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giovedì 13 marzo 2014

Anche noi sposati vogliamo diventare santi

Riflessioni di un cristiano sposato sulla relazione svolta dal card. Kasper al Concistoro il 20 febbraio 2014
Scrivendo queste note ho consultato stamane, prima domenica di quaresima, il sito della Santa Sede e sono stato accolto dall’augurio a papa Francesco per il primo anniversario della sua elezione a Romano Pontefice (13 marzo 2013). L’augurio consiste della domanda decisiva: “Vogliamo diventare santi? Sì o no?” (Angelus 16 febbraio 2014). Sì, santo padre, vogliamo diventare santi. Lo vogliamo anche noi sposati. Lo cerchiamo mediante il matrimonio e non nonostante esso. In questa ottica ecco le mie riflessioni sulla relazione del card. Kasper. La mia prospettiva è quella di un uomo felicemente sposato, orgogliosamente padre di tre figlie, riconoscente al Signore dei doni ricevuti, la mia donna ed il suo amore, la grazia del sacramento matrimoniale del quale proprio noi due siamo i ministri responsabili di celebrare l’amore, tre figlie meravigliose, la luce della fede cristiana, la speranza nella resurrezione della carne.
Ho trovato affascinante la relazione del card. Kasper, ammaliante per la sua notevole ars oratoria, ma per tre motivi nientaffatto condivisibile. La relazione accenna a due temi d'importanza capitale: la crisi antropologica e l'abisso tra l'insegnamento della chiesa e la vita di molti cristiani, ma si limita a citarli in modo superficiale, senza approfondirli come necessario. La relazione, inoltre, omette un paio di cose essenziali: non considera la situazione contemporanea segnata dalla guerra contro l'uomo e contro la famiglia; dimentica del tutto il magistero di Giovanni Paolo II, forse colui che maggiormente ha contribuito allo sviluppo della dottrina cattolica sul matrimonio e sulla famiglia. Infine la relazione é apparentemente incoerente laddove la professione di fede viene disincarnata dalla prassi: la prassi prova nuovi e larghi sentieri che vanno altrove rispetto al cammino della vera fede che non può evitare la croce.

