domenica 26 maggio 2013

sorpreso dalla gioia

Trinità, Maestro tedesco, 1415-30

I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce.
San Gregorio di Nissa

Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole.
Papa Giovanni Paolo I

Abbiamo dichiarato eretici l'amore e il buon umore.
Papa Benedetto XVI


Noi crediamo in Persone, e quando parliamo con Dio parliamo con persone: o parlo con il Padre, o parlo con il Figlio, o parlo con lo Spirito Santo. E questa è la fede. La fede è un dono, è il Padre che ce la dà.
Papa Francesco


Trinità, Lorenzo Lotto, 1523 - Chiesa di sant'Alessandro (BG)


Sono rimasto sorpreso dalla gioia per questi stupendi aforismi. Li ho trovati nella terza pagina del Foglio odierno, sabato 25 maggio 2013. Difficile trovare riuniti in un solo articolo tanti e tali pensieri, è perfino difficile trovarne di pensieri. Grazie a Maurizio Crippa, vicedirettore del Foglio e autore dell'articolo.
Buona festa della santa Trinità.

Trinità, Pieter Coecke van Aelst, Museo del Prado

giovedì 23 maggio 2013

Sul Padiglione del Vaticano alla Biennale

   C'è chi pensa che il dialogo con il mondo sia inseguire i maître à penser per esserne battezzati. C'è chi pratica il dialogo con il mondo senza accorgersi che dietro o dentro il mondo può celarsi la mondanità del "principe di questo mondo" (Gv 12,31; 16,11) col quale giammai si può dialogare per non incorrere nell'errore di Eva: interloquire col "padre della menzogna" (Gv 8,44) comporta l'abbandono dell'unico Signore.
   Esempio di un siffato dialogo col mondo è la partecipazione del Vaticano alla Biennale di Venezia. Il Vaticano ha scelto come tema per la sua prima volta il libro della Genesi. Per ironia della sorte è lo stesso tema che cinquecento anni orsono Michelangelo affrescò sulla volta della Sistina.


   Ecco il commento di Gabriella Rouf pubblicato sul n° 753 de Il Covile.

