio lo convocò e ne guidò il primo periodo
(1962-63). Paolo VI riconvocò il Concilio, lo guidò nei successivi tre periodi
(1963-65) e approvò i sedici documenti conciliari; solo grazie alla sua
vigilanza, lungimirante e cattolica, tutti i documenti del Concilio vennero
approvati a stragrande maggioranza, quasi all’unanimità, evitando così il
rischio gravissimo di una scisma. Fu sicuramente un papa del Concilio reale che
si svolse nella Basilica Vaticana e che parlò per mezzo dei suoi testi, mentre
non fu mai il papa del pseudo-concilio che si svolse sui media e che prese il
sopravvento nell’opinione pubblica del mondo e nella giovanissima opinione
pubblica della Chiesa. Anzi, Paolo VI fu subito la bestia nera dei fautori
dello spirito del Concilio, spirito evanescente, disincarnato e molto utopico,
come andava di gran moda negli anni '60 del secolo scorso. Papa Montini impose
la Nota esplicativa previa alla Costituzione dogmatica sulla Chiesa, con cui
collocò la collegialità episcopale dentro e sotto il primato petrino del
vescovo di Roma, in continuità con la Tradizione cattolica ed in particolare
con il Concilio Vaticano I. Perciò i fautori dello spirito del Concilio lo
considerarono traditore del loro concilio e iniziarono a contrapporlo all’altro
papa del Concilio, a san Giovanni XXIII, cosa che si ripeté ad ogni papa
successivo, essendo sempre meglio il papa appena morto del papa regnante.
Quindi da buon bresciano coi piedi per terra, seppur raffinato intellettuale,
Paolo VI fu il papa del Concilio reale, un Concilio da interpretare e da
attuare nel solco della Tradizione, come insegnato da Bendetto XVI.
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| Basilica Vaticana 29 settembre 1963, Paolo VI intronizza i Vangeli all'inizio della II Sessione Concilio Vaticano II |
Paolo
VI ha unito indelebilmente il suo nome alla riforma liturgica scaturita dal
Concilio Vaticano II, avendo promulgato tutti i libri liturgici riformati
secondo i decreti di quel Concilio. Come tutte le opere umane, anche quelle
ispirate da Dio, pure la riforma liturgica nata dal Vaticano II è perfettibile
e deve essere valutata sia riguardo alla coerenza coi decreti conciliari, sia
riguardo ai frutti spirituali che ha portato. Un impegno, questo, enorme che
sarà svolto negli anni a venire. Mi permetto solo alcune considerazioni che
sono il mio modestissimo contributo a tale messa a punto.
Trovo
errata la decisione di togliere dal Salterio liturgico i Salmi ed i versetti
imprecatori, come stabilito dalla Costituzione Apostolica Laudis Canticum: “In questa
nuova distribuzione dei salmi sono stati omessi alcuni salmi e versetti
dall'espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che
potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna”(LC 4). Di
fatto il Salterio liturgico attualmente in uso nella Chiesa Cattolica è
filomarcionita, per suo tramite tale antica eresia si è nuovamente introdotta
nella Chiesa. Sono state omesse dal
Breviario quelle parole di Dio giudicate dure.
Così facendo non si accetta di stare sotto il giudizio di Dio che parla, ma si
osa giudicarne le parole, imitando non il divino Maestro, ma quei discepoli che
dopo aver ascoltato il discorso sul pane di vita nella Sinagoga di Cafarnao
dissero: “Questa parola è dura! Chi può
ascoltarla?” (Gv 6,60). Siffatta scelta arrogante e al contempo
rinunciataria si ripercuote e si moltiplica in altri ambiti della vita della
Chiesa, divenuta incapace di chiedere impegno serio e responsabile ai suoi
membri. L’uomo cerca la sfida, desidera essere messo alla prova, vuole
impegnarsi a superare i suoi limiti e se non trova ciò dalla Chiesa, lo cerca
altrove.
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| Paolo VI orante |
La
riforma del Rito della Messa si caratterizza per due novità principali, pur non
riducendosi ad esse: l’abbandono del latino come unica lingua liturgica per
adottare le lingue vernacolari; il cambio di direzione del sacerdote,
dall’essere rivolto verso il Signore all’essere rivolto verso il popolo. In
particolare questo cambio di orientamento è stato decisivo nel marcare il
cambiamento tra l’una e l’altra forma del Rito. Mi pare che la soluzione
adottata non sia affatto soddisfacente. Essa pecca, esattamente come la
precedente, di parzialità e di staticità, rappresentando una sola metà della
mediazione di Cristo. Nella forma straordinaria del Rito Romano il sacerdote
rappresenta esclusivamente il popolo che prega rivolto a Dio, mentre nella
forma ordinaria del medesimo e unico Rito rappresenta esclusivamente Dio che si
rivolge al popolo. Viceversa il ruolo del sacerdote nella Liturgia Eucaristica
è di agire nella persona di Cristo capo, rappresentando dal vivo l’unico
Mediatore tra Dio e gli uomini, la cui mediazione consta di due movimenti
inseparabili e distinti: essere Dio per gli uomini ed essere uomo per Dio. La
mediazione di Cristo si fonda sulla divina incarnazione del Verbo ed esprime la
sua passione, morte, resurrezione e ascensione. Per rappresentare visibilmente
tale mediazione di Cristo, il sacerdote dovrebbe rivolgersi ora verso il
popolo, ora verso il Signore: rivolto al popolo quando rappresenta la
rivelazione di Dio avvenuta in Cristo, rivolto al Signore Dio quando
rappresenta l’umanità redenta da Cristo che prega il Padre. Quindi il sacerdote
dovrebbe girare attorno all’altare e non stare fermo in una sola posizione,
perché Cristo, al cui mistero sacerdotale appartiene, non è solo Dio né solo
uomo, ma è Dio e Uomo.