Botticelli, Venere e Marte

Temi sfiorati superficialmente
Nell’introduzione il card. Kasper accenna all’emergenza antropologica e scrive: "Il mondo attuale sta vivendo una crisi antropologica", giudizio che anche le pietre condividono e che avrebbe potuto essere il quadro in cui inserire la riflessione, sviluppando magari l'alleanza tra credenti e non credenti per promuovere la cultura della vita nel rispetto della natura umana. Le vere novità politiche confermano che ciò é possibile. La stupenda esperienza francese de La Manif Pour Tous, nata in Francia nel 2012 per promuovere il matrimonio eterosessuale e difendere la famiglia tradizionale dal cosiddetto matrimonio omosex; l'appello inascoltato al PD sull'emergenza antropologica dei magnifici quattro (Barcellona, Sorbi, Tronti e Vacca) prontamente ribattezzati marxisti ratzingeriani; la proposta di moratoria internazionale dell'aborto fatta da Giuliano Ferrara e la conseguente lista pazza del 2008 e prima ancora la vittoria ruiniana al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in corso di sterilizzazione per via giurisprudenziale. Quali sono le cause prossime e remote della crisi antropologica? Quali prospettive può avere tale crisi? Le prospettive sono fauste o infauste, gli esiti sono auspicabili o deprecabili? Quale giudizio cristiano possiamo o dobbiamo formulare sulla crisi antropologica? Il giudizio cristiano non si limita a condannare l’antiumanesimo all’opera nel nostro mondo, ma nemmeno si dimentica di farlo, riconosce nella krisis attuale la rivelazione del giudizio di Dio sull’uomo contemporaneo e sulla sua storia. Riconosciamo tale giudizio divino su di noi? Accettiamo di essere sotto il suo giudizio tremendo e misericordioso? La terribile domanda di Gesù: “Quando il figlio dell'uomo ritornerà, troverà la fede sulla terra” ci deve mettere sull’avviso che niente è scontato e sicuro, nemmeno la fede. Nella pièce teatrale Aspettando Godot, Samuel Beckett descrive il vuoto che attanaglia l'insulsa vita degli uomini che aspettano senza più  sapere chi o cosa; i cristiani odierni sono diventati come Vladimiro è Estragone, i due protagonisti che non sanno chi/cosa aspettano? La Chiesa aspetta ancora il ritorno glorioso del Signore? Oppure, visto che lo Sposo sembra essere in ritardo, ha virato il suo desiderio dal cielo alla terra? Così facendo, quando lo Sposo ritornerà, perché è certo il Signore ritornerà, avrà l'olio per accendere la sua lampada?
Sempre nell'introduzione Kasper formula un giudizio duro ed onesto sull’odierna situazione della Chiesa: "Tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute da molti cristiani si è creato un abisso. L’insegnamento della Chiesa appare oggi a molti cristiani lontano dalla realtà e dalla vita”. Condivido e sottoscrivo tale giudizio, ma mi sarei aspettato un poco di sana e realistica autocritica. È doveroso chiedersi perché si è creato un abisso tra l’insegnamento della Chiesa e la vita di molti cristiani. É  accettabile credere nel Dio cristiano, un Dio fedele, misericordioso e geloso e vivere una vita convintamente infedele, senza misericordia né gelosia? Chi è responsabile di tale incoerenza intenzionale? I pastori devono cambiare qualcosa nello svolgimento concreto del loro ministero riguardo la pastorale matrimoniale e familiare? Si sono ridotti a burocrati rinunciando alla ben più faticosa cura d’anime? Io non ho esperienza della chiesa nel mondo, ma solo della chiesa nel primo mondo, in Italia. Conosco per esperienza diretta l'apparente ricchezza di attività pastorali fatta di incontri, convegni, documenti, commissioni, discussioni, aperture, chiusure. Tanto parlare della bellezza del matrimonio da parte del clero celibatario, che l’ha scoperta recentemente, ma come tema teorico, non quale realtà viva. Assistiamo da anni ad un vero diluvio di documenti, emessi da una pletora crescente di soggetti ecclesiali, sui temi più diversi diversi. Produrre un nuovo documento necessita di molto tempo e di molte energie, sottratte alla conoscenza delle persone concrete e alla preghiera. L’abisso è solo una sconfitta o può diventare una opportunità missionaria? In ordine alla santificazione del popolo di Dio quali sono le responsabilità del clero? Bisogna ridurre le richieste al livello peccatore oppure si può spronare i peccatori perché divengano santi? All’umanità e alla cristianità adultere cosa bisogna dire: “Anch’io non ti condanno, va e continua a peccare, tanto Dio è misericordioso” oppure annunciare: “va e non peccare più”? Il clero cosa chiede ai cristiani, di ritornare pagani o diventare santi? Perché l’insegnamento della chiesa sul matrimonio e sulla famiglia “appare lontano dalla realtà e dalla vita”? Gli insegnanti hanno sbagliato metodo? Oppure hanno edulcorato il vangelo, evacuando la parola della Croce? Anche i pastori vivono uno iato tra l’insegnamento e la vita? Le parole di Gesù su scribi e farisei sedutisi sulla cattedra di Mosé: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno” (Mt 23,3) sono attuali? I pastori hanno ridotto la dottrina cattolica a banali consigli psicologico-sociologici, deturpando l’integrità della verità evangelica? Se guardiamo ai santi non vediamo lontananza tra la dottrina e la vita vissuta, ma uomini e donne integre, segni visibili di Gesù Cristo, l’antropos teleios. Il clero cerca ancora la santità?
Jan Massys, Davide e Betsabea
A questa classe di temi appartiene anche il secondo paragrafo “Le strutture del peccato nella vita della famiglia”. Esso tratta il tema del peccato non come affermato dal titolo “nella vita della famiglia”, cioè concretamente, ma in modo generico, valido per qualsiasi situazione umana, come un bigino del trattato di antropologia teologica. Non parla della cruda realtà del peccato nella vita famigliare e nella relazione matrimoniale, forse ciò  é  dovuto all'inesperienza. Ci vorrebbero il re Davide e il profeta Osea per dire qualcosa sul peccato dell’adulterio e sull’adulterio come figura di ogni peccato. Ci vorrebbero Giobbe e Socrate per illustrare la pazienza necessaria a sopportare la molesta presenza delle mogli. Ci vorrebbero Eva e Sara per raccontare quanto é comodo e faticoso avere un marito infantile e senza spina dorsale. Ci vorrebbero Sara e Abramo, Anna e Eli, Elisabetta e Zaccaria per descrivere la nostalgia che divora le coppie sterili. Ci vorrebbero Eva, Rachele, Betsabea e Maria per scandagliare il dolore lacerante della perdita di un figlio. Insomma bisogna dar voce agli sposi per udire qualcosa di edificante sul matrimonio, perché come i padri del deserto, solo loro uniscono la dottrina spirituale alla vita vissuta. Noi sposi, infatti, siamo i ministri del sacramento del matrimonio, abbiamo ricevuto la consacrazione spirituale, il dono di grazia per vivere quel che promettiamo, di modo che in ogni matrimonio cristiano si è in tre: l’uomo che diventa lo sposo, la donna che diventa la sposa e Dio che istituisce e custodisce, consacra e santifica l’amore umano, imprimendo la sua immagine e la sua somiglianza nella coppia umana. Attualmente c’è già del clero cattolico uxorato, quello delle Chiese Cattoliche Orientali e quello degli Ordinariati per gli ex-anglicani, che unisce in una sola persona il ministero ordinato e il ministero matrimoniale.
Durer, Adamo ed Eva
Temi omessi, avvolti in un silenzio assordante
Della condizione storica attuale la relazione sceglie di affrontare solo la situazione dei divorziati risposati, cercando un'escamotage per ammetterli alla comunione eucaristica, ma dimenticando tutto il resto. Da decenni una guerra culturale, economica e giuridica è combattuta contro la vita umana e contro la famiglia. Essa si nutre delle ideologie nichiliste del millennio passato (comunismo e nazismo, eugenismo e ambientalismo) ed è combattuta da alcune Nazioni del primo mondo, da Organismi Internazionali (ONU, UE) e da numerosi capitalisti (Buffet, Soros, Gates, Rockfeller) attraverso varie ONG. Le loro vittorie hanno il nome di divorzio, aborto e clonazione; stanno vincendo la battaglia sull’eutanasia, mentre hanno già aperto un nuovo fronte di guerra contro l’uomo, quello del gender. La Chiesa Cattolica finora è stata in prima linea nel combattere la buona battaglia in difesa dell’umanità, dall’embrione al morente, in difesa della dignità di ogni uomo senza alcuna discriminazione genetica, di maturazione biologica, di deperimento naturale, nel rispetto della natura umana distinta in maschio e femmina, fecondi nella loro reciprocità e complementarietà. Continuerà a promuovere il valore sacro della vita umana dal concepimento alla morte naturale? Continuerà a combattere l’aborto, la clonazione umana, l’eugenetica, l’eutanasia? Continuerà a promuovere la famiglia naturale costituita da un uomo e una donna e dai loro figli, ambiente naturale della vita umana, cellula fondamentale della società? Continuerà a combatterà il divorzio, le pseudofamiglie patchword, il cosiddetto matrimonio omosessuale, le coppie di fatto, l’ideologia gender? La Chiesa non ha dichiarato guerra ad alcuno, ma una guerra è stata dichiarata all’umanità e a coloro che la difendono. Sarebbe meglio riuscire a vincere la battaglia dell’opinione pubblica e del linguaggio, non subendo la demonizzazione, ne accettando supinamente di esser chiamati conservatori, retrogradi, nemici dell’umanità e della libertà, ma imponendo il proprio linguaggio. Quando si è in guerra è sbagliato far finta di vivere in un'altra situazione storica, bisogna lottare anche a rischio della vita, come fecero Giovanni Battista, John  Fisher e Thomas More. Bene fece Eberhard Betghe a intitolare l’epistolario di Dietrich Bonhoeffer Resistenza e resa: resistenza al male che cerca di dominare il mondo e di sopraffare l’uomo, resa a Dio, non al mondo. La stessa scelta fece e insegnò il Leone di Munster, il  cardinale August von Galen, il quale con la figura dell’incudine descrisse la missione del cristiano e dell’uomo sotto la dittatura: “e se non possiamo combattere con le armi, allora ci resta solo un mezzo di lotta: una resistenza forte, tenace, dura. Noi in questo momento non siamo martello, ma incudine. Ciò che viene battuto sull’incudine non ottiene la sua forma soltanto dal martello, ma anche dall’incudine. L’incudine non ha neppure bisogno di ribattere, basta che sia resistente, dura. Quando è sufficientemente ferma, solida, dura allora solitamente resiste più a lungo del martello” (predica del 20 luglio 1941). Queste parole valgono a maggior ragione oggi per noi. Per noi oggi è solo più difficile riconoscere il potere mondano che odia e guerreggia contro la vita umana in quanto tale.
Ma l’omissione più eclatante che sorprende per la miopia è la rimozione del magistero del beato Giovanni Paolo II, forse il papa che più ha contribuito alla crescita della teologia del corpo umano, del matrimonio e della famiglia. Come ci si può autocensurare in modo così plateale? È come parlare della grazia e del peccato a prescindere da Paolo e da Agostino.
Caravaggio, Decapitazione di san Giovanni Battista
Infine alcuni punti in cui la relazione mi sembra contraddittoria