La rinascita del bello negli ateliers e le mummie della Biennale. Un aggiornamento.
   Né cronache di arte. Né cronache vaticane. Il Covile interviene sui territori di confine, dove la distanza colloca con più chiarezza la prospettiva. La relazione di Aude de Kerros pubblicata nel n° 748 ne dà una, confortante e impegnativa: la rinascita del bello negli ateliers.
   Vogliamo pertanto considerare residuale, comunque vada votato all'oblio, l'imbarazzante episodio del Padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia. Passarlo sotto il silenzio che merita, come quelle operazioni intempestive e attardate, che si affrettano a mettersi in pari, pagando pegno per entrare nel gioco? Sul paradosso istituzionale, e sulla subalterneità alle mode dell'Arte Contemporanea concettuale, c'è poco da dire, fatti e immagini si commentano da sé. Che esso sia il prodotto del carrierismo e protagonismo di alcuni personaggi della Curia, anche questo è purtroppo evidente. Che ci sia anche un aspetto inquietante di spreco di danaro, di fatua complicità con il sistema speculativo dell'AC, chi può negarlo?
   L'iniziativa, per molti versi inopportuna, e le difese di essa, per quanto impacciate e stizzite, sembrano però mirare (e questo è più preoccupante) ad ufficializzare un punto di non ritorno, e proprio nel momento in cui il monopolio e l'arroganza dell'AC sembrano messi in discussione, e lo sono comunque dal ridursi dei flussi finanziari di cui essa non può fare a meno per esistere. Insomma, mentre i MAXXI vari collassano sul proprio vuoto, e i vip dell'AC vanno a cerca di qualunque connubio (con moda, pubblicità, arredi urbani ecc.) purché retribuito, è proprio la «commissione cultura»della Santa Sede ad accreditare come arte la produzione di «oggetti estetici» che arte non sono, che emergono per cooptazione da un mercato drogato e speculativo, in mano a lobbies ben note, eticamente e professionalmente indifendibili. Questo errore di prospettiva e di valutazione, arrogante quanto imprudente, ha una duplice negatività: quella evidente, perché trasferisce su opere banali e insulse un'aura a cui mai potrebbero aspirare, e quella «che non si vede», perché svia altri possibili e fecondi confronti, dando ad essi la sponda fasulla di avanguardie spossate e senili, di «arti povere», di avanzi e robaccia messa in saldo sui circuiti internazionali.
   Che questa impostazione vada a confluire con quella della gestione del «Il Cortile dei Gentili» non è una forzatura, perché il cardinal Ravasi stesso trionfalisticamente vi accenna, preannunciandone ulteriori tappe, forse usando la tattica del fait accompli. Come notammo a suo tempo, l'intuizione di Papa  Benedetto è stata stravolta dalla gestione ravasiana, trasformandola in un programma di eventi istituzionali, palcoscenico in cui ognuno rappresenta se stesso (lui per primo), con i soliti (o anche insoliti, se si pensa al cabaret de CdG di Parigi) professionisti dell'ateismo, dell'agnosticismo, ecc..
Iniziative di questo genere, del resto scontatissime, non hanno mai turbato nessuno, né tanto meno convertito, sono tipiche «iniziative culturali», in cui si vanta la partecipazione di questo e di quello, per dimostrare apertura di vedute e il riconoscimento da parte di ipotetiche élites intellettuali (in realtà tuttologi pronti a tutto).