Paolo
VI è stato il papa del dialogo, dialogo della Chiesa con il mondo
contemporaneo, come egli scrisse
mirabilmente nell’Ecclesiam suam,
enciclica programmatica del suo pontificato. Dialogò ininterrottamente con
tutti, esercitando le doti umane e spirituali affinate nei lunghi anni al
servizio della Chiesa. Paolo VI ha elencato gli interlocutori del dialogo ai
quali la Chiesa desidera rivolgersi, con la bella figura dei cerchi concentrici
che si formano sull’acqua, partendo dall’esterno il primo cerchio sono gli
uomini, poi i credenti in Dio, quindi i cristiani fratelli separati, infine i
figli della Chiesa Cattolica. Purtroppo fu un dialogo presto interrotto! Paolo
VI non cambiò idea, non smise di credere nel dialogo e di praticarlo nonostante
molte porte gli furono chiuse in faccia. Rimase un convinto assertore del
dialogo fin dentro la tragedia del terrorismo che insanguinò quel periodo della
storia italiana, stagione culminata nel sequestro Moro, ucciso dai terroristi
delle Brigate Rosse. Restano indelebili ed inascoltate le parole con cui si
rivolse prima agli uomini delle BR e poi, poco dopo, a Dio. Il dialogo da lui
pensato per riconciliare la Chiesa con il mondo abortì perché l'interlocutore
non era interessato a dialogare con la Chiesa. Accadde nuovamente quello che
era già successo all’apostolo Paolo quando parlò all’agora ateniese: “Quando sentirono parlare di resurrezione dei
morti alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un'altra
volta»” (At 17, 32). Paolo VI venne e viene deriso dai figli della Chiesa
Cattolica, cardinali, vescovi, preti, religiosi e laici che contestarono e
rifiutarono l’Humanae Vitae senza per
questo subire alcuna conseguenza, ma venendo osannati dalla stampa e dagli
intellettuali: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo
stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26).
Il
nodo tuttora irrisolto è appunto il dialogo interrotto perché rifiutato. Al
rifiuto patito Paolo VI reagì da buon cattolico lombardo e perciò
inevitabilmente borghese, facendo penitenza personale: indossò il cilicio fino alla morte. Ma ciò
non è una soluzione, al massimo è una soluzione temporanea o parte di una soluzione
ancora da trovare. Cosa deve fare la Chiesa se il mondo contemporaneo la
ignora, la deride, la elimina?
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| Roma 13 maggio 1978, Paolo VI alla messa in suffragio di Aldo Moro |
sabato 1 febbraio 2014
Contro Maradiaga
Il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga SDB, arcivescovo di
Tegucigalpa e coordinatore del C8 (la commissione di 8 Cardinali che
consigliano papa Francesco sulla riforma della Curia Romana), ha rilasciato il
20 gennaio un'intervista esplosiva al quotidiano tedesco Kölner
Stadt-Anzeiger, tradotta e pubblicata sul Il Foglio di giovedì 23 gennaio 2014.
Innanzitutto, perché proprio il Kölner Stadt-Anzeiger? Esso non è uno dei principali giornali tedeschi, ma semplicemente un quotidiano locale di Colonia. Forse questa scelta è stata dettata dal fatto che in seguito alle dimissioni per raggiunti limiti d'età del card. Meisner, arcivescovo di Colonia, il Capitolo cattedrale sta selezionando la terna dei candidati da inviare alla Santa Sede? Oppure per lisciare il pelo nel verso giusto alla economicamente potente Chiesa Cattolica tedesca da parte del presidente di Caritas Internationalis?
Condivido ben poco delle parole dette dal cardinal Maradiaga nell'intervista a KSA, tra le poche condivise, questa: "la chiesa non è semplicemente un'istituzione creata dall'uomo, ma è opera divina", infatti essa permane nei secoli nonostante gli uomini cui è stata affidata, quel clero del quale è membro eminente proprio il cardinale honduregno. L'entusiasta cardinale honduregno parla di una nuova era, ma intende soltanto mezzo secolo; ed io che credevo la durata delle ere fosse di milioni di anni o almeno di millenni. Inizio della nuova era è il Romano Pontefice regnante, simile a papa Giovanni XXIII: "quando spalancava le finestre della chiesa, per farvi entrare aria fresca". Spalancare le finestre è certamente necessario per arieggiare la casa. Dopo aver aperto le finestre è opportuno richiuderle, soprattutto a queste latitudini e nella stagione invernale, perché si fa presto a far buscare un raffreddore. Restando poi in ambito architettonico, credo che i pastori non debbano preoccuparsi della freschezza dell'aria dentro la chiesa, aprendo o chiudendo le sue finestre; la qualità dell'aria nella chiesa è affare di nostro Signore, mentre dovere di tutti i cristiani è ascoltarlo: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese". I pastori dovrebbero preoccuparsi di portare il buon profumo di Cristo risorto nel mondo, fuori dalle sagrestie, dalle curie e dalle redazioni.
Ma guardiamo alle affermazioni che non condivido.
