domenica 16 settembre 2012

Materialismo economico della classe dirigente europea


Ho letto con interesse l'articolo di Giuseppe Vegas, pubblicato sul Foglio del 13 settembre 2012, col titolo: "Perché la soluzione della crisi finanziaria europea è anzitutto geopolitica" (questo link apre l'elenco della rassegna stampa, scorrendola fin quasi in fondo trovate il link al testo integrale dell'articolo). L'autore è un personaggio poliedrico, grande esperto di finanza pubblica, è giurista, giornalista e docente universitario; è stato sottosegretario, viceministro e parlamentare; dal gennaio 2011 è Presidente della Consob: rappresenta a pieno titolo la classe dirigente del nostro paese.
Una classe dirigente che dimostra di aver capito ben poco della crisi che attanaglia l'Europa o €.p.A.
La crisi non è solo economica, come crede Vegas, è politica, culturale, spirituale. Ergo la sua soluzione non può che essere spirituale, culturale, politica e dulcis in fundo economica. Chi è l'Occidente di cui si parla? Quale identità ha? Che progetti e ambizioni coltiva? Mohammed Morsi, fratello mussulmano e presidente egiziano, ha dichiarato: "Il Profeta è una riga rossa che nessuno deve toccare". Credo che abbia fatto bene a ricordare all'Occidente che esistono valori intangibili, per difendere i quali si è pronti a battersi fino alla morte. La questione, infatti, è la seguente: l'Europa ha una riga rossa? C'è ancora qualcosa di inviolabile per noi occidentali,oppure siamo divenuti così cinici da credere che tutto abbia un prezzo, tutto sia mercificabile? Il relativismo ha forse ingoiato ogni riga rossa, ogni valore intoccabile, lasciando l'Occidente interiormente vuoto, senza fibra morale perché senza fede in alcunché?

"L'Europa è la dimostrazione pratica che il benessere dei cittadini dipende da uno sviluppo economico generalizzato che non si è mai realizzato in paesi che non fossero democratici". Questa è la sintesi del pensiero di Vegas e delle classi dirigenti europee, pensiero che potremmo definire MATERIALISMO ECONOMICO. Ambiguamente Vegas ha lasciato il concetto chiave, benessere,  privo di ogni specificazione, ma dal contesto emerge chiaramente un solo aggettivo: si sta parlando del benessere materiale. Esso è sufficiente? è vero benessere quello ridotto alla ricchezza materiale? Il solo buon senso ci dice che il benessere materiale non è sufficiente senza il benessere spirituale e morale. Anche il Vangelo insegna l'integrità del benessere materiale e spirituale: con la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) auspica l'iniziativa privata e l'arricchimento, mentre con la parabola del ricco stolto (Lc 12,13-21) condanna ogni cupidigia e invita ad arricchirsi anche presso Dio e non solo per sé.
Quindi Vegas ripete il ritornello che lega lo sviluppo economico alla democrazia; vero sul piano storico fino a qualche decennio fa, ma ormai palesemente smentito dai paesi a capitalismo autoritario come la Cina, dove lo sviluppo economico anche diffuso si sta realizzando in un paese non democratico.
La madre di tutte le questioni non è il mantenimento dell'euro come afferma Vegas. Una moneta imposta dalla Francia alla Germania quale condizione per la sua riunificazione e che si è ritorta nell'imposizione all'Europa del modello economico tedesco. Moneta unica e progetto politico-costituzionale fatti senza voler consultare tutti i popoli europei coinvolti, anzi obbligando quei pochi che han potuto votare, a modificare il proprio responso per adeguarlo alla volontà dell'elite tecnocratica che ci governa (Danimarca 1992 bocciato, approvato nel 1993; Irlanda 2008 respinto, approvato nel 2009). Questa la chiamano democrazia. Per correttezza devo precisare che in taluni paesi il responso negativo è stato accettato (Norvegia 1972 e 94, Danimarca 2000, Irlanda 2001, Svezia 2003, Francia 2005). A mio avviso madre di tutte le questioni è la rifondazione della UE sulla realtà storica e geopolitica dell'Europa, abbandonando l'idea utopica di Europa coltivata e affermata da alcune sue elite. La realtà dell'Europa è che essa si abbevera alle radici cristiane, oppure non è, autodestinandosi al declino fino alla scomparsa dal mondo dei vivi per entrare nel museo della storia.