Come si conciliano il giudizio favorevole alla famiglia “normale percorso dell’uomo”, le reiterate adesioni alla fede cattolica in materia, con l’accettazione supina della rottura con tale patrimonio di fede? Come si può contemplare, riconoscere e confessare l'amore fedele di Dio verso il suo popolo di santi e peccatori che s'incarna anche nell'indissolubilità matrimoniale, e accettare sul solo piano della prassi l'adulterio e le sue conseguenze? All'abisso diagnosticato dal card. Kasper tra dottrina cattolica e vita di molti cristiani, vera e propria apostasia silenziosa, si associa l'abisso tra la dottrina e la prassi, uno iato tra la verità creduta e la verità vissuta, una condizione di schizofrenia latente, aggravata dalla terapia proposta: dimenticare di fatto la dottrina e giocare tutto sulla prassi pastorale. É palese che tale scelta sia di cortissimo respiro, perché si fa dettare la dottrina dal mondo e pone la Chiesa sempre a inseguire il mondo nel vano tentativo di cristianizzare le sole apparenze mondane, perdendo così l'anima, e del mondo e propria.
Al termine del terzo paragrafo, dedicato a "La famiglia nell'ordine cristiano della redenzione", c'é il seguente giudizio: “Il Vangelo del matrimonio e della famiglia per molti non è più comprensibile, è caduto in una crisi profonda”. Sembra un asteroide caduto da chissà dove, privo di legami con ciò che precede e ciò che segue. Se mia figlia, studiando il teorema di Pitagora non lo comprendesse, non trarrei la conclusione che la geometria è caduta in una crisi profonda. Chi è precipitato nella crisi profonda rettamente denunciata dal card. Kasper? Il Vangelo del matrimonio e della famiglia o chi non lo comprende? E non lo comprende perché non lo capisce, oppure perché non vuole, perché é comodo una parola troppo dura da sopportare? Volete andarvene anche voi, chiese Gesù ai dodici? Egli non fa sconti, perché la grazia, ed in essa sono comprese fedeltà  e misercordia, é a caro prezzo. E con la grazia la promessa di felicità eterna, non solo quella transitoria in questa vita. Penso anch’io che il Vangelo del matrimonio e della famiglia non sia più compreso da molti, ma non lo si rende di nuovo accessibile adeguandolo allo spirito del tempo. Ciò equivarrebbe a mondanizzare il Vangelo e quindi a non aver più niente da annunciare ad un mondo disperato. Se Gesù fosse stato più misericordioso e meno esigente l’adultera sarebbe rimasta tale, il paralitico sarebbe ancora peccatore, Maddalena sarebbe rimasta una sordida donnaccia e lui, il maestro non sarebbe morto in croce ma di vecchiaia e tutto il mondo sarebbe ancora sotto il dominio del peccato e della morte. È questo che la Chiesa vuole dagli sposi cristiani? La Chiesa, mia madre, vuole che noi sposi rinunciamo all’universale chiamata alla santità, cui il Concilio Vaticano II finalmente ci invita? Noi sposi, padri e madri dovremmo limitarci a figliare per Dio e per la Chiesa e lasciare al clero e ai religiosi la sequela delle beatitudini? No grazie, preferisco restare con Gesù, con o senza la chiesa, pur sapendo che senza é impossibile. E quindi possibile a Dio.
Infine sulla proposta di procedura non giuridica per accertare la nullità matrimoniale. Mi pare che tale proposta pecchi di serio pregiudizio antigiuridico. Tale proposta nega implicitamente o diminuisce la natura sociale della chiesa e dei suoi sacramenti. Tale natura sociale ha un intrinseco risvolto canonico, non da subire cercando di scavalcarlo con sotterfugi, ma da applicare correttamente. Nel merito mi sembra teoricamente affascinante e perfetta nell'iperuranio, ovvero irrealistica. Il clero cui si vorrebbe affidare la nuova prassi pastorale di accertamento della nullità é lo stesso che ha lasciato maturare tale crisi, é adeguato a fare ciò che finora non ha fatto? Inoltre la proposta é fatta esplicitamente per una piccola classe di eletti o fortunati. Chi decide gli appartenenti a tale classe? In base a quali criteri si entra a farne parte? E per tutti gli altri che sono la maggioranza? Sembra quindi che detta proposta, più che risolvere il problema dei divorziati risposati, lo complichi.
Spero di aver dato il mio contributo al dibattito voluto da papa Francesco, su di un argomento per me, sposo e padre, vitale. Se ho ferito qualcuno, me ne dolgo, ma non posso tacere.
Marc Chagall, Cantico dei Cantici