Il cardinale salesiano invoca: "Più cura pastorale che dottrina", rivelando un tratto autobiografico, infatti è diplomato in psicologia clinica e psicoterapia. Se fosse diplomato in scienze motorie, forse avrebbe detto più esercizi ginnici che spirituali. Ergo la soluzione è stendersi sul lettino dello psicanalista e farsi massaggiare l'anima dai soli esperti rimasti, dato che i preti hanno abdicato da anni alla cura d'anime, debbono fare ginnastica per: "seguire il mondo che cambia velocemente". Ognuno evidentemente sceglie chi seguire, forse anche i pastori dovrebbero chiedersi chi vogliono seguire, perché poi le pecore li seguono. A me sembra che la chiesa stia annegando per troppa cura pastorale e viceversa manchi l'annuncio franco della dottrina. Legge suprema della chiesa è la salus animarum, cioè la salvezza delle anime (CIC 1752). Cos’è la salvezza? Da che cosa dipende? Le lettere dell’apostolo Paolo sono istruttive, proprio in merito al rapporto tra dottrina e cura pastorale. Ad una prima parte dottrinale, nella quale l’apostolo annuncia il Vangelo della salvezza, la Verità salvifica della morte e resurrezione di Gesù, egli fa seguire una seconda parte parenetica che deriva e si regge interamente sulla prima parte dottrinale, dove tira delle conseguenze particolari e specifiche per la chiesa cui indirizza quella lettera. Quindi, la contrapposizione tra dottrina e pastorale è inconsistente, non solo umanamente ma anche apostolicamente e come scrisse l'apostolo delle genti: "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole." (2Tim 4,3-4).
Ma ascoltiamo ancora le parole ispirate del cardinale Maradiaga sul confratello vescovo Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (non della pastorale, ma proprio della dottrina). L'intervistatore tedesco domanda: "Il suo confratello e futuro cardinale Gerhard Ludwig Müller, nonché prefetto della congregazione della Fede, sembra tenere maggiormente in considerazione l’autorità della chiesa." Il riferimento implicito è all'articolo di mons. Muller sull'indissolubilità del matrimonio pubblicato dall'Osservatore Romano il 23 ottobre 2013, ma originariamente scritto in tedesco e pubblicato da Die Tagespost il 15 giugno 2013.
Maradiaga: (ride) Ho letto. E ho pensato: “Potresti avere ragione, ma anche torto”. Voglio dire, lo capisco. E’ un tedesco, e per giunta un professore, un professore di Teologia tedesco. La sua mentalità concepisce solo il giusto e lo sbagliato. Basta. Io però rispondo: “Fratello mio, il mondo non è così. Dovresti essere un po’ più flessibile nell’ascoltare i punti di vista altrui. Così non finisci per ritrovarti a dire solo altolà, qui è il muro e oltre non si va”. Ma penso che ci arriverà anche lui.
Anch'io ho letto questa risposta e ho pensato: "Ma dove ha imparato a sragionare in modo siffatto". Come può pensare che qualcuno possa avere ragione e torto sullo stesso argomento? Se il tedesco professore di teologia ha ragione il matrimonio è indissolubile, se invece ha torto il matrimonio è dissolubile, ma non può avere ragione e torto contemporaneamente. Non è la mentalità tedesca che "concepisce solo il giusto e lo sbagliato" è il buon senso, il buon uso della ragione a concepirlo. In logica si chiama principio di non contraddizione. Che senso ha invitare ad essere più flessibile nell'ascoltare? Flessibilità e durezza non sono attributi idonei all'ascolto. L'orecchio è aperto all'ascolto oppure è chiuso, sordo. Forse il cardinale intendeva per ascolto ciò che segue, cioè l'adesione personale a ciò che si è udito. Ma in questo caso si cade dalla padella alla brace, perchè in campo di fede l'adesione personale va alla propria coscienza, cosa che reputo abbiano fatto sia l'honduregno cardinale nell'intervista che il tedesco professore nell'articolo. Inoltre perché l'argomento del contendere, l'indissolubilità matrimoniale, non sembra da bar sport dove le diverse opinioni e i differenti punti di vista hanno diritto di esprimersi e volare con la fantasia. Per motivi di coscienza san Giovanni Battista e san Thomas More ci rimisero la testa. Se fossero stati più flessibili nell'ascoltare le opinioni altrui avrebbero forse conservato la testa. Cosa glielo impedì? Non fu il dovere di essere fedeli alla propria coscienza, anche a costo della vita? Ebbero ragione o torto, giacché l'ipotesi del Maradiaga, che avessero ragione e torto, non può esistere?
Senza dubbio tutte le parole devono essere interpretate. Anche quelle di Gesù, il quale raramente parlò in modo oscuro, più spesso chiaramente, come per esempio sul matrimonio. Il Nazareno riporta il matrimonio al progetto originario di Dio contro tutte le interpretazioni casuistiche dei rabbini. Basta leggere nel discorso della montagna l’antitesi dedicata al matrimonio indissolubile: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio [Es 20,14; Dt 5,18]. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio" [Dt 24,1]. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” (Mt 5,27-32). Forse un elemento del contesto storico di queste parole di Gesù è la discussione tra rav Hillel e rav Shammai, due grandissimi rabbini vissuti nel periodo intertestamentario, sulle cause lecite di ripudio della moglie. Hillel è più flessibile rispetto a Shammai, un duro conservatore la cui mentalità è simile a quella del teologo tedesco, deriso dal cardinale honduregno. Salvo che Gesù è ancora più duro del già duro Shammai e del teologo tedesco la cui mentalità ristretta comprende solo il giusto e lo sbagliato, il vero e il falso. Dipende in che verso si legge, secondo Dio o contro? Questa alternativa secca è anche alla base di una altra parola di Gesù sul matrimonio, nella quale rispondendo ad una tipica domanda rabbinica circa i motivi leciti per ripudiare la moglie, Gesù abroga il permesso mosaico del ripudio perché grazie a lui, Verbo incarnato di Dio, si può nuovamente risalire al progetto originario di Dio sulla coppia umana e soprattutto si può vincere la durezza del cuore, da Gesù identificata come la causa del permesso mosaico: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?". Egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto". Gli domandarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?". Rispose loro: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio".” (Mt 19,3-9). Certo tutto si può interpretare, ma ogni interpretazione deve partire e ritornare al testo che fa testo. Bisogna ricordare che proprio la caduta, il peccato originale, nasce dall’interpretazione fatta dal Tentatore delle parole di Dio e alla sua scuola interpretativa, dall’interpretazione fatta dalla donna delle stesse parole di Dio. Il demonio è Padre della menzogna perché inganna la donna mettendo sulla bocca del Creatore parole che Dio non ha detto; la donna ingannata, cerca di correggere il diavolo, ma scegliendolo come interlocutore, accetta le sue premesse interpretative, il suo adulterare le parole di Dio, adulterandole lei stessa. Ecco le vere parole dette da Dio all’uomo: “Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire".” (Gen 2,16-17). Il comando di Dio è che si possa mangiare di tutti gli alberi del giardino meno uno. Ecco invece le parole che il serpente pone sulla bocca di Dio e come le riferisce la donna: “Il serpente […] disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"". (Gen 3,1-3). Il serpente subdolo chiede se sia vero il falso, cioè se Dio abbia vietato di mangiare di ogni albero, uno spiritualismo che rivela molto del demonio, antitetico al realismo buono di Dio creatore di tutto. La donna scioccamente risponde, accettando la provocazione demoniaca e cade nella trappola del più astuto di lei, cerca di correggere la troppo palese falsificazione diabolica delle parole divine, ma non resiste alla demoniaca tentazione di perfezionarle, aggiungendo un di più che storpia, il divieto non solo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma anche di toccarlo, divieto che non ha origine divina ma umana.
