lunedì 12 marzo 2012

Sogno o incubo?



Il n° 160 (marzo 2012) di Luoghi dell'infinito, mensile di Avvenire, è dedicato al grattacielo e s'apre con l'editoriale scritto da Massimiliano Fuksas, dal titolo: "Il grande sogno: una vita tra le nuvole".
Siccome sono rimasto basito e deluso dalla scelta editoriale di far scrivere alla nota archistar l'editoriale, mi sono permesso di fargli le pulci e con ciò mettere alla berlina la scelta del direttore di Avvenire, Marco Tarquini e/o del coordinatore del mensile, Giovanni Gazzaneo.

"L'umanità ha sempre desiderato andare "oltre", superare i limiti, vedere quel che sta al di là dell'orizzonte".
Fuksas usa tre formule: "andare oltre, superare i limiti, vedere al di là dell'orizzonte" per descrivere ciò che abita il cuore dell'uomo: il desiderio. Ma il desiderio, quantunque contenga nel suo significato etimologico la relazione con gli astri che muovendosi in cielo attraggono verso l'alto il cuore dell'uomo, non è in se stesso buono o cattivo, ma è informe e necessita d'essere educato. Andare oltre significa non lasciarsi fermare dagli ostacoli, o non accontentarsi di una tappa raggiunta, ma talvolta è proprio necessario fermarsi se non si vuol cadere in un precipizio. Superare i limiti è altrettanto equivoco, ci sono limiti che devono essere superati, come la predisposizione al male, ma vi sono limiti da non violare mai e sempre da rispettare, come il primato di Dio che nella retta coscienza parla all'uomo. Vedere al di là dell'orizzonte, ci sono orizzonti ristretti che delimitano la casa della schiavitù e dai quali Dio ci ha liberato, ed orizzonti al di là dei quali vedremo solo a tempo debito.
In sintesi, non tutto ciò che il cuore umano desidera è anche desiderabile, non tutto ciò che l'ingegno tecnico può fare è anche lecito. Desiderio ed ingegno devono sottomettersi alla suprema legge della Verità.
Magritte, Il Castello dei Pirenei (1959)
Fuksas afferma in modo apodittico che il grattacielo è: "qualcosa di straordinariamente nuovo, che stabilisca una relazione prima ignota tra essere umano e natura".
Non lasciamoci irretire da giudizi privi di giudizio e ingiustificati, invece chiediamoci: Il grattacielo che relazione crea tra l'uomo e la natura?
Con notevole arguzia l'archistar osserva che prima del primo grattacielo tale relazione era ignota. Ovviamente anche al sottoscritto era ignota la paternità prima di avere la mia primogenita.
Reputo che il grattacielo separi l'uomo dalla natura, lo allontana lanciandolo nell'informe inconsistenza dell'aria, lasciandolo sospeso tra cielo e terra, senza radici e perciò senza futuro. Relazione fatta di fuga dalla realtà per precipitare nel sogno/incubo, fatta di abbandono della terra assegnata agli uomini da Dio come domus, tesa al dominio su tutti e tre i piani cosmici (inferi/terra/cielo), al possesso teso a superare i limiti, come scrive l'editorialista, fino al delirio d'onnipotenza...
Questa è una relazione buona e vera, oppure una contraddizione e una rottura delle ordinate relazioni con i tre piani cosmici: gli inferi come destino post-mortem in attesa del Giudizio, la madre terra quale casa dei viventi - adamah (terra) affidata alle cure di adam (terrestre, uomo) - , i cieli sede di Dio?