sabato 1 febbraio 2014

Contro Maradiaga

Il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga SDB, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del C8 (la commissione di 8 Cardinali che consigliano papa Francesco sulla riforma della Curia Romana), ha rilasciato il 20 gennaio un'intervista esplosiva al quotidiano tedesco Kölner Stadt-Anzeiger, tradotta e pubblicata sul Il Foglio di giovedì 23 gennaio 2014.
Innanzitutto, perché proprio il Kölner Stadt-Anzeiger? Esso non è uno dei principali giornali tedeschi, ma semplicemente un quotidiano locale di Colonia. Forse questa scelta è stata dettata dal fatto che in seguito alle dimissioni per raggiunti limiti d'età del card. Meisner, arcivescovo di Colonia, il Capitolo cattedrale sta selezionando la terna dei candidati da inviare alla Santa Sede? Oppure per lisciare il pelo nel verso giusto alla economicamente potente Chiesa Cattolica tedesca da parte del presidente di Caritas Internationalis?


Condivido ben poco delle parole dette dal cardinal Maradiaga nell'intervista a KSA, tra le poche condivise, questa: "la chiesa non è semplicemente un'istituzione creata dall'uomo, ma è opera divina", infatti essa permane nei secoli nonostante gli uomini cui è stata affidata, quel clero del quale è membro eminente proprio il cardinale honduregno. L'entusiasta cardinale honduregno parla di una nuova era, ma intende soltanto mezzo secolo; ed io che credevo la durata delle ere fosse di milioni di anni o almeno di millenni. Inizio della nuova era è il Romano Pontefice regnante, simile a papa Giovanni XXIII: "quando spalancava le finestre della chiesa, per farvi entrare aria fresca". Spalancare le finestre è certamente necessario per arieggiare la casa. Dopo aver aperto le finestre è opportuno richiuderle, soprattutto a queste latitudini e nella stagione invernale, perché si fa presto a far buscare un raffreddore. Restando poi in ambito architettonico, credo che i pastori non debbano preoccuparsi della freschezza dell'aria dentro la chiesa, aprendo o chiudendo le sue finestre; la qualità dell'aria nella chiesa è affare di nostro Signore, mentre dovere di tutti i cristiani è ascoltarlo: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese". I pastori dovrebbero  preoccuparsi di portare il buon profumo di Cristo risorto nel mondo, fuori dalle sagrestie, dalle curie e dalle redazioni.