Una malattia oftalmica inficia la visione della realtà sociale contemporanea e del magistero della chiesa. Non nego che ci siano numerosi fallimenti matrimoniali, ma da qui a dire che vi sono solo questi… Ci sono molti matrimoni che funzionano e penso che siano ancora la più parte. Come si può squalificarli facendo di tutta un’erba un fascio, dichiarando: “Quel genere di famiglia oggi non esiste quasi più”. Questa è una falsificazione della realtà uguale e contraria a quella che nega che ci siano problemi: questi ci sono da che mondo è mondo, ma non ci sono solo le difficoltà. Certo che si verificano incidenti automobilistici, ma nessuno si sogna di abolire le automobili, ne tantomeno di abrogare il codice della strada perché viene violato. Il cardinale parlando del "genere di famiglia che non esiste quasi più" si riferisce alla famiglia di cui ha scritto il beato Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Così facendo il cardinale Maradiaga confonde il Magistero del papa espresso nella Familiaris Consortio e nelle sue Catechesi sul matrimonio e sulla vocazione dell'amore sponsale, con l’attuale situazione sociale, per di più descritta con la lente pessimista dei fallimenti. Il Magistero indica una meta da raggiungere, per la quale vale la pena di combattere, a patto di volerlo. Sembra invece che una parte della chiesa abbia rinunciato alla sua vocazione alla santità, contravvenendo il magistero del Concilio Vaticano II che nella Lumen Gentium tratta dell'universale vocazione alla santità. Oppure, siccome sono passati già cinquant’anni dall'evento conciliare i suoi insegnamenti sono già superati?
Bisogna prendere sul serio il giudizio (in realtà un pregiudizio) espresso in queste parole del cardinale Maradiaga: “la sfida pastorale richiede risposte al passo coi tempi. Risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”. Sua Eminenza a cosa si riferisce? Forse negli ultimi cinquan’anni, dopo che il beato Giovanni XXIII spalancò le finestre della chiesa, vi sono state risposte della chiesa fondate sull’autoritarismo e sul moralismo? Ricordo un paio di episodi. Il trattamento riservato dal beato Giovanni XXIII a san Pio da Pietralcina non fu esempio di autoritarismo? Il trattamento riservato da ampie fette della chiesa a Paolo VI e al suo magistero papale in seguito alla sua ultima enciclica, l’Humanae Vitae, non è forse esempio di moralismo? Cos’è autoritaritario? La semplice esistenza di un’autorità? La dittatura dei desideri non è forse autoritaria? Anche la voce interiore della coscienza, quando imperiosa esige d’essere obbedita, lo è? La sciocca accusa di autoritarismo spesso ne cela uno peggiore e più subdolo che ottiene con la dolce persuasione la supina omologazione al pensiero dominante. Cos’è moralistico? La riduzione della ricca vita morale dell’uomo ai comandamenti? Dimentichiamo forse che i comandamenti sono il necessario corollario della libertà, senza i quali la libertà scade nel libertinismo delle élite e dei superuomini. Senza la prescrizione dei comandamenti morali che richiedono di fare o non fare qualcosa, la libertà non nasce e non si struttura, non cresce, ma rimane uno sterile e informe desiderio di felicità, senza però la capacità di esserlo. Senza questa giustizia la misericordia si riduce a giustificare il peccato, invece che a perdonare il peccatore. Questo è ciò che cercano gli adolescenti, ciò che esige il Potere mondano, è la vita della massa. Ma questo non è ciò che vuole Dio e nemmeno ciò che desidero per la mia vita e per quella dei miei cari.