J.R.R. Tolkien, La Torre e l'Occhio di Sauron a Isengard
Poi Fuksas mette sullo stesso piano la torre di Babele e le cattedrali gotiche, equiparando l'una alle altre, ma ciò è erroneo per due motivi.
Anzitutto perché i due oggetti paragonati appartengo a due categorie diverse, così eterogenee da risultare imparagonabili. La prima, infatti, è un ente simbolico, mentre le altre sono enti concreti. Confondere la realtà virtuale con la realtà reale è proprio di una grave patologia psico-spirituale.
Inoltre perché i rispettivi significati sono agli antipodi. La torre di Babele è simbolo dell'orgoglio umano, punito con la confusione delle lingue e sanata nella Pentecoste. Le cattedrali gotiche e anche quelle paleocristiane, romaniche, rinascimentali e barocche, sono concreti edifici di culto, furono edificate da comunità vive ed esprimono l'umile fede in Dio e nell'ingegno umano dei costruttori e sono plasmate dal miracolo della Pentecoste che avviene in ogni divina Eucaristia in esse celebrata.
Burj Khalifa, Dubai (828 m)
Falso è affermare che le cattedrali gotiche concretizzino l'ambizione babelica di raggiungere il cielo. Infatti sono e presuppongono il contrario, ovvero che il cielo è disceso sulla terra, che la luce gentile ha brillato nella tenebra del mondo. Le cattedrali gotiche, a differenza degli edifici di culto contemporanei, tranne poche eccezioni, non esprimono l'umana ambizione di raggiungere il cielo, ma l'umile volontà credente di glorificare Dio per essersi rivelato ed aver preso dimora presso di noi per salvarci. Il Verbo ha posto la sua tenda tra noi, una tappa decisiva della sua divina discesa et incarnazione. I grattacieli, a differenza delle cattedrali gotiche che fanno spazio alla luce e ne sono plasmate, portano lo slancio umano fino alle nuvole ed oltre, un chiaro, evidente, dichiarato contrasto con le cattedrali e in diretta ed esatta continuità con la torre di Babele, antitesi delle cattedrali.
Monet, Cattedrale di Rouen al mattino
Finalmente una affermazione vera e perciò condivisibile: "Il destino dell'essere umano è di intrecciare rapporti di reciproca fiducia". Ma i grattacieli sono funzionali alla ricerca di un tale destino, oppure vi si oppongono? La fiducia reciproca può nascere dall'orgoglio luciferino di salire in cielo e di raggiungere Dio con le sole proprie forze? O viceversa nasce dall'umile riconoscimento del proprio essere creature, peccatrici, salvate e unite dal desiderio di glorificare il Creatore  e Redentore, così come edificato nelle cattedrali?
Monet, Cattedrale di Rouen alla luce pomeridiana
Talvolta accade che il sogno si riveli un incubo e senza dubbio ciò è vero per i grattacieli, odierne torri di Babele, sognate, decantate e progettate da Fuksas e altre archistar, incubo per i comuni mortali che vi lavorano, sia prima della loro costruzione, sia durante la loro edificazione, sia dopo. A tal proposito ecco il risultato di una ricerca fatta da Barclays Capital e divulgata da Asianews, l'agenzia del P.I.M.E., dove si mette in evidenza che Costruire grattacieli è segno di crisi economica.

Non mi meraviglia che Fuksas sia Fuksas e promuova le proprie idee babeliche cui sono strettamente legati i suoi legittimi interessi economici, ma resto allibito che Luoghi dell'infinito, mensile di Avvenire quotidiano della CEI, faccia proprie tali idee antievangeliche ed antiumane. Non abbiamo bisogno della fatua luce elargita da un'archistar, nè di una firma nota da esibire nell'illusione che ciò significhi essere accettati dal mondo che conta.  Ecco l'incipit della seconda lettura di ieri: "Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani" (1Cor 1,22). Non si può evacuare impunemente lo scandalo e la stoltezza della Croce, sempre che sia ancora "spes unica".

lunedì 20 febbraio 2012

Paralisi


Caravaggio, Incredulità di san Tommaso, 1601-02
Gesù opera dall'interno all'esterno, dall'invisibile al visibile, dal perdono del peccato dell'anima alla guarigione della paralisi del corpo. Dio crea prima il corpo e poi l'anima: "Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente" (Gen 2,7). Gesù ricrea prima l'anima: "Figlio, ti sono perdonati i peccati" (Mc 2,5), poi il corpo: "dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua". Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò" (Mc 2,11-12).


Il segreto peccato del paralitico nel corpo corrisponde ad un peccato pubblico, la paralisi interiore di scribi e farisei scandalizzati dalla parola di Gesù che rivela la sua divinità perdonando: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?" (Mc 2,7). Alla paralisi del corpo corrisponde la paralisi dell'anima degli intellettuali. Il paralitico nel corpo può essere condotto a Gesù dalla fede altrui, mentre i paralitici nello spirito possono essere guariti dalla propria incredulità?