Vegas annuncia la sua profezia: "L'euro è soprattutto il simbolo dell'unione politica che verrà". A mio avviso un simbolo diabolico, ovvero, un simbolo divisivo e non unitivo che nega ciò che afferma, una contraddizione. L'unione politica che verrà, disperiamone, è quella che alcuni, pochi, hanno voluto e vogliono, edificandola sulle labili fondamenta dell'economia e contro la storia comune del continente europeo. Un continente che non è geograficamente tale, essendo mera propagine occidentale, Europa appunto, del grande continente euro-asiatico, i cui confini sono di difficile identificazione, essendo soprattutto culturali, una geografia dell'anima. E come tutte le case costruite sulla sabbia, anche l'€ crollerà.

 
Da profeta Vegas diventa anche legislatore supremo: "L'euro è irrinunciabile, e dunque l'Europa esiste".
Ecco raggiunto l'acme della follia o stupidità dei tecnocrati. Come dire che l'umanità esiste perché c'è l'esperanto, oppure far discendere il territorio concreto dalla cartografia. L'Europa esiste da molti secoli e nella sua storia millenaria ha anche inventato una moneta unica senza uno Stato.
Il salto culturale che anche Vegas auspica è possibile solo poggiando le piante dei piedi sul solido terreno della realtà storico-geografica, non sulla sabbia delle utopie, letteralmente le senza luogo.
Infine il profeta e legislatore si cimenta anche da storico: "la Rivoluzione francese prima e Napoleone Bonaparte dopo, aprirono i mercati e fecero entrare nel gioco dell'economia il Terzo stato". Penso che anche in questo caso Vegas abbia capovolto i rapporti di causa ed effetto. Mi sembra di ricordare da profano che il Terzo stato sia entrato nel gioco dell'economia prima della Rivoluzione francese e che questa sia il risultato anche dell'ingresso della Borghesia nel gioco economico avvenuta per motivi non solo logici (la causa eziologica precede sempre i suoi effetti) ma anche cronologici prima della Rivoluzione francese.

domenica 9 settembre 2012

Apologia della cenere. In morte del card. Martini



Ho letto l'ultima intervista al card. Martini pubblicata sul Corriere, correttamente intitolata "Chiesa indietro di 200 anni". Una grossa delusione per il tono e per i contenuti dell'intervista.
Il tono triste è il tono di quei "profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo", dai quali risolutamente dissentì il beato papa Giovanni XXIII nel discorso per l'apertura del Concilio Vaticano II.
I contenuti, causa ultima della tristezza, ripetono i soliti vecchi propositi pseudo-progressisti di adeguamento della Chiesa al mondo (rifiuto della dimensione istituzionale della Chiesa, rifiuto degli insegnamenti della Humanae Vitae di Paolo VI, rifiuto pratico dell'indissolubilità del matrimonio, rinuncia alla dottrina morale cattolica sulla sessualità perché indigesta ed esigente, riduzione del cristianesimo a spiritualismo disincarnato, alla kantiana voce della coscienza senza il cielo stellato) propositi molto conformistici e ben poco profetici, propositi umani, troppo umani e giudicati dalla domanda di Gesù: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che a essere gettato e calpestato dalla gente" (Mt 5,13).