Infine ecco la dichiarazione d’intenti del novello riformatore: “Ci sono molte cose che devono cambiare nella chiesa. […] Le strutture devono essere al servizio delle persone. E se il mondo cambia velocemente, le strutture ecclesiastiche, della curia, devono riuscire a stare al passo dei mutamenti”. Che squallida visione della chiesa, letteralmente ridotta ad una multinazionale, una pia ONG. I cambiamenti auspicati nella chiesa, ridotti a mero ricambio delle strutture. Ma la chiesa, insegna il Vaticano II e tutti i santi, non è le sue strutture, le curie e gli uffici pastorali che si sono moltiplicati a sproposito a tutti i livelli, dalla semplice parrocchia alla chiesa universale. Una burocrazia che si autoalimenta. La chiesa non è più il mistero dell’umanità nuova che ha origine nella santa Trinità, il popolo di Dio, il sacramento dell’unità tra Dio e l’umanità? Che fine han fatto tutte queste categorie teologiche ripescate dal Concilio del secolo scorso dal ricco patrimonio tradizionale della chiesa. Vogliamo veramente riformare la chiesa? Bisogna iniziare da sé, iniziando o rafforzando il proprio cammino di santità, giacché solo i santi hanno reso migliore e più credibile colei che è nostra madre. E di solito i santi non hanno preso a modello il mondo, lento o veloce che sia, ma il Vangelo. Aboliamo la maggior parte degli uffici pastorali, giacché non servono a molto, e liberiamo energie per essere cristiani e per evangelizzare. Guardate come nacque e come si conservò in vita la chiesa coreana: dei veri cristiani laici vissero la loro fede e per alcuni secoli la trasmisero, senza clero, senza pastorale, senza burocrazie ecclesiali.
Una riforma strutturale forse è possibile, ma non credo se ne parlerà. Riforma disciplinare pienamente fedele alla divina Rivelazione: permettere agli uomini sposati, i cosiddetti viri probati, di accedere al sacramento del ministero ordinato, non solo al grado del diaconato già possibile, ma per lo meno a quello del presbiterato. Le testimonianze scritturistiche a favore sono due. Innanzitutto la volontà di Gesù che scelse tra i suoi apostoli almeno un uomo sposato, Simone poi detto Pietro, altrimenti il Signore non avrebbe potuto guarire la suocera di Simon Pietro (cfr. Mc 1,30). Dove c’è una suocera, c’è una moglie. Dove c’è una moglie c’è un uomo sposato. Quindi la precisa indicazione dell’apostolo Paolo, il quale nella prima lettera a Timoteo elenca i criteri per scegliere tra i candidati all’episcopato: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi” (1Tim 3,2-4). Le due testimonianze bibliche sono confermate dalla prassi attuale della Chiesa Cattolica che in due casi limitati già ammette uomini sposati al sacerdozio ordinato. Si tratta delle Chiese cattoliche di rito greco e degli Ordinariati cattolici per le comunità anglicane. Già ci sono uomini sposati che sono sacerdoti cattolici ed esercitano lecitamente, si tratta soltanto di estendere questa facoltà anche alle chiese di rito latino. Non si tratta di permettere ai preti celibi di sposarsi, ma solo di concedere agli uomini sposati di diventare preti. Questo permetterebbe di valorizzare e l’istituto matrimoniale e il carisma divino del celibato, ora ridotto a legge umana ecclesiale.
Innanzitutto, perché proprio il Kölner Stadt-Anzeiger? Esso non è uno dei principali giornali tedeschi, ma semplicemente un quotidiano locale di Colonia. Forse questa scelta è stata dettata dal fatto che in seguito alle dimissioni per raggiunti limiti d'età del card. Meisner, arcivescovo di Colonia, il Capitolo cattedrale sta selezionando la terna dei candidati da inviare alla Santa Sede? Oppure per lisciare il pelo nel verso giusto alla economicamente potente Chiesa Cattolica tedesca da parte del presidente di Caritas Internationalis?
Condivido ben poco delle parole dette dal cardinal Maradiaga nell'intervista a KSA, tra le poche condivise, questa: "la chiesa non è semplicemente un'istituzione creata dall'uomo, ma è opera divina", infatti essa permane nei secoli nonostante gli uomini cui è stata affidata, quel clero del quale è membro eminente proprio il cardinale honduregno. L'entusiasta cardinale honduregno parla di una nuova era, ma intende soltanto mezzo secolo; ed io che credevo la durata delle ere fosse di milioni di anni o almeno di millenni. Inizio della nuova era è il Romano Pontefice regnante, simile a papa Giovanni XXIII: "quando spalancava le finestre della chiesa, per farvi entrare aria fresca". Spalancare le finestre è certamente necessario per arieggiare la casa. Dopo aver aperto le finestre è opportuno richiuderle, soprattutto a queste latitudini e nella stagione invernale, perché si fa presto a far buscare un raffreddore. Restando poi in ambito architettonico, credo che i pastori non debbano preoccuparsi della freschezza dell'aria dentro la chiesa, aprendo o chiudendo le sue finestre; la qualità dell'aria nella chiesa è affare di nostro Signore, mentre dovere di tutti i cristiani è ascoltarlo: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese". I pastori dovrebbero preoccuparsi di portare il buon profumo di Cristo risorto nel mondo, fuori dalle sagrestie, dalle curie e dalle redazioni.
Ma guardiamo alle affermazioni che non condivido.
Il cardinale salesiano invoca: "Più cura pastorale che dottrina", rivelando un tratto autobiografico, infatti è diplomato in psicologia clinica e psicoterapia. Se fosse diplomato in scienze motorie, forse avrebbe detto più esercizi ginnici che spirituali. Ergo la soluzione è stendersi sul lettino dello psicanalista e farsi massaggiare l'anima dai soli esperti rimasti, dato che i preti hanno abdicato da anni alla cura d'anime, debbono fare ginnastica per: "seguire il mondo che cambia velocemente". Ognuno evidentemente sceglie chi seguire, forse anche i pastori dovrebbero chiedersi chi vogliono seguire, perché poi le pecore li seguono. A me sembra che la chiesa stia annegando per troppa cura pastorale e viceversa manchi l'annuncio franco della dottrina. Legge suprema della chiesa è la salus animarum, cioè la salvezza delle anime (CIC 1752). Cos’è la salvezza? Da che cosa dipende? Le lettere dell’apostolo Paolo sono istruttive, proprio in merito al rapporto tra dottrina e cura pastorale. Ad una prima parte dottrinale, nella quale l’apostolo annuncia il Vangelo della salvezza, la Verità salvifica della morte e resurrezione di Gesù, egli fa seguire una seconda parte parenetica che deriva e si regge interamente sulla prima parte dottrinale, dove tira delle conseguenze particolari e specifiche per la chiesa cui indirizza quella lettera. Quindi, la contrapposizione tra dottrina e pastorale è inconsistente, non solo umanamente ma anche apostolicamente e come scrisse l'apostolo delle genti: "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole." (2Tim 4,3-4).