   È questo stesso schema che sta dietro alla partecipazione del Vaticano alla Biennale, e basta leggere le dichiarazioni di Ravasi in proposito: da una parte dimostrare che la Chiesa ha attenzione verso il mondo dell'arte, preso come oro colato per quello che è ufficialmente, con i suoi «artisti famosi», curatori ambiziosi e critici prezzolati e, dall'altra fare in modo che la Chiesa sia presente come istituzione in un ambiente che si avvale di un'eco mediatica (spesso procurata del resto con scandali «ad arte»). Il pasticcio che ne deriva è evidente: sponsorizzare il concettuale, che arte non è? Proporre agli «artisti» un tema vagamente religioso? Andare sul sicuro, con nomi storicizzati? E il costo dell'operazione?
   Questo disorientamento è paradossale, perché l'arte sacra cristiana costituisce di per sè un termine di discernimento, in quanto risorsa spirituale e materiale condivisa, arte dell'incarnazione, integralmente umana, testimonianza di fede, sintesi di testo sacro, culto, devozione. Mai al servizio dell'artista, per quanto geniale. Mai espressione di una generica spiritualità, ma di profondi ed elaborati concetti teologici, leggibili in simboli e figurazione.
   L'arte concettuale, non può essere che a servizio dell'artista, anzi della firma, in quanto lo stesso statuto di arte le viene da una convenzione interna al sistema AC, e la firma è a sua volta prodotto di operazioni finanziarie e commerciali. L'arte concettuale è l'arte della dittatura, dittatura soft nell'occidente, dittatura di regime in Cina. È la copertina patinata degli orrori marcianti delle teorie del gender, del relativismo morale, degli apparati speculativi e dei poteri forti. Non si può ignorarlo, e spremere da essa ipotetici aneliti al divino; anche il suo morali smo, nel mettere in evidenza i mali della società, è, com'è noto, compiaciuto e pretestuoso.
   Del resto, l'arte non è politica, in cui occorre individuare ragionevoli compromessi per il bene comune. In ogni caso, quest'ultimo è ignorato e irriso dallo spreco e dalla mondanità fatua che caratterizza gli eventi legati all'AC, eventi usa e getta, mentre la spesa sul patrimonio avrebbe invece carattere di investimento.
   La Chiesa deve ripercorrere e recuperare il suo ruolo di committenza, smarrito nelle teorizzazioni di padre Couturier, pervertito in una vera marcia della follia nella teologia del Collège des Bernardins e negli scempi delle archistar e negli adeguamenti liturgici horror. L'arte è incarnazione di Bellezza, e pertanto non ha niente a che fare con l'arte ufficiale AC, che è una metafisica rovesciata, per la quale qualunque bruttura, oscenità, insensatezza, una volta che sia cooptata e accreditata da un sistema  autoreferenziale, viene imposta come arte, oggetto di culto, orrido feticcio.
Cardinale Ravasi
   Ravasi questo non vuole vederlo, e si guardò bene da rispondere a suo tempo a Jean Clair che sollevò con chiarezza questi problemi al Cortile dei Gentili di Parigi, invocando una diversa assunzione di responsabilità della Chiesa di fronte alla deriva autodistruttiva dell'arte, ormai consumatasi nel monopolio globalizzato dell'arte concettuale. Gli argomenti di Ravasi e dei promotori del Padiglione del Vaticano alla Biennale sono una triste eco di quelli di padre Couturier: triste perché bene o male il domenicano aveva a che fare con Matisse, Chagall, Picasso, insomma con gente che sapeva il suo mestiere, realizzava opere d'arte e aveva una sua etica. Motivava mesi fa Ravasi, operando vertiginosi salti logici:

«[...] è un terzo ambito di evangelizzazione che è stato per secoli decisivo, ed è quello dell’arte che esige oggi di essere ritessuto secondo la nuova grammatica e stilistica delle espressioni artistiche contemporanee senza perdere il legame con la sacralità del culto cristiano. In questo orizzonte si colloca l'invito rivolto ad alcuni artisti di partecipare, con una loro opera ispirata al tema della Creazione-Decreazione-Nuova Creazione, nel padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia.»