Stom Mathias, 1620
L'incredulità è malattia dell'anima, peccato che paralizza la volontà, quì di scribi e farisei, ma al termine del Vangelo anche di apostoli e discepoli, increduli nonostante la testimonianza convergente di Maria Maddalena (Mc 16,9-11) e di due discepoli, verosimilmente i due di Emmaus, (Mc 16,12-13), incredulità rimproverata da Gesù risorto: "Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto" (Mc 16,14). In effetti la sua resurrezione è il miracolo e la sorgente inesauribile dei miracoli, è la sconfitta della morte del corpo e dell'anima generata dalla sconfitta del peccato.

Rubens, 1613-15
Terbrugghen Hendrick, 1604

domenica 19 febbraio 2012

L'inferno per Balthasar

"Tra l’inferno è vuoto di Von Balthasar e 500000 indemoniati l’anno solo in Italia una via di mezzo."
Così scrive Simona sul blog di Paolo Rodari, commentano un post dedicato a Woityla esorcista.
Sono innumerevoli le volte che il pensiero di Hans Urs von Balthasar in proposito è travisato, ridotto ad una battuta che falsa gravemente il suo pensiero.

Siccome oltre che fans di Balthasar, sono un fans della verità, sia quella storica che quella teologica, voglio fare alcune precisazioni.
1. Balthasar non ha mai affermato che l'inferno è vuoto, bensì che come cristiani possiamo sperare che l'inferno sia vuoto e per ciò dobbiamo pregare instancabilmente. Tutti siamo sotto il giudizio e vi restiamo sino alla fine.
2. Credere comporta sempre una conoscenza, l'affermazione di una verità alla quale ci si affida e nella quale si crede. Sperare comporta sempre un vivo desiderio che s'apre alle infinite possibilità delle libertà divina ed umana.
3. C'è quindi una differenza sostanziale tra il credere che l'inferno è vuoto, eresia condannata dalla Chiesa perché non prende sul serio la libertà umana, e lo sperare che l'inferno sia vuoto, una possibilità ancora in fieri la cui realizzazione dipende dalla Libertà di Dio e dalla libertà dell'uomo, dalla divina Misericordia che ha preso nettamente posizione in nostro favore e dalla preghiera insistente e testarda: "Abbi pietà di noi peccatori".

Per fare luce sul pensiero di questo grandissimo teologo, nominato cardinale dal beato Giovanni Paolo II ma morto improvvisamente due giorni prima di ricevere la berretta cardinalizia, ecco un articolo di Giandomenico Mucci sj, pubblicato sulla Civilità Cattolica e in rete sul sito di Sandro Magister, nel quale l'autore conclude con il pensiero di un teologo speciale, Joseph Ratzinger.

Infine una considerazione desunta dalla devozione popolare. Al termine di ciascuna decina del santo Rosario si recita la seguente breve preghiera, i cui contenuti concordano con la posizione di Balthasar:
                                                           Gesù mio,
                                                              perdona le nostre colpe,
                                                              preservaci dal fuoco dell'inferno,
                                                              porta in cielo tutte le anime
                                                                    specialmente le più bisognosoe della tua mnisericordia.

Madonna di Fatima

mercoledì 8 febbraio 2012

Sullo strano concetto di TOLLERANZA dei cristianofobi

Sul sito della Socìetas Raffaello Sanzio produttrice dello spettacolo di Romeo Castellucci "Sul concetto di volto del Figlio di Dio" ho trovato un "appello contro l'intolleranza" proposto dall'apposito "Comitato di sostegno alla libertà di rappresentazione dello spettacolo di Romeo Castellucci al Teatro della Città - Parigi", firmato dal direttore del Teatro, Emmanuel Demarcy-Mota e dall'equipe.
Romeo Castellucci
Un appello contro l'intolleranza è spesso contraddittorio. L'intolleranza subita diventa, con l'appello contro di essa, intolleranza promossa contro chi non tollera l'offesa recatagli dallo spettacolo. Una tale reazione contraddice proprio quella libertà d'espressione cui si appellano i commedianti, esigendola solo per sé, libertà di esprimere il proprio odio contro i cristiani.
Perché solo i cristiani dovrebbero tollerare d'essere offesi senza poter reagire?
Chi offende non può invocare la libertà d'espressione, precludendola alle sue vittime. Le vittime godono prima di tutti del diritto di alzare la voce e gridare la propria protesta contro chi li ha offesi.
A tutti è richiesto di non offendere i propri simili, di rispettarli: "Non fare agli altri quel che non vuoi sia fatto a te", oppure: "Fai agli altri quel che vuoi sia fatto a te" ed anche "Agisci in modo da trattare l'uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo".