Ma ascoltiamo ancora le parole ispirate del cardinale Maradiaga sul confratello vescovo Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (non della pastorale, ma proprio della dottrina). L'intervistatore tedesco domanda: "Il suo confratello e futuro cardinale Gerhard Ludwig Müller, nonché prefetto della congregazione della Fede, sembra tenere maggiormente in considerazione l’autorità della chiesa." Il riferimento implicito è all'articolo di mons. Muller sull'indissolubilità del matrimonio pubblicato dall'Osservatore Romano il 23 ottobre 2013, ma originariamente scritto in tedesco e pubblicato da Die Tagespost il 15 giugno 2013.
Maradiaga: (ride) Ho letto. E ho pensato: “Potresti avere ragione, ma anche torto”. Voglio dire, lo capisco. E’ un tedesco, e per giunta un professore, un professore di Teologia tedesco. La sua mentalità concepisce solo il giusto e lo sbagliato. Basta. Io però rispondo: “Fratello mio, il mondo non è così. Dovresti essere un po’ più flessibile nell’ascoltare i punti di vista altrui. Così non finisci per ritrovarti a dire solo altolà, qui è il muro e oltre non si va”. Ma penso che ci arriverà anche lui.
Anch'io ho letto questa risposta e ho pensato: "Ma dove ha imparato a sragionare in modo siffatto". Come può pensare che qualcuno possa avere ragione e torto sullo stesso argomento? Se il tedesco professore di teologia ha ragione il matrimonio è indissolubile, se invece ha torto il matrimonio è dissolubile, ma non può avere ragione e torto contemporaneamente. Non è la mentalità tedesca che "concepisce solo il giusto e lo sbagliato" è il buon senso, il buon uso della ragione a concepirlo. In logica si chiama principio di non contraddizione. Che senso ha invitare ad essere più flessibile nell'ascoltare? Flessibilità e durezza non sono attributi idonei all'ascolto. L'orecchio è aperto all'ascolto oppure è chiuso, sordo. Forse il cardinale intendeva per ascolto ciò che segue, cioè l'adesione personale a ciò che si è udito. Ma in questo caso si cade dalla padella alla brace, perchè in campo di fede l'adesione personale va alla propria coscienza, cosa che reputo abbiano fatto sia l'honduregno cardinale nell'intervista che il tedesco professore nell'articolo. Inoltre perché l'argomento del contendere, l'indissolubilità matrimoniale, non sembra da bar sport dove le diverse opinioni e i differenti punti di vista hanno diritto di esprimersi e volare con la fantasia. Per motivi di coscienza san Giovanni Battista e san Thomas More ci rimisero la testa. Se fossero stati più flessibili nell'ascoltare le opinioni altrui avrebbero forse conservato la testa. Cosa glielo impedì? Non fu il dovere di essere fedeli alla propria coscienza, anche a costo della vita? Ebbero ragione o torto, giacché l'ipotesi del Maradiaga, che avessero ragione e torto, non può esistere?
Senza dubbio tutte le parole devono essere interpretate. Anche quelle di Gesù, il quale raramente parlò in modo oscuro, più spesso chiaramente, come per esempio sul matrimonio. Il Nazareno riporta il matrimonio al progetto originario di Dio contro tutte le interpretazioni casuistiche dei rabbini. Basta leggere nel discorso della montagna l’antitesi dedicata al matrimonio indissolubile: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio [Es 20,14; Dt 5,18]. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio" [Dt 24,1]. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” (Mt 5,27-32). Forse un elemento del contesto storico di queste parole di Gesù è la discussione tra rav Hillel e rav Shammai, due grandissimi rabbini vissuti nel periodo intertestamentario, sulle cause lecite di ripudio della moglie. Hillel è più flessibile rispetto a Shammai, un duro conservatore la cui mentalità è simile a quella del teologo tedesco, deriso dal cardinale honduregno. Salvo che Gesù è ancora più duro del già duro Shammai e del teologo tedesco la cui mentalità ristretta comprende solo il giusto e lo sbagliato, il vero e il falso. Dipende in che verso si legge, secondo Dio o contro? Questa alternativa secca è anche alla base di una altra parola di Gesù sul matrimonio, nella quale rispondendo ad una tipica domanda rabbinica circa i motivi leciti per ripudiare la moglie, Gesù abroga il permesso mosaico del ripudio perché grazie a lui, Verbo incarnato di Dio, si può nuovamente risalire al progetto originario di Dio sulla coppia umana e soprattutto si può vincere la durezza del cuore, da Gesù identificata come la causa del permesso mosaico: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?". Egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto". Gli domandarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?". Rispose loro: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio".” (Mt 19,3-9). Certo tutto si può interpretare, ma ogni interpretazione deve partire e ritornare al testo che fa testo. Bisogna ricordare che proprio la caduta, il peccato originale, nasce dall’interpretazione fatta dal Tentatore delle parole di Dio e alla sua scuola interpretativa, dall’interpretazione fatta dalla donna delle stesse parole di Dio. Il demonio è Padre della menzogna perché inganna la donna mettendo sulla bocca del Creatore parole che Dio non ha detto; la donna ingannata, cerca di correggere il diavolo, ma scegliendolo come interlocutore, accetta le sue premesse interpretative, il suo adulterare le parole di Dio, adulterandole lei stessa. Ecco le vere parole dette da Dio all’uomo: “Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire".” (Gen 2,16-17). Il comando di Dio è che si possa mangiare di tutti gli alberi del giardino meno uno. Ecco invece le parole che il serpente pone sulla bocca di Dio e come le riferisce la donna: “Il serpente […] disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"". (Gen 3,1-3). Il serpente subdolo chiede se sia vero il falso, cioè se Dio abbia vietato di mangiare di ogni albero, uno spiritualismo che rivela molto del demonio, antitetico al realismo buono di Dio creatore di tutto. La donna scioccamente risponde, accettando la provocazione demoniaca e cade nella trappola del più astuto di lei, cerca di correggere la troppo palese falsificazione diabolica delle parole divine, ma non resiste alla demoniaca tentazione di perfezionarle, aggiungendo un di più che storpia, il divieto non solo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma anche di toccarlo, divieto che non ha origine divina ma umana.