EMIANOPSIA.
Questa è la malattia che emerge dalle risposte del cardinale. Una visione ridotta a metà. Cosicché non vide che tra noi vissero e vivono moltissimi eroi. Si chiamano Paola Bonzi, Marcello Candia, Gianna Beretta Molla, madre Teresa di Calcutta, padre Jerzy Popieluszko, Giovanni Paolo II, Shahbaz Bhatti, Chiara Lubich, mons. Giussani per dire solo alcuni nomi, ma ci sono anche tutti coloro, uomini e donne, che sono fedeli alle promesse battesimali, alle promesse matrimoniali, alle promesse sacerdotali e non per merito proprio ma per la grazia di Dio. E poi quelli che sono rimasti fedeli al dono della vita, al dono del cuore-ragione...
Il cardinale ha una visione così anti-istituzionale, come se le Istituzioni e le Leggi fossero nemici necessari degli eroi! Eppure i martiri della mafia come padre Puglisi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati eroi perché hanno affermato in vita e in morte il valore positivo della Legge umana e delle sue Istituzioni. Se ciò è vero per la società naturale, a maggior ragione lo sarà anche per la società soprannaturale.
Il cardinale vide "nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza". La cenere, proprio coprendo la brace, la conserva ardente per molte ore. La cenere ha una necessità a suo modo salvifica delle braci. Inoltre, serve a produrre la liscivia per pulire a fondo i panni sporchi, oppure per concimare la terra. Certo sono funzioni umili che la cenere svolge al servizio altrui silenziosamente.
Dopo che il giovane ricco se ne andò, triste, Gesù commentò: "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli"; i discepoli, allora, si domandarono costernati: "Allora, chi può essere salvato?" facendo trasparire tutta la loro impotenza. All'impotenza umana dei suoi discepoli di allora e di oggi, Gesù risponde deciso: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (Mt 19,25-26). Anche la Chiesa è di Dio, prima che degli uomini, fossero anche apostoli e profeti, e di solito Dio preferisce gli ultimi, i figli della cenere, per purificare la sua Chiesa e convertirla alla sua volontà, non allo spirito del mondo.

 Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.

venerdì 11 maggio 2012

Non solo errori di traduzione, ma un peccato di omissione

Eadui Basan, Salmo 1 - dal ms. Arundel 155, 1012-23
La questione dell'ortodossia è sempre attuale: ogni generazione cristiana deve sottomettersi al vaglio della fede. Ciò non significa sottoporre all'Inquisizione la propria fede, ma sottomettere la propria preghiera a Dio e restare sotto il suo Giudizio. Ortodossia, infatti, significa innanzitutto "retta glorificazione [di Dio]" e solo secondariamente "retta professione di fede". L'adagio patristico "lex orandi lex credendi" ha un ordine che non può essere modificato: il pregando determina il credendo, cioè, dimmi come preghi e ti dirò in chi credi.
Tale norma aurea si fonda sull'esempio di Gesù, "apostolo e sommo sacerdote della fede che professiamo" (Eb 3,1). La sua preghiera, ovvero il dialogo continuo con suo Padre, ha plasmato la sua fede in Dio solo, ha determinato la sua vittoria sul Tentatore, Padre della menzogna e omicida fin da principio (cfr. Gv 8,44). Gesù ha così mostrato al mondo e ai suoi discepoli la Via da seguire, ha insegnato la Verità da fare, ha donato la Vita da ricevere. Solo così ha offerto a Dio Padre il culto gradito, l'adorazione in spirito e verità.

In questa prospettiva suscita ammirazione, gratitudine e filiale adesione l'impegno con cui il santo Padre  corregge gli errori nel modo di pregare e restituisce al popolo di Dio tutta la verità che gli è dovuta. Papa Benedetto XVI sta facendo ciò con l'esempio, mostrando come si presiede la Divina Liturgia per glorificare Dio, come si predica spiegando l'unità dei due testamenti e l'unità del corpo verbale di Cristo col suo corpo eucaristico, come si prega non ripiegati su se stessi ma rivolti a Dio, contenuto dell'ultima tentazione: "Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai". Allora Gesù gli rispose: "Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai:a lui solo renderai culto" (Mt 4,8-10).
Ciò richiederebbe anche la conversione dell'orientamento liturgico della Chiesa e delle chiese, riscoperendo e recuperando l'ordine antico di pregare rivolti ad oriente. Conversione della Chiesa-comunità che solo così si rivolge al Cristo Sole di giustizia ritornante e lo invoca: "Vieni presto, non tardare". Poi delle chiese-edifici che solo così esprimono architettonicamente  l'attesa escatologica  della Chiesa-fidanzata dell'Agnello e l'accompagnano.