Ma guardiamo alle affermazioni che non condivido.
Il cardinale salesiano invoca: "Più cura pastorale che dottrina", rivelando un tratto autobiografico, infatti è diplomato in psicologia clinica e psicoterapia. Se fosse diplomato in scienze motorie, forse avrebbe detto più esercizi ginnici che spirituali. Ergo la soluzione è stendersi sul lettino dello psicanalista e farsi massaggiare l'anima dai soli esperti rimasti, dato che i preti hanno abdicato da anni alla cura d'anime, debbono fare ginnastica per: "seguire il mondo che cambia velocemente". Ognuno evidentemente sceglie chi seguire, forse anche i pastori dovrebbero chiedersi chi vogliono seguire, perché poi le pecore li seguono. A me sembra che la chiesa stia annegando per troppa cura pastorale e viceversa manchi l'annuncio franco della dottrina. Legge suprema della chiesa è la salus animarum, cioè la salvezza delle anime (CIC 1752). Cos’è la salvezza? Da che cosa dipende? Le lettere dell’apostolo Paolo sono istruttive, proprio in merito al rapporto tra dottrina e cura pastorale. Ad una prima parte dottrinale, nella quale l’apostolo annuncia il Vangelo della salvezza, la Verità salvifica della morte e resurrezione di Gesù, egli fa seguire una seconda parte parenetica che deriva e si regge interamente sulla prima parte dottrinale, dove tira delle conseguenze particolari e specifiche per la chiesa cui indirizza quella lettera. Quindi, la contrapposizione tra dottrina e pastorale è inconsistente, non solo umanamente ma anche apostolicamente e come scrisse l'apostolo delle genti: "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole." (2Tim 4,3-4).

Ma ascoltiamo ancora le parole ispirate del cardinale Maradiaga sul confratello vescovo Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (non della pastorale, ma proprio della dottrina). L'intervistatore tedesco domanda: "Il suo confratello e futuro cardinale Gerhard Ludwig Müller, nonché prefetto della congregazione della Fede, sembra tenere maggiormente in considerazione l’autorità della chiesa." Il riferimento implicito è all'articolo di mons. Muller sull'indissolubilità del matrimonio pubblicato dall'Osservatore Romano il 23 ottobre 2013, ma originariamente scritto in tedesco e pubblicato da Die Tagespost il 15 giugno 2013.
Maradiaga: (ride) Ho letto. E ho pensato: “Potresti avere ragione, ma anche torto”. Voglio dire, lo capisco. E’ un tedesco, e per giunta un professore, un professore di Teologia tedesco. La sua mentalità concepisce solo il giusto e lo sbagliato. Basta. Io però rispondo: “Fratello mio, il mondo non è così. Dovresti essere un po’ più flessibile nell’ascoltare i punti di vista altrui. Così non finisci per ritrovarti a dire solo altolà, qui è il muro e oltre non si va”. Ma penso che ci arriverà anche lui.
Anch'io ho letto questa risposta e ho pensato: "Ma dove ha imparato a sragionare in modo siffatto". Come può pensare che qualcuno possa avere ragione e torto sullo stesso argomento? Se il tedesco professore di teologia ha ragione il matrimonio è indissolubile, se invece ha torto il matrimonio è dissolubile, ma non può avere ragione e torto contemporaneamente. Non è la mentalità tedesca che "concepisce solo il giusto e lo sbagliato" è il buon senso, il buon uso della ragione a concepirlo. In logica si chiama principio di non contraddizione. Che senso ha invitare ad essere più flessibile nell'ascoltare? Flessibilità e durezza non sono attributi idonei all'ascolto. L'orecchio è aperto all'ascolto oppure è chiuso, sordo. Forse il cardinale intendeva per ascolto ciò che segue, cioè l'adesione personale a ciò che si è udito. Ma in questo caso si cade dalla padella alla brace, perchè in campo di fede l'adesione personale va alla propria coscienza, cosa che reputo abbiano fatto sia l'honduregno cardinale nell'intervista che il tedesco professore nell'articolo. Inoltre perché l'argomento del contendere, l'indissolubilità matrimoniale, non sembra da bar sport dove le diverse opinioni e i differenti punti di vista hanno diritto di esprimersi e volare con la fantasia. Per motivi di coscienza san Giovanni Battista e san Thomas More ci rimisero la testa. Se fossero stati più flessibili nell'ascoltare le opinioni altrui avrebbero forse conservato la testa. Cosa glielo impedì? Non fu il dovere di essere fedeli alla propria coscienza, anche a costo della vita? Ebbero ragione o torto, giacché l'ipotesi del Maradiaga, che avessero ragione e torto, non può esistere?