Una malattia oftalmica inficia la visione della realtà sociale contemporanea e del magistero della chiesa. Non nego che ci siano numerosi fallimenti matrimoniali, ma da qui a dire che vi sono solo questi… Ci sono molti matrimoni che funzionano e penso che siano ancora la più parte. Come si può squalificarli facendo di tutta un’erba un fascio, dichiarando: “Quel genere di famiglia oggi non esiste quasi più”. Questa è una falsificazione della realtà uguale e contraria a quella che nega che ci siano problemi: questi ci sono da che mondo è mondo, ma non ci sono solo le difficoltà. Certo che si verificano incidenti automobilistici, ma nessuno si sogna di abolire le automobili, ne tantomeno di abrogare il codice della strada perché viene violato. Il cardinale parlando del "genere di famiglia che non esiste quasi più" si riferisce alla famiglia di cui ha scritto il beato Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Così facendo il cardinale Maradiaga confonde il Magistero del papa espresso nella Familiaris Consortio e nelle sue Catechesi sul matrimonio e sulla vocazione dell'amore sponsale, con l’attuale situazione sociale, per di più descritta con la lente pessimista dei fallimenti. Il Magistero indica una meta da raggiungere, per la quale vale la pena di combattere, a patto di volerlo. Sembra invece che una parte della chiesa abbia rinunciato alla sua vocazione alla santità, contravvenendo il magistero del Concilio Vaticano II che nella Lumen Gentium tratta dell'universale vocazione alla santità. Oppure, siccome sono passati già cinquant’anni dall'evento conciliare i suoi insegnamenti sono già superati?
Bisogna prendere sul serio il giudizio (in realtà un pregiudizio) espresso in queste parole del cardinale Maradiaga: “la sfida pastorale richiede risposte al passo coi tempi. Risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”. Sua Eminenza a cosa si riferisce? Forse negli ultimi cinquan’anni, dopo che il beato Giovanni XXIII spalancò le finestre della chiesa, vi sono state risposte della chiesa fondate sull’autoritarismo e sul moralismo? Ricordo un paio di episodi. Il trattamento riservato dal beato Giovanni XXIII a san Pio da Pietralcina non fu esempio di autoritarismo? Il trattamento riservato da ampie fette della chiesa a Paolo VI e al suo magistero papale in seguito alla sua ultima enciclica, l’Humanae Vitae, non è forse esempio di moralismo? Cos’è autoritaritario? La semplice esistenza di un’autorità? La dittatura dei desideri non è forse autoritaria? Anche la voce interiore della coscienza, quando imperiosa esige d’essere obbedita, lo è? La sciocca accusa di autoritarismo spesso ne cela uno peggiore e più subdolo che ottiene con la dolce persuasione la supina omologazione al pensiero dominante. Cos’è moralistico? La riduzione della ricca vita morale dell’uomo ai comandamenti? Dimentichiamo forse che i comandamenti sono il necessario corollario della libertà, senza i quali la libertà scade nel libertinismo delle élite e dei superuomini. Senza la prescrizione dei comandamenti morali che richiedono di fare o non fare qualcosa, la libertà non nasce e non si struttura, non cresce, ma rimane uno sterile e informe desiderio di felicità, senza però la capacità di esserlo. Senza questa giustizia la misericordia si riduce a giustificare il peccato, invece che a perdonare il peccatore. Questo è ciò che cercano gli adolescenti, ciò che esige il Potere mondano, è la vita della massa. Ma questo non è ciò che vuole Dio e nemmeno ciò che desidero per la mia vita e per quella dei miei cari.
Infine ecco la dichiarazione d’intenti del novello riformatore: “Ci sono molte cose che devono cambiare nella chiesa. […] Le strutture devono essere al servizio delle persone. E se il mondo cambia velocemente, le strutture ecclesiastiche, della curia, devono riuscire a stare al passo dei mutamenti”. Che squallida visione della chiesa, letteralmente ridotta ad una multinazionale, una pia ONG. I cambiamenti auspicati nella chiesa, ridotti a mero ricambio delle strutture. Ma la chiesa, insegna il Vaticano II e tutti i santi, non è le sue strutture, le curie e gli uffici pastorali che si sono moltiplicati a sproposito a tutti i livelli, dalla semplice parrocchia alla chiesa universale. Una burocrazia che si autoalimenta. La chiesa non è più il mistero dell’umanità nuova che ha origine nella santa Trinità, il popolo di Dio, il sacramento dell’unità tra Dio e l’umanità? Che fine han fatto tutte queste categorie teologiche ripescate dal Concilio del secolo scorso dal ricco patrimonio tradizionale della chiesa. Vogliamo veramente riformare la chiesa? Bisogna iniziare da sé, iniziando o rafforzando il proprio cammino di santità, giacché solo i santi hanno reso migliore e più credibile colei che è nostra madre. E di solito i santi non hanno preso a modello il mondo, lento o veloce che sia, ma il Vangelo. Aboliamo la maggior parte degli uffici pastorali, giacché non servono a molto, e liberiamo energie per essere cristiani e per evangelizzare. Guardate come nacque e come si conservò in vita la chiesa coreana: dei veri cristiani laici vissero la loro fede e per alcuni secoli la trasmisero, senza clero, senza pastorale, senza burocrazie ecclesiali.