   Se l'arte è stata decisiva per secoli, lo è stato in quanto integrata e condivisa con la vita dei popoli e della Chiesa, con le sue tradizioni e il suo magistero. Oggetto dell'evangelizzazione non era tanto l'artista o l'ambiente artistico, quanto il popolo nel suo insieme, senza che questo volesse dire una strumentalizzazione dell'arte, anzi: proprio da questo legame con il popolo e con la trascendenza, l'arte cristiana ha espresso la metafisica del visibile, a cominciare dalla figura umana nella sua realtà, nobilitata e trasfigurata dall'Incarnazione. L'artista, anche di grande successo, si metteva al servizio di un progetto iconografico, che era tutt'altro che una banalizzazione dei testi sacri, bensì una catechesi per immagini, capace anzi di esprimere diversi e complessi percorsi dottrinali e morali; pensiamo, per esempio, alla Cappella degli Scrovegni, e come la sua impostazione teologica agostiniana si confronti con quella contemporanea di Dante, ispirata a San Tommaso.
   Questo linguaggio, e questa grammatica (per usare le parole di Ravasi), pur in un meraviglioso, inesauribile mutare storico, sono gli stessi ed eterni, perché radicati nella realtà dell'uomo, nei suoi sensi, nel suo cuore. La Bellezza non è qualità relativa, anche se infinite sono le forme in cui si rivela. Certo, esiste un problema di ricerca, di sapienza, anche un mistero. Ma con l'arte contemporanea AC, il processo è esattamente opposto, perché si parte da un a-priori convenzionale, da un concetto, da una trovata qualunque che possa corrispondere a qualche segmento del sistema: dall'oggetto «povero» esposto come tale, al tecnologico, all'osceno, alludico, al blasfemo, all'informe irriconoscibile come opera, e come tale totalmente disponibile (così ci si può trovare l'anelito all'infinito, al divino ecc..). Non si può parlare allora di linguaggio o tanto meno di grammatica, perché nulla in questo prodotto è per definizione condivisibile e comunicabile, va accettato per quello che squallidamente è, salvo poi impacchettarlo in qualche pia intenzione, corredato d'istruzioni per l'uso (si paga per questo, visto che un valore intrinseco non c'è). È l'esatto opposto del simbolismo, in cui un'immagine offre plurime e stratificate letture: l'arte concettuale realizza un'immagine brutta e insensata, che a sua volta non significa nulla. Il ridicolo cero del Duomo di Reggio Emilia è un brutto tubo tra il razzo e lo scaldabagno, e tale rimane, muto e chiuso nella sua sgraziata materialità.
   Le problematiche sui linguaggi artistici del sacro e sull'opera incarnata sono sempre state feconde nei secoli, tutt'altro che immobili o scontate, tutt'altro che eterodirette. Esse hanno mosso dall'interno l'intera storia del'arte dell'occidente, perché la Bellezza come valore trascendente incarnato nell'umanità di Cristo ha dato alla rappresentazione della natura e della figura umana una dignità ed una ricchezza inesauribile, sfida e stimolo alla forma. È solo nel XX secolo che il tessuto si è lacerato, e l'arte si è prosciugata e inaridita nei soli aspetti esistenziali, perdendo rapidamente il dominio e la sapienza della forma, per venir meno nella sua essenza e nella sua vera libertà. Questo però non è un processo irreversibile, e la testimonianza dell'arte del passato e della Bellezza dell'uomo e della natura, non potrà non richiamare la sensibilità e il talento alla rappresentazione della realtà nei suoi aspetti complessi e profondi, nella sua gloria e nel suo mistero. In questo quadro iniziative come quella del Padiglione vaticano alla Biennale, anziché «ritessere» alcunché, testimoniano conformismo ai fasti mondani, e, più  profondamente, il disagio di una diffusa cecità, ottusità del cuore e dei sensi, abitudine al brutto, che è poi la forma del male.
   I sostenitori dell'AC, com'è noto, sono i suoi peggiori propagandisti, appena tolti dai loro laboratori protetti. Padre Dall'Asta, emissario del card. Ravasi sul terreno, e nel cui curriculum c'è lo scempio del Duomo di Reggio Emilia, non ha dubbi: il dialogo è tra Chiesa e arte concettuale AC, la religione del postmoderno. Che vi sia un'Arte di oggi diversa, che sia in corso, a livello internazionale, una seria discussione sull'Arte, e sull'Arte cristiana, Dall'Asta lo ignora. Egli fa propria l'ideologia e la pretesa dell'AC che non essendo arte, necessita di un riconoscimento extra artistico, concettuale e pecuniario insieme. Il Padiglione del Vaticano alla Biennale glielo dà. Esso offrirà una copertura di parole, parole, ai soliti imparaticci, ai soliti assemblaggi di materiali, che trarranno un'aura dalle generose didascalie del card. Ravasi. L'episodio fa del resto emergere tensioni più profonde: le dichiarazioni di Dall'Asta, infatti, si fanno torve e isteriche quando allude a chi non condivide i suoi obnubilamenti, sprezzanti e minacciose quando preannuncia nuove offensive (è la parola giusta) dell'AC nell'arte sacra e liturgica. Anche in questo si dimostra dove si trova la sincera sollecitudine, la competenza e la condivisione — la generosa battaglia di Francesco Colafemmina — e dove invece la subalternità alle mode, la posizione di privilegio e l'indisponibiltà a qualunque serio confronto.
Raffaello, Papa Leone X e i cardinali Giulio de medici e Luigi de Rossi