Senza dubbio tutte le parole devono essere interpretate. Anche quelle di Gesù, il quale raramente parlò in  modo oscuro, più spesso chiaramente, come per esempio sul matrimonio. Il Nazareno riporta il matrimonio al progetto originario di Dio contro tutte le interpretazioni casuistiche dei rabbini. Basta leggere nel discorso della montagna l’antitesi dedicata al matrimonio indissolubile: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio [Es 20,14; Dt 5,18]. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio" [Dt 24,1]. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” (Mt 5,27-32). Forse un elemento del contesto storico di queste parole di Gesù è la discussione tra rav Hillel e rav Shammai, due grandissimi rabbini vissuti nel periodo intertestamentario, sulle cause lecite di ripudio della moglie. Hillel è più flessibile rispetto a Shammai, un duro conservatore la cui mentalità è simile a quella del teologo tedesco, deriso dal cardinale honduregno. Salvo che Gesù è ancora più duro del già duro Shammai e del teologo tedesco la cui mentalità ristretta comprende solo il giusto e lo sbagliato, il vero e il falso. Dipende in che verso si legge, secondo Dio o contro? Questa alternativa secca è anche alla base di  una altra parola di Gesù sul matrimonio, nella quale rispondendo ad una tipica domanda rabbinica circa i motivi leciti per ripudiare la moglie, Gesù abroga il permesso mosaico del ripudio perché grazie a lui, Verbo incarnato di Dio, si può nuovamente risalire al progetto originario di Dio sulla coppia umana e soprattutto si può vincere la durezza del cuore, da Gesù identificata come la causa del permesso mosaico: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?". Egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto". Gli domandarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?". Rispose loro: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio".” (Mt 19,3-9). Certo tutto si può interpretare, ma ogni interpretazione deve partire e ritornare al testo che fa testo. Bisogna ricordare che proprio la caduta, il peccato originale, nasce dall’interpretazione fatta dal Tentatore delle parole di Dio e alla sua scuola interpretativa, dall’interpretazione fatta dalla donna delle stesse parole di Dio. Il demonio è Padre della menzogna perché inganna la donna mettendo sulla bocca del Creatore parole che Dio non ha detto; la donna ingannata, cerca di correggere il diavolo, ma scegliendolo come interlocutore, accetta le sue premesse interpretative, il suo adulterare le parole di Dio, adulterandole lei stessa. Ecco le vere parole dette da Dio all’uomo: “Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire".” (Gen 2,16-17). Il comando di Dio è che si possa mangiare di tutti gli alberi del giardino meno uno. Ecco invece le parole che il serpente pone sulla bocca di Dio e come le riferisce la donna: “Il serpente […] disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"". (Gen 3,1-3). Il serpente subdolo chiede se sia vero il falso, cioè se Dio abbia vietato di mangiare di ogni albero, uno spiritualismo che rivela molto del demonio, antitetico al realismo buono di Dio creatore di tutto. La donna scioccamente risponde, accettando la provocazione demoniaca e cade nella trappola del più astuto di lei, cerca di correggere la troppo palese falsificazione diabolica delle parole divine, ma non resiste alla demoniaca tentazione di perfezionarle, aggiungendo un di più che storpia, il divieto non solo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma anche di toccarlo, divieto che non ha origine divina ma umana.

Una malattia oftalmica inficia la visione della realtà sociale contemporanea e del magistero della chiesa. Non nego che ci siano numerosi fallimenti matrimoniali, ma da qui a dire che vi sono solo questi… Ci sono molti matrimoni che funzionano e penso che siano ancora la più parte. Come si può squalificarli facendo di tutta un’erba un fascio, dichiarando: “Quel genere di famiglia oggi non esiste quasi più”. Questa è una falsificazione della realtà uguale e contraria a quella che nega che ci siano problemi: questi ci sono da che mondo è mondo, ma non ci sono solo le difficoltà. Certo che si verificano incidenti automobilistici, ma nessuno si sogna di abolire le automobili, ne tantomeno di abrogare il codice della strada perché viene violato. Il cardinale parlando del "genere di famiglia che non esiste quasi più" si riferisce alla famiglia di cui ha scritto il beato Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Così facendo il cardinale Maradiaga confonde il Magistero del papa espresso nella Familiaris Consortio e nelle sue Catechesi sul matrimonio e sulla vocazione dell'amore sponsale, con l’attuale situazione sociale, per di più descritta con la lente pessimista dei fallimenti. Il Magistero indica una meta da raggiungere, per la quale vale la pena di combattere, a patto di volerlo. Sembra invece che una parte della chiesa abbia rinunciato alla sua vocazione alla santità, contravvenendo il magistero del Concilio Vaticano II che nella Lumen Gentium tratta dell'universale vocazione alla santità. Oppure, siccome sono passati già cinquant’anni dall'evento conciliare i suoi insegnamenti sono già superati?