Una riforma strutturale forse è possibile, ma non credo se ne parlerà. Riforma disciplinare pienamente fedele alla divina Rivelazione: permettere agli uomini sposati, i cosiddetti viri probati, di accedere al sacramento del ministero ordinato, non solo al grado del diaconato già possibile, ma per lo meno a quello del presbiterato. Le testimonianze scritturistiche a favore sono due. Innanzitutto la volontà di Gesù che scelse tra i suoi apostoli almeno un uomo sposato, Simone poi detto Pietro, altrimenti il Signore non avrebbe potuto guarire la suocera di Simon Pietro (cfr. Mc 1,30). Dove c’è una suocera, c’è una moglie. Dove c’è una moglie c’è un uomo sposato. Quindi la precisa indicazione dell’apostolo Paolo, il quale nella prima lettera a Timoteo elenca i criteri per scegliere tra i candidati all’episcopato: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi” (1Tim 3,2-4). Le due testimonianze bibliche sono confermate dalla prassi attuale della Chiesa Cattolica che in due casi limitati già ammette uomini sposati al sacerdozio ordinato. Si tratta delle Chiese cattoliche di rito greco e degli Ordinariati cattolici per le comunità anglicane. Già ci sono uomini sposati che sono sacerdoti cattolici ed esercitano lecitamente, si tratta soltanto di estendere questa facoltà anche alle chiese di rito latino. Non si tratta di permettere ai preti celibi di sposarsi, ma solo di concedere agli uomini sposati di diventare preti. Questo permetterebbe di valorizzare e l’istituto matrimoniale e il carisma divino del celibato, ora ridotto a legge umana ecclesiale.
domenica 9 settembre 2012
Apologia della cenere. In morte del card. Martini
Ho letto l'ultima intervista al card. Martini pubblicata sul Corriere, correttamente intitolata "Chiesa indietro di 200 anni". Una grossa delusione per il tono e per i contenuti dell'intervista.
Il tono triste è il tono di quei "profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo", dai quali risolutamente dissentì il beato papa Giovanni XXIII nel discorso per l'apertura del Concilio Vaticano II.
I contenuti, causa ultima della tristezza, ripetono i soliti vecchi propositi pseudo-progressisti di adeguamento della Chiesa al mondo (rifiuto della dimensione istituzionale della Chiesa, rifiuto degli insegnamenti della Humanae Vitae di Paolo VI, rifiuto pratico dell'indissolubilità del matrimonio, rinuncia alla dottrina morale cattolica sulla sessualità perché indigesta ed esigente, riduzione del cristianesimo a spiritualismo disincarnato, alla kantiana voce della coscienza senza il cielo stellato) propositi molto conformistici e ben poco profetici, propositi umani, troppo umani e giudicati dalla domanda di Gesù: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che a essere gettato e calpestato dalla gente" (Mt 5,13).
EMIANOPSIA.
Questa è la malattia che emerge dalle risposte del cardinale. Una visione ridotta a metà. Cosicché non vide che tra noi vissero e vivono moltissimi eroi. Si chiamano Paola Bonzi, Marcello Candia, Gianna Beretta Molla, madre Teresa di Calcutta, padre Jerzy Popieluszko, Giovanni Paolo II, Shahbaz Bhatti, Chiara Lubich, mons. Giussani per dire solo alcuni nomi, ma ci sono anche tutti coloro, uomini e donne, che sono fedeli alle promesse battesimali, alle promesse matrimoniali, alle promesse sacerdotali e non per merito proprio ma per la grazia di Dio. E poi quelli che sono rimasti fedeli al dono della vita, al dono del cuore-ragione...
Il cardinale ha una visione così anti-istituzionale, come se le Istituzioni e le Leggi fossero nemici necessari degli eroi! Eppure i martiri della mafia come padre Puglisi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati eroi perché hanno affermato in vita e in morte il valore positivo della Legge umana e delle sue Istituzioni. Se ciò è vero per la società naturale, a maggior ragione lo sarà anche per la società soprannaturale.
Il cardinale vide "nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza". La cenere, proprio coprendo la brace, la conserva ardente per molte ore. La cenere ha una necessità a suo modo salvifica delle braci. Inoltre, serve a produrre la liscivia per pulire a fondo i panni sporchi, oppure per concimare la terra. Certo sono funzioni umili che la cenere svolge al servizio altrui silenziosamente.
Dopo che il giovane ricco se ne andò, triste, Gesù commentò: "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli"; i discepoli, allora, si domandarono costernati: "Allora, chi può essere salvato?" facendo trasparire tutta la loro impotenza. All'impotenza umana dei suoi discepoli di allora e di oggi, Gesù risponde deciso: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (Mt 19,25-26). Anche la Chiesa è di Dio, prima che degli uomini, fossero anche apostoli e profeti, e di solito Dio preferisce gli ultimi, i figli della cenere, per purificare la sua Chiesa e convertirla alla sua volontà, non allo spirito del mondo.
Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
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