domenica 7 aprile 2013

Triduo Pasquale 6. Ottavo giorno

   La Pasqua di Gesù identificata come Primo Giorno della Settimana e come Terzo Giorno dopo la morte, è chiamata anche Ottavo Giorno.
   Primo Giorno della Settimana indica che la Resurrezione è l'Alfa, l'Inizio di tutto ciò che esiste, del cosmo, della natura, della storia della Salvezza, tutto ebbe inizio con la creazione della Luce, riflesso e conseguenza nel mondo creato della generazione del Figlio dal Padre sul piano increato.
   Terzo giorno dalla morte di Gesù indica che la Resurrezione non è solo un idea religiosa, né una semplice attesa psicologica e nemmeno il segreto desiderio di vita eterna di ogni creatura. Se la Resurrezione fosse solo una idea, una speranza o un desiderio sarebbe irreale come i sogni e i fantasmi, mentre Gesù risorto insiste a presentarsi come reale, dotato di un corpo in carne ed ossa, palpabile, profumato  e vivente, capace di mangiare una porzione di pesce arrostito (Lc 24,36-43). Il desiderio d'immortalità è vero e universale e si fonda sulla carne umana e mortale di un uomo preciso e realmente esistito, nato e vissuto in 'eretz Isra'el, morto e sepolto nell'anno 30 dC (oppure 33).
   Ottavo giorno è una denominazione paradossale, nome che esprime la dimensione sovratemporale della pasqua cristiana e della domenica. Questo nome si radica sul semplice fatto che Gesù risorto vive per sempre, come dice il Figlio dell'uomo al veggente di Patmos nel giorno del Signore: "Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi" (Ap 1,18). In lui iniziò il nuovo eone, la vita eterna. Iniziò proprio in questa sua e nostra storia, poiché nell'eternità non c'è nè può esserci inizio.
   La Vita della resurrezione non è più soggetta alla morte è compiutamente espressa dal bel nome di Ottavo Giorno. Esso non si lascia circoscrivere dalla serie dei sette giorni che compongono il rosario delle settimane. L'ottavo giorno rispetto alla serie settimanale composta da sette giorni, indica l'ingresso nell'eternità, ma senza uscire dal tempo storico, infatti è il giorno successivo, cioè legato, al settimo. Legame costituito dall'identità personale di colui che è morto in croce con colui che è risorto dal sepolcro. Identità certificata silenziosamente dalla presenza delle piaghe, segni corporei della sua passione per noi. Identità garantita da lui stesso sia prima che dopo la sua sepoltura; prima quando nel corso della sua predicazione profetizzò la sua fine cruenta e la sua resurrezione il terzo giorno; dopo la sepoltura quando si fa riconoscere dai suoi in vari modi: chiamando per nome Maria Maddalena, spezzando il pane ai due discepoli di Emmaus, mostrando i segni della sua crocefissione impressi nel suo corpo agli apostoli.
CARAVAGGIO, Incredulità di Tommaso
   Nell'Ottavo Giorno Gesù risorto appare per guarire Tommaso "chiamato Didimo" (Gv 20,24).
Perché l'evangelista puntualizza il soprannome di Tommaso? Tra i dodici non v'era omonimia col rischio di confondere l'uno con l'altro. Tale soprannome racconta una notiziola biografica dell'apostolo, il mero fatto che come Giacobbe anche Tommaso aveva un fratello gemello. Forse il soprannome allude alla malattia spirituale da cui è affetto Tommaso il doppio? Egli sfida i condiscepoli che danno testimonianza apostolica della resurrezione di Gesù e implicitamente sfida il Signore che li ha costituiti con il soffio del suo Spirito, ponendo stringenti condizioni all'atto di fede : "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo" (Gv 20,25). Tommaso è rattrappito, il suo corpo è formato dall'anima sua: le sue dita e le sue mani contratte raccontano di un uomo che vuole vedere il Risorto per credere alla resurrezione di Gesù, vuole toccare il Corpo crocifisso per credere alla redenzione di Cristo. Tommaso ha in mente una fede solo umana, fondata sul vedere e dal toccare plasmata. Una fede incredula e diffidente, per la quale Tommaso è veramente doppio: crede come miscredente, perciò pone condizioni a Colui che "conosce quello che c'è nell'uomo"(Gv 2,25).
   Per guarirlo dall'incredulità Gesù appare e gli offre il suo Corpo trafitto quale farmaco. L'ostensione del Corpo Risorto è accompagnata dalle Parole che salvano: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!" (Gv 20,27). Solo per questo comando del Signore il vedere e il toccare di Tommaso sono salvifici, perchè fatti in obbedienza a Gesù e non al proprio desiderio, alle proprie insicurezze e dubbi, dai quali da soli non possiamo liberarci. Guarigione che avvenne perché s'adempisse la Scrittura: "Per le sue piaghe siamo stati guariti" (Is 53,5). Le piaghe che ci guariscono e nelle quali nasconderci, non sono quelle di un cadavere, piaghe immonde per la Legge, ma sono le piaghe del Vivente, "sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità" (Zac 13,1), fontana della divina misericordia.
   Grande  misericordia di Gesù verso Tommaso. Non tutti potranno vedere per credere, ma tutti crederanno e vedranno. Il rapporto tra segni e credere è uno dei fili conduttori del IV Vangelo. Ecco come inizia e come termina."Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo." (Gv 2,23-25). I segni sono fatti per essere mostrati e quindi per essere visti, per passare dalla visione dei segni alla fede in Colui che compie i segni. Questo è il criterio indicato nel Primo Testamento per discernere i falsi profeti dai profeti di Dio. Ciò nonostante Gesù diffida di coloro che credono nel suo nome avendo visto i segni che egli compiva, perchè conosce quello che c'è nell'uomo. Il problema è che spesso l'uomo ignora quello che c'è in lui, ed ignorandosi non può sapere ciò che fa. Al termine del Vangelo, l'apostolo Giovanni dichiara lo scopo per cui lo scrisse: "Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome." (Gv 20,30-31). I segni vennero scritti perchè siano letti e leggendoli siano immaginati e vedendoli si creda che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio e credendo si abbia la vita nel suo nome.

venerdì 15 marzo 2013

qui sibi nomen imposuit Franciscum


I commenti sul nome che il cardinal Jorge Mario Bergoglio si è imposto danno per scontato che lo abbia scelto in onore di san Francesco d'Assisi, fondatore dei Francescani e patrono d'Italia. Possibile e sottilmente ironico, un gesuita che sceglie di chiamarsi col nome di Francesco, nemesi del fatto che un papa francescano, Clemente XIV, abbia soppresso l'Ordine della Società di Gesù.
Tale interpretazione trova conferma nell'attenzione evangelica del novello pontefice per i poveri e soprattutto permette al pensiero dominante di appropiarsi dell'icona papale per promuovere le proprie battaglie: per una chiesa ecologica, alternativa, priva di mezzi, tutta spirituale, finalmente doma!
Ma non credo che questa interpretazione sia l'unica, né tanto meno quella esatta, fatta salva l'ironia salvifica.