Bisogna prendere sul serio il giudizio (in realtà un pregiudizio) espresso in queste parole del cardinale Maradiaga: “la sfida pastorale richiede risposte al passo coi tempi. Risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”. Sua Eminenza a cosa si riferisce? Forse negli ultimi cinquan’anni, dopo che il beato Giovanni XXIII spalancò le finestre della chiesa, vi sono state risposte della chiesa fondate sull’autoritarismo e sul moralismo? Ricordo un paio di episodi. Il trattamento riservato dal beato Giovanni XXIII a san Pio da Pietralcina non fu esempio di autoritarismo? Il trattamento riservato da ampie fette della chiesa a Paolo VI e al suo magistero papale in seguito alla sua ultima enciclica, l’Humanae Vitae, non è forse esempio di moralismo? Cos’è autoritaritario? La semplice esistenza di un’autorità? La dittatura dei desideri non è forse autoritaria? Anche la voce interiore della coscienza, quando imperiosa esige d’essere obbedita, lo è? La sciocca accusa di autoritarismo spesso ne cela uno peggiore e più subdolo che ottiene con la dolce persuasione la supina omologazione al pensiero dominante. Cos’è moralistico? La riduzione della ricca vita morale dell’uomo ai comandamenti? Dimentichiamo forse che i comandamenti sono il necessario corollario della libertà, senza i quali la libertà scade nel libertinismo delle élite e dei superuomini. Senza la prescrizione dei comandamenti morali che richiedono di fare o non fare qualcosa, la libertà non nasce e non si struttura, non cresce, ma rimane uno sterile e informe desiderio di felicità, senza però la capacità di esserlo. Senza questa giustizia la misericordia si riduce a giustificare il peccato, invece che a perdonare il peccatore. Questo è ciò che cercano gli adolescenti, ciò che esige il Potere mondano, è la vita della massa. Ma questo non è ciò che vuole Dio e nemmeno ciò che desidero per la mia vita e per quella dei miei cari.

Infine ecco la dichiarazione d’intenti del novello riformatore: “Ci sono molte cose che devono cambiare nella chiesa. […] Le strutture devono essere al servizio delle persone. E se il mondo cambia velocemente, le strutture ecclesiastiche, della curia, devono riuscire a stare al passo dei mutamenti”. Che squallida visione della chiesa, letteralmente ridotta ad una multinazionale, una pia ONG. I cambiamenti auspicati nella chiesa, ridotti a mero ricambio delle strutture. Ma la chiesa, insegna il Vaticano II e tutti i santi, non è le sue strutture, le curie e gli uffici pastorali che si sono moltiplicati a sproposito a tutti i livelli, dalla semplice parrocchia alla chiesa universale. Una burocrazia che si autoalimenta. La chiesa non è più il mistero dell’umanità nuova che ha origine nella santa Trinità, il popolo di Dio, il sacramento dell’unità tra Dio e l’umanità? Che fine han fatto tutte queste categorie teologiche ripescate dal Concilio del secolo scorso dal ricco patrimonio tradizionale della chiesa. Vogliamo veramente riformare la chiesa? Bisogna iniziare da sé, iniziando o rafforzando il proprio cammino di santità, giacché solo i santi hanno reso migliore e più credibile colei che è nostra madre. E di solito i santi non hanno preso a modello il mondo, lento o veloce che sia, ma il Vangelo. Aboliamo la maggior parte degli uffici pastorali, giacché non servono a molto, e liberiamo energie per essere cristiani e per evangelizzare. Guardate come nacque e come si conservò in vita la chiesa coreana: dei veri cristiani laici vissero la loro fede e per alcuni secoli la trasmisero, senza clero, senza pastorale, senza burocrazie ecclesiali.
Una riforma strutturale forse è possibile, ma non credo se ne parlerà. Riforma disciplinare pienamente fedele alla divina Rivelazione: permettere agli uomini sposati, i cosiddetti viri probati, di accedere al sacramento del ministero ordinato, non solo al grado del diaconato già possibile, ma per lo meno a quello del presbiterato. Le testimonianze scritturistiche a favore sono due. Innanzitutto la volontà di Gesù che scelse tra i suoi apostoli almeno un uomo sposato, Simone poi detto Pietro, altrimenti il Signore non avrebbe potuto guarire la suocera di Simon Pietro (cfr. Mc 1,30). Dove c’è una suocera, c’è una moglie. Dove c’è una moglie c’è un uomo sposato. Quindi la precisa indicazione dell’apostolo Paolo, il quale nella prima lettera a Timoteo elenca i criteri per scegliere tra i candidati all’episcopato: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi” (1Tim 3,2-4). Le due testimonianze bibliche sono confermate dalla prassi attuale della Chiesa Cattolica che in due casi limitati già ammette uomini sposati al sacerdozio ordinato. Si tratta delle Chiese cattoliche di rito greco e degli Ordinariati cattolici per le comunità anglicane. Già ci sono uomini sposati che sono sacerdoti cattolici ed esercitano lecitamente, si tratta soltanto di estendere questa facoltà anche alle chiese di rito latino. Non si tratta di permettere ai preti celibi di sposarsi, ma solo di concedere agli uomini sposati di diventare preti. Questo permetterebbe di valorizzare e l’istituto matrimoniale e il carisma divino del celibato, ora ridotto a legge umana ecclesiale.

venerdì 11 febbraio 2011

Kiche 2011/3 Preti sposati vs. sposi ordinati

Nel secondo punto del memorandum Kirche 2011, intitolato Gemeinde - Comunità, gli autori chiedono alla Chiesa Cattolica due cose:
  1. verheiratete Priester - Preti sposati
  2. Frauen im kirchlichen Amt - Donne nel ministero ecclesiale
In questo post mi limito alla prima di codeste proposte tedesche. La sua formulazione è ambigua, infatti, preti sposati significa sia uomini sposati che vengono ordinati preti, sia preti che si sposano. Due situazioni ben diverse tra loro e incompatibili.
Colgo l'occasione per precisare la mia posizione, parzialmente già esposta il 17 gennaio commentando la consacrazione sacerdotale di tre vescovi ex-anglicani sposati da parte del primate cattolico inglese.