Ma non esiste il diritto di offendere, nemmeno celando l'offesa dietro la libertà d'espressione, tanto più accompagnato dalla pretesa di non subire la logica conseguenza dell'offesa provocata, la reazione risentita delle vittime.
 Viceversa esiste il diritto di difendersi, custodendo integro il bene più prezioso, qual'è Cristo per i cristiani.
L'intolleranza è quella espressa dallo spettacolo di Castellucci.
Intolleranza verso la debolezza e la malattia dell'uomo-padre.
Intolleranza verso la condizione tragica dell'uomo-figlio.
Intolleranza verso lo sguardo silenzioso e dolce del Cristo di Antonello da Messina, il volto del Figlio di Dio.
Ovvero intolleranza verso le creature umane, verso il loro Creatore (Dio Padre) e verso il loro Salvatore (Dio Figlio), verso Cristo ed i cristiani.
L'offesa ai cristiani viene confermata dallo stesso regista Romeo Castellucci nel comunicato dove dichiara: "è questo sgurado che disturba e mette a nudo; non certamente il colore marrone che, rivelando presto il proprio artificio, rappresenta le feci".
Lo sguardo del Cristo sicuramente mette a nudo ciò che si agita nel cuore dell'uomo, ma non disturba l'uomo oppresso ed affranto, nè il padre ammalato nè il figlio che lo accudisce; disturba il potente, il violento, ma soprattutto l'indifferente ed il qualunquista. Offende proprio l'artificio del colore marrone che rappresenta le feci proprio per ciò che rappresenta e che è chiaramente evidente durante lo spettacolo.
La frase che immediatamente segue diventa allora senza dubbio una excusatio non petita, ovvero accusatio manifesta: "Allo stesso tempo [...] è completamente falso che si lordi il volto del Cristo con gli escrementi".