L'attività pastorale del card. Bergoglio in Argentina mi sembra abbia avuto due priorità: l'Evangelizzazione e la Chiesa di popolo. Ovvero una Chiesa missionaria e non riepiegata su se stessa, e una Chiesa non elitaria, dei perfetti, dei pochi ma buoni, bensì una chiesa di popolo, magnanima e misericordiosa che dona senza misura e senza rigide condizioni la Grazia che Dio le dona e di cui ella è strumento e sacramento.
Soprattutto la prima priorità suggerisce un'altra figura tra i santi, guarda caso gesuita e patrono con santa Teresina delle missioni, san Francesco Saverio.

mercoledì 13 marzo 2013

Caro cardo salutis

La parabola del padre misericordioso (Lc 15) è aperta, affinché ciascun lettore decida come concluderla. Ecco lo svolgersi dell'azione. Il destino del figlio minore è noto: per il suo ritrovamento in cielo si festeggia allegramente, è la soluzione del dramma umano secondo la mente di Dio. Il destino del figlio maggiore rimane, invece, sospeso: entrerà in casa dove si festeggia per il fratello minore, oppure resterà fuori, solo con il suo rancore, in quelle tenebre esteriori ove risuona lo stridore dei denti? La soluzione definitiva ancora manca, sospesa alla libertà del fratello maggiore.


Il figlio perduto è salvato dalla carne affamata. Quando comiciò a trovarsi nel bisogno, divenne pastore di maiali e nessuno gli dava nulla: è solo e affamato. La carne affamata del suo corpo diventa la sua maestra e gli ricorda la via smarrita. Il primo passo, quello decisivo, lo fa rientrare in se stesso. Il secondo passo viene di conseguenza, egli rammenta che la situazione dei salariati di suo padre è migliore della sua: loro ricevono il pane, cibo dei figli, mentre a lui nessuno dà nemmeno delle carrube, cibo dei porci. Col terzo passo, ancora traballante, decide di ritornare da suo padre e di chiedere perdono, pur riconoscendolo come padre, non tira la conseguenza logica e necessaria di riconoscersi figlio, decide di chiedergli solo d'essere un servo. Tutto ciò grazie alla carne, vero cardine della salvezza.


Il figlio minore pecca contro il Cielo, contro se stesso e contro suo padre.
Contro il cielo quando abbandona la casa paterna, pretendendo l'eredità prima del tempo, prima di restare orfano. Contro di sé quando dichiara di non essere più degno d'essere chiamato suo figlio, pur chiamandolo ancora padre contraddicendosi. Contro suo padre quando decide di chiedergli di trattarlo come uno dei suoi servi.
Il figlio maggiore pecca contro suo padre, contro se stesso e contro suo fratello. Contro suo padre quando non lo chiama padre e lo tratta come un padrone. Contro di sé quando si condanna a vivere come un salariato di suo padre, non riuscendo a diventare figlio che condivide con il padre ciò che il padre possiede. Contro suo fratello quando non lo riconosce come tale, ma solo come figlio di suo padre.

Nelle allegre parole che il padre rivolge prima ai servi poi al figlio maggiore forse v'è un'allusione implicita al destino pasquale di Gesù, il Figlio del Padre "che era morto ed è tornato in vita" (Lc 15,24.32) per ritrovare i suoi fratelli perduti. La resurrezione di Gesù è motivo eterno di esultanza. In Cristo tutti gli uomini, suoi fratelli minori perduti, sono ritrovati dall'amore paterno grazie all'obbedienza filiale del primogenito. Non servile come l'obbedienza vissuta dal primogenito della parabola, il cui destino aperto è il nostro, quello di ciascun moralista che giudica Gesù perché "accoglie i peccatori e mangia con loro" (Lc 15,2) e non comprendono la divina necessità di "far festa e rallegrarsi" (Lc 15,32). L'uomo che era perduto è stato ritrovato, è molto più prezioso della moneta e della pecora per cui fanno festa la donna e l'uomo della prima parte della parabola (Lc 15,4-10).

venerdì 8 marzo 2013

Principi non negoziabili

La questione antropologica è antica. Da sempre l’uomo vuole definirsi e cerca una risposta alle domande: Chi è l’uomo? Chi sono io? Sul frontone del tempio di Apollo a Delo stava scritto: Conosci te stesso. La domanda antropologica non è astratta e lontana, ma concreta e vicina, molto più che vicina perché coincide con l'uomo stesso che allo stesso tempo è colui che interroga, il testimone chiamato a rispondere e l'oggetto della domanda.
La domanda antropologica non è introspezione solipststica ma essendo l'uomo l'animale politico (Aristotele) coinvolge la legge che la società si dà. La questione antropologica è questione politica e ciò pone un domanda ulteriore circa la giustizia: La legge umana è sempre giusta? Qualora una legge umana sia ingiusta, le si deve obbedienza? Socrate venne condannato a morte perché un tribunale lo giudicò colpevole: avendo egli insegnato a fare domande, aveva disonorato gli Dei e traviato i giovani. Nell’Antigone Sofocle mise in scena la questione dell’obbedienza alle leggi: Antigone, condannata a morte per aver seppellito suo fratello traditore della patria, giustifica la propria violazione della legge umana appellandosi ad una legge superiore, la legge divina, eterna e non scritta, Legge che risuona nella coscienza di ciascun uomo.