I preti non possono sposarsi, mentre gli sposi possono essere ordinati preti.
La successione temporale tra i due sacramenti è essenziale:
  1. Al sacramento dell'Ordine non può seguire quello del Matrimonio
  2. Al sacramento del Matrimonio può seguire quello dell'Ordine
Così è nella Chiesa Cattolica, secondo il rito latino per i soli diaconi, secondo i riti orientali per diaconi e preti, disciplina comune con le Chiese Ortodosse.

Simon Pietro quando venne raggiunto dalla chiamata di Gesù a lasciare le reti per seguirlo, era già sposato tanto che Gesù ne guarì la suocera (sic!) che vive nella casa di Pietro (cfr. Mt 8,14-15 e parr.). Ciò segue alla lettera il dettato di Gen 2,24: "Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un'unica carne". L'uomo, non la donna, lascia i propri genitori per unirsi a sua moglie ed essere uno con lei.

Nessuna autorità può sciogliere ciò che Dio ha unito, l'unità sponsale tra l'uomo e la sua donna è sancita, confermata, difesa, fondata, stabilita, affermata, unita da Dio stesso, in Dio stesso che è Uno e Unico per natura, mentre l'umanità ed il creato sono sotto il segno della dualità, maschio e femmina, cielo e terra, luce e tenebre per essere chiamati a tendere all'unità.
Nemmeno il Figlio di Dio ha mai pensato o fatto qualcosa contro il sacro vincolo del matrimonio. Anzi, ha preso tale unità difficile e avventurosa, bella ancorché faticosa, quale prototipo della sua unione con la Chiesa, sua sposa, sul fondamento dell'unione ipostatica delle sue due nature, volontà ed energie, umane e divine.

Forse, è giunta l'ora che anche la Chiesa cattolica di rito latino ammetta uomini già sposati al sacerdozio seguendo l'esempio di Gesù Cristo che scelse anche Simon Pietro.
Ciò avvenga conservando il divieto assoluto per chi riceve il sacramento dell'Ordine sacro di modificare il proprio stato civile: resti celibe se consacrato da celibe, resti sposato se consacrato sposato restando vedovo, se e quando ciò accadrà.

lunedì 17 gennaio 2011

Clero sposato

I fatti sono noti.
  1. Roma, sabato 15 gennaio 2011, la Congregazione per la Dottrina della fede erige l'Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham, in conformità con le disposizioni della costituzione apostolica Anglicanorum coetibus di Benedetto XVI, del 4 novembre 2009.
  2. Cattedrale di Westminster, sabato 15 gennaio 2011, l'arcivescovo Vincent Nichols ordina come sacerdoti cattolici i reverendi Keith Newton, Andrew Burnham e John Broadhurst, vescovi anglicani sposati.
  3. Roma, sabato 15 gennaio 2011, Benedetto XVI nomina primo Ordinario il Reverendo Keith Newton.


Probabilmente altri chierici anglicani sposati entreranno nella piena e visibile comunione della Chiesa Cattolica, attraverso la figura canonica degli Ordinariati personali e molti di questi uomini sposati saranno ordinati sacerdoti cattolici, una novità nella Chiesa Cattolica. Novità che si è cercato di contenere dentro il perimetro degli Ordinariati personali.

Ma il clero sposato non è una novità assoluta, anzi, da anni o da secoli è presente nella Chiesa Cattolica.
Da secoli è presente il clero sposato delle Chiese Cattoliche Orientali.
Da decenni è di nuovo presente il clero sposato anche nelle Chiese del Rito Romano, dal Concilio Vaticano II che ha ripristinato il Diaconato al quale possono essere ammessi uomini sia celibi che sposati.
Forse la presenza massiccia di un clero sposato, non tanto in termini quantitativi ma soprattutto qualitativi, presenza qualitativamente massiccia del clero sposato, favorirà la revisione della legge ecclesiatica che impedisce agli uomini sposati l'ammissione al sacerdozio.

Il motivo più che sufficiente per ammettere al sacerdozio uomini sposati è la Parola di Dio. Da un lato essa propone l'esempio autorevole di Pietro, apostolo sposato, dato che i sinottici riferiscono che Gesù guarì la suocera di Simone (cfr. Mt 8,14; Mc 1,30; Lc 4,38); dall'altro dà la norma che Paolo, apostolo celibe, trasmette a Timoteo sulla scelta dei ministri da ordinare: "Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, (...) Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi" (1Tim 3,2.4).

Il superamento di questa norma umana del celibato, non sminuirebbe il grande dono del celibato. Anzi permetterebbe di recuperare e di valorizzare la sua natura puramente gratuita, come è indicato dalle sobrie e chiare parole di nostro Signore: "Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca" (Mt 19,11-12). Natura puramente gratuita del celibato per il regno confermata dalle parole con cui ne parla l'apostolo Paolo: "Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro" (1Cor 7,7).