mercoledì 1 febbraio 2012

sul concetto di volto del Figlio di Dio

Antonello da Messina, Salvator Mundi, 1465
Ho visto l'opera teatrale di Romeo Castellucci "Sul concetto di volto del Figlio di Dio".
Ne sono uscito disgustato.
Non per le azioni sacrileghe, paventate da alcuni cattolici faziosi, azioni che non ci sono.
Disgustato per la presenza ossessivo-compulsiva delle feci. Mi sono chiesto se ciò significhi una regressione o una fissazione dell'autore alla fase anale del suo sviluppo psichico, fase che Freud colloca tra i due e i quattro anni e ... ho provato una pena infinita.
Ritengo che l'ossessiva presenza degli escrementi voglia intenzionalemente provocare negli spettatori la nausea per la vita di merda del padre malato e del figlio che l'accudisce in ottemperanza al comandamento: "Onora il padre e la madre".
La tesi dell'opera teatrale è che la vita è uno schifo. Fa schifo la vita del padre ammalato che si imbratta delle sue feci. Fa schifo la vita del figlio che come Sisifo è condannato continuamente a pulirlo. Fa schifo il quarto comandamento che prescrive di onorare il padre, al posto di parcheggiarlo in un ospizio in attesa che crepi. Tutto fa schifo ciò che si svolge sotto lo sguardo del Cristo dipinto da Antonello da Messina, uno sguardo che nel corso dell'zione teatrale trascolora progressivamente dalla indicibile silenziosa dolcezza alla sadica beffarda indifferenza per gli uomini, il padre cagante ed il figlio pulente.
Dopo l'ennesimo spargimento di feci da parte del padre, letteralmente sparse sulla propria esistenza corporea e su quella inseparabile del figlio, finalmente il tristo figuro cui è stato ridotto il figlio si ribella, esplode la rabbia covata e dopo aver urlato la propria esasperazione per la propria vita sequestrata, il figlio disperato si appoggia inconsolabile al volto di Cristo. Questo è l'attimo sublime dell'opera teatrale, il figlio si appoggia al volto del Figlio di Dio. Ecco l'umano bisogno di redenzione e l'atto di fede che aderisce al Redentore, la necessità di essere salvati e l'abbandonarsi fiducioso al Salvatore del Mondo: "Venite a me voi tutti che siete stanchi ed oppressi e io vi darò ristoro" (Mt 11,28).
Ma dopo essere stati condotti a questa altezza, ecco che subito si viene precipitati nell'abisso della disperazione. Lentamente il volto del Figlio di Dio, sul quale il figlio stanco e oppresso ha trovato ristoro in un attimo di luce, si tinge di nero. Una macchia liquida annichila il bellissimo Volto di Gesù Cristo. Secondo il regista ciò rappresenta l'inchiostro con cui è scritta la Sacra Scrittura, inchiostro che annega nel nero più cupo i meravigliosi colori di Antonello da Messina. A me, invece, ha dato la netta impressione del liquame compulsivamente sparso per tutto lo spettacolo.
Poi il velo sul quale era proiettato il volto del Figlio di Dio si lacera, come il velo del tempio alla morte del Figlio di Dio, e sulle macerie del Volto santo dileggiato, sul letamaio della vita, compare l'incipit del Salmo 23: "Tu sei il mio pastore". Tu chi? Il Figlio di Dio il cui bellissimo volto è stato annientato e lacerato? Oppure il di lui Padre, creatore sadico di un tale schifo? Ma ecco, mentre ci si interroga nel tentativo di identificare il pastore, prima indecifrabile e poi distinta lampeggia una invettiva nichilista, un non capovolge l'affermazione di fede nel suo contrario: "Tu non sei il mio pastore". Il regista vorrebbe così circoscrivere la fede nel dubbio, ma se avesse voluto dubitare, avrebbe dovuto rendere interrogativa quella negazione: "Tu sei/non sei il mio pastore?". Non trasformandola in una interrogativa, la fede viene prima negata e poi resa equivalente al suo contrario. La mancanza di fede ha una sua dignità tragica. Mentre il lampeggiare del non significa che tutto è assolutamente indifferente: credere o dubitare, amare o odiare, essere o non essere, sperare o disperare. Nulla conta, nulla vale, l'indifferenza regna sovrana, come il Fato, e se tutto è indifferente, allora tutto è merda.


Alla fin fine l'opera teatrale del Castellucci  esprime l'odio verso l'OPERA CREATRICE, sia l'Opera prima del Creatore di ogni cosa, che le opere seconde dei cocreatori, gli artisti che nelle loro opere proseguono l'Opera creatrice del Sommo Artista, opere rappresentate più che degnamente dalla splendita tela dipinta da Antonello da Messina. Oltre all'odio verso l'opera creatrice di Dio e degli artisti, un altro genere di odio s'esprime in tale opera teatrale: l'odio per il VOLTO UMANO, opera divina in cui culmina la creazione prima e si riflette il Creatore. Come ha insegnato Emmanuel Levinas, nel volto dell'uomo si mostra e si espone all'altrui accoglienza, riconoscimento e rispetto, la vulnerabilità di ciascuno. Nel volto umano la vulnerabilità dell'uomo si espone e richiama la resposabilità di ciascuno a non uccidere. Il singolo volto è irriducibile e resiste alla presa del concetto che pretende di dominarlo, manipolarlo, strumentalizzarlo.