La questione antropologica è nuova sotto la forma dell’emergenza. Un’emergenza dovuta al fatto che le conoscenze scientifiche e le capacità tecnologiche sono cresciute moltissimo, mentre le capacità morali non altrettanto, formando un uomo sproporzionato, con testa grande e grandi mani, ma con un cuore piccolo, piccolo, sgraziato come i Moai dell’isola di Pasqua. Le tecno-scienze hanno il potere di plasmare a proprio piacere la natura delle cose: dagli atomi al patrimonio genetico di piante e animali, uomo compreso. Il potere di strappare alla morte naturale gli esseri umani grazie a tecniche mediche sempre più avanzate, ormai non più orientate alla ricerca di curare le malattie, bensì proiettate alla guarigione definitiva dalla malattia chiamata  morte, alla ricerca dell’immortalità, quali novelli alchimisti alla ricerca della pietra filosofale. Pensavamo di conoscere per intuito l’inizio e la fine della vita umana, una conoscenza universale  e comune a tutti perché tutti fanno esperienza dei vivi e dei morti. Ora, invece, solo pochi iniziati ai misteri scientifici, grazie ad elaborati algoritmi e a tecniche sempre più raffinate, possono decidere quando e come e dove la vita deve iniziare o finire e quali caratteristiche deve avere.


Per rispondere alle domande sollevate dall’emergenza antropologica e per riaffermare il valore unico, universale ed assoluto di ogni essere umano, la Chiesa Cattolica ha recentemente introdotto nel dibattito culturale e politico la nozione di PRINCIPI non NEGOZIABILI. Precisamente questa idea è un insegnamento rivolto a tutti i cattolici, sia i semplici cittadini elettori che i politici da loro eletti; essa è anche una proposta razionale rivolta a tutti gli uomini, sia credenti che non; i principi non negoziabili sono valori che non possono mai diventare oggetto di compromesso politico, ovvero sono NON negoziabili.
I Principi non negoziabili sono tre:

     1. il diritto alla vita, dal suo inizio (concepimento) alla sua fine (morte naturale)
     2. il diritto alla libertà religiosa e di educazione
     3. il diritto alla differenza sessuale tra uomo e donna, i quali nel matrimonio trovano e pongono il fondamento della famiglia

Risulta abbastanza evidente che tali principi si fondano esclusivamente sulla ragione umana ed esprimono la legge naturale, due realtà accessibili a chiunque e valide per ognuno.
Questi tre principi non negoziabile sono tre sì alla vita, alla libertà e alla differenza sessuale; da essi discendono alcune conseguenze logiche e necessarie, come da ogni sì scaturiscono dei no:
    1. rifiuto dell’aborto procurato
    2. rifiuto dell’eutanasia
    3. rifiuto della manipolazione genetica
    4. rifiuto della religione di stato
    5. rifiuto della scuola solo di stato
    6. rifiuto della convivenza
    7. rifiuto del cosiddetto matrimonio omosessuale
    8. rifiuto dell’adozione alle coppie omosessuali

Il mondo contemporaneo imperniato sul primato dell’economia non dovrebbe faticare a comprendere l’esistenza di principi non negoziabili, valori non commerciabili perché senza prezzo e perciò fuori mercato. La società attuale fatica invece ad accettare dei principi NON NEGOZIABILI, ad accettare cioè che qualcosa non possa essere ridotto a merce e quindi sfugga al suo controllo. Non è un deficit di comprensione intellettiva, bensì un deficit di volontà morale.

domenica 30 dicembre 2012

Simone de Beauvoir, o del nascere asessuato

Recentemente Simone de Beauvoir ha conosciuto un inaspettato successo postumo.
Prima il Gran Rabbino di Francia, rav Gilles Bernheim, poi il Papa, sua santità Benedetto XVI, hanno citato una fra le sue affermazioni  più note: "On ne naît pas femme, on le devient", ovvero: "Donna non si nasce, lo si diventa". Queste parole affilate come rasoio recidono la radice che unisce le persone alla carne umana e le donne al corpo femminile, lasciando ciascuno in balia delle proprie fobie e cupidigie, venti di tempesta alternati alla bonaccia che dominano la nuda interiorità dell'anima.