E' il volto benedetto del Cristo che nella prigione sivigliana, dopo aver ascoltato in silenzio tutte le recriminazioni ed accuse del Grande Inquisitore, "fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante", gli si accosta e "lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni". La più grande miseria che alberga nel cuore dell'uomo è sciolta dalla ben più grande misericordia che palpita sul volto del Figlio di Dio.

venerdì 6 gennaio 2012

Oro Incenso Mirra

"gli offrirono in dono oro, incenso e mirra" (Mt 2,11)
   I tre mistici doni della divina Epifania di nostro Signore Gesù Cristo, l'oro, l'incenso e la mirra, tanto rivelano l'umile divinità del bambino che li riceve, quanto disvelano l'umanità sapiente che li dona: l'Oro acclama il Re, l'Incenso è offerto a Dio, la Mirra unge lo Sposo.

Hieronymus Bosch, pannello centrale del Trittico, 1510
   L'aurea fede acclama il re, com'è scritto: "la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà" (1Pt 1,6-7).
   L'odorosa carità s'offre a Dio nella propria palpitante sovrabbondanza, come l'amante canta dell'amata: "Quanto è soave il tuo amore, sorella mia,
quanto più inebriante del vino è il tuo amore, mia sposa,
e il profumo dei tuoi unguenti, più di ogni balsamo.
 Le tue labbra stillano nettare, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come quello del Libano." (Ct 4,10-11).
   L'umile speranza unge lo Sposo, com'è scritto per le nozze del messia: "Dio ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni. Di mirra, àloe e cassia profumano tutte le tue vesti" (Sal 45,8-9) e come fece Maria, sorella di Lazzaro, a Betania: "prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo" (Gv 12,3).

Bouts Dieric il vecchio, 1445


   L'aurea fede è propria dei cieli, dai cui regni viene la divina Rivelazione che genera la fede.
   L'odorosa carità è propria della terra, la quale freme d'amore per il suo Creatore che l'ama.
   L'umile speranza è propria degli inferi, regno che accoglie lo Sposo per la Risurrezione che fonda la speranza.

Bosch, Trittico chiuso, 1510
   I tre doni non si limitano a rivelare il Dio che li riceve, svelano anche il mistero dell'uomo che li dona.
   L'oro rivela la natura luminosa della materia di cui anche il corpo dell'uomo è fatto, a immagine del Creatore che "è luce" (1Gv 1,5), luce visibile nei corpi dei santi che "a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine" (2Cor 3,18).
   L'incenso rivela la natura ignea dell'anima che offre il suo corpo quale: "sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rom 12,1).
   La mirra rivela la natura sponsale dello spirito dell'uomo che anela ad unirsi al suo Creatore e Redentore, come è scritto: "chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito" (1Cor 6,17).

Albrecht Durer, 1504
   Le parole di P. Gerhardt musicate da J.S. Bach nello splendido corale "Ich steh' an deiner Krippen hier" cantano il mistero della fede per cui il credente si identifica con i doni dei Magi e offre tutto ciò che è.


   Il corale fa parte dell'Oratorio di Natale, precisamente della Sesta parte, il Concerto per l'Epifania. Queste sono le parole con la traduzione italiana:

Ich steh' an deiner Krippen hier,                             Io sono qui davanti alla tua mangiatoia,
o Jesulein, mein Leben.                                           o Gesù bambino, mia vita.
Ich komme, bring' und schenke dir,                        Io vengo per portarti e donarti
was du mir hast gegeben.                                        ciò che tu mi hai dato.


Nimm hin, es ist main Geist und Sinn;                   Prendi, è il mio spirito e la mia mente;
Herz, Seel' und Mut, nimm alles hin                       cuore, anima e coraggio, prendi tutto
und lass dir's wohl gefallen.                                    e fa che ti sia gradito.

Vetrate del Coro della Vecchia Chiesa dell'Abazia di Königsfelden, 1325-30

domenica 18 dicembre 2011

In principio è la fiducia

In principio è la fiducia: Eva si fida del serpente, Maria dell'angelo Gabriele.
Dalla fiducia non si può prescindere e unica è la fiducia, la fides quae creditur.

Ma se identica è la fiducia, diverso è l'oggetto conosciuto per fede, la fides qua creditur:

  1. Maria conosce Dio che è fedele perché è vero
  2. Eva consoce Satana che è infedele perciò menzognero
Diverso è anche l'effetto operativo della conoscenza guadagnata grazie alla fede, i frutti che permettono di distinguere i diversi alberi:
  1. opera divina è amare
  2. opera diabolica è odiare