Simone de Beauvoir (1908-86)

Ovviamente i due capi religiosi non si accodano a Simone-Lucie-Ernestine-Marie Bertrand de Beauvoir per approvare il suo slogan, uno slogan che qualunque contadina illetterata sa riconoscere come una sciocchezza. Una sciocchezza che purtroppo ha fatto molta strada e altrettanti danni, poche parole ripetute da molte bocche ossequiose divenute di gran moda, hanno plasmato l'opinione pubblica. Da slogan del femminismo più radicale è stato adottato dal movimento LGBT che ne ha fatto uno dei postulati delle sue lotte politiche.

Nel penultimo post ho scritto del cosiddetto matrimonio omosessuale, ove spero di aver spiegato razionalmente perché non ritengo possibile attribuire il nome di matrimonio alle coppie omosessuali e perché reputo che il nome di matrimonio sia di esclusiva pertinenza delle coppie formate da un uomo e da una donna (MUD = matrimonio uomo donna).

Nel frattempo sul Foglio si è svolto un breve dibattito a tre sul medesimo tema.
Sabato 15 dicembre dà inizio alle danze Giulio Meotti con un articolo-intervista al filosofo inglese Rogert Scruton: "E' tutta colpa di quei sibariti di Bloomsbury".

Risponde martedì18 Angelo Pezzana con il vaticinio: "Sulle nozze gay Scruton vincerà qualche battaglia, la guerra ormai no".
Il giorno seguente, mercoledì 19, interviene Giorgio Israel: "Caro Pezzana, ecco perché col matrimonio gay non si batte l'omofobia".

Infine, il 21 dicembre, Sandro Magister spara una doppia bordata alla ideologia gender (più che filosofia si tratta di una ideologia), con l'articolo: "Il papa e il rabbino contro la filosofia del "gender"" pubblicato sul suo sito Chiesa. La prima bordata è assestata dal saggio di Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia: "Ce que l'on oublie souvent de dire", ovvero "Ciò che si dimentica sovente di dire". Pubblicato il 17 ottobre scorso è il suo autorevole contributo al dibattito pubblico che si sta svolgendo in Francia, un acceso dibattito innescato dal progetto di legge del governo socialista che vorrebbe introdurre il matrimonio gay; la legislazione francese  già riconosce con i PACS molteplici diritti alle coppie di fatto, sia etero che omosessuali.

Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia

La seconda bordata è stata assestata da Benedetto XVI con il discorso tenuto in occasione degli auguri natalizi della Curia Romana. Uno dei temi principali del discorso papale è la critica della ideologia gender, il papa cita e loda il saggio scritto dal Gran Rabbino di Francia: "Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio [...]". Non è usuale che il capo della Chiesa Cattolica, ancorché erede del pescatore galileo Simon Pietro, in un suo intervento ufficiale non solo citi un Rabbino, ma pubblicamente lo lodi ed in qualche modo faccia proprio il suo pensiero.

Il saggio di Rav Bernheim si compone di due parti: nella prima analizza e vaglia criticamente gli argomenti dei favorevoli al riconoscimento legale del matrimonio omosessuale, nella seconda parte approfondisce le premesse sottese ai vari argomenti e riuscendo così a confrontare le due visioni del mondo. Egli identifica correttamente la vera posta in gioco: non "una tappa della lotta democratica contro l'ingiustizia e le discriminazioni", giudizio di uno che se ne intende di discriminazioni e quindi assolutamente affidabile e certo, bensì: "la negazione delle differenze sessuali" in nome di una ideologia antiumana.
Ma è nell'introduzione che Rav Bernheim da il meglio di sé. Egli rifiuta con mite decisione la scelta, fatta da alcuni responsabili religiosi, di autocensurarsi in nome dell'ideologia laicista di separazione tra lo Stato e le visioni del mondo dei cittadini sia religiose che non religiose, preferendo il principio anglosassone di laicità che accoglie nel dibattito pubblico tutte le voci, religiose e non, e afferma: "Ho sempre visto come un dovere l'impegno intellettuale nelle grandi scelte della storia e in primo luogo nelle grandi scelte del mio paese", poi aggiunge: "Il mio intervento è espressione riflessa della solidarietà che mi lega alla comunità nazionale di cui faccio parte".

Albert Durer, Adamo e Eva
In conclusione, in nome dell'umanesimo biblico e del senso comune, entrambi universali, affermiamo che la differenza sessuale inscritta nella coppia umana costituita dall'uomo e dalla donna è un dato con un fondamento naturale non una sovrastruttra culturale.