Oltre che con l'esempio, Benedetto XVI opera per l'ortodossia della Chiesa anche con atti di magistero e con atti di governo: questi con il motu proprio Summorum pontificum, quelli con la lettera ai vescovi tedeschi del 14 aprile scorso. Questa missiva tratta della necessità di una catechesi preparatoria al recupero della corretta traduzione del "pro multis" nel Canone Eucaristico. Di questa lettera sono da apprezzare il tono mite e deciso con cui spiega i motivi della sua decisione, seppure resti irrisolta una questione teologica centrale: la distinzione fra traduzione e interpretazione, distinzione affermata dal papa, ma non spiegata e a mio avviso discutibile.
Basilio, Davide suona il salterio - dal Salterio di Melisenda, ms. Egerton, 1131-43

Ma al di là di tali questioni, un altro gravissimo errore di omissione richiede ancora di essere sanato: la censura che la Chiesa ha posto alla Parola di Dio quando ha eliminato dalla salmodia liturgica i Salmi ed i versetti imprecatori. La Costituzione apostolica Laudis Canticum giustifica così tale censura: Sono stati omessi alcuni salmi e versetti dall’espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna” (n. 4).
I Salmi sono tre: Sal 58(57); 83(82); 109(108). I versetti sono addirittura sessantuno: Sal 5,11; 21(20),9-13; 28(27),4-5; 31(30),18-19; 35(34),3ab.4-8.20-21.24-26; 40(39),15-16; 54(53),7; 55(54),16; 56(55),8; 59(58),6-9.12-16; 63(62),10-12; 69(68),23-29; 79(78),6-7.12; 110(109),6; 137(136),7-9; 139(138),19-22; 140(139),10-12; 141(140),10; 143(142),12.

La Costituzione Apostolica Laudis Canticum riconosce che il salmista adopera “espressioni alquanto dure”, espressioni che, se da un lato sembrano contraddire il comando evangelico: “Benedite e non maledite” (Lc 6,28). D’altro canto sono perfettamente coerenti con le durissime parole pronunciate da Gesú stesso per scuotere i cuori piú duri, ad esempio i rimproveri rivolti alle città di Corazin, Betsaida e Cafarnao: "Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!". (Mt 11,21-24); con le parole astiose verso la donna cananea: "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini" (15,26); oppure con la minaccia terribile rivolta contro chi scandalizza i più piccoli: "Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all'uomo a causa del quale viene lo scandalo!" (Mt 18,6-7) e contro chi non perdona di cuore nella parabola del servo senza pietà: "Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello".(Mt 18,32-35). Proprio la pietà che la preghiera del cuore insegna a invocare senza ritegno e senza interruzione: "Signore Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore". L'episodio un pò strano del fico sterile ci mostra un Gesù molto duro, nella versione marciana fuori di testa: "Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all'albero, disse: "Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!". E i suoi discepoli l'udirono" (Mc 11,13-14), mentre la versione matteana è più edulcorata, getta uno sgaurdo fugace sulla mentalità di allorai: i discepoli non restano meravigliati dalla maledizione di Gesù del fico sterile, ma della efficacia istantanea della maledizione(cfr. Mt 21,20-22). Ancora i sette guai contro scribi e farisei (cfr. Mt 23,13-36) o la condanna di chi non ha riconosciuto negli ultimi i tratti di Gesù nel Giudizio finale (Mt 25,41-46): "Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli...".

Libro d'Ore Gray-Fitzpay, XIV sec.


I Principi e Norme per la Liturgia delle Ore giustificano cosí la scelta di omettere i salmi imprecatori: “L’omissione di questi testi è dovuta unicamente ad una certa qual difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del NT […] ed in nessun modo intendono indurre a maledire” (n. 131). Difficoltà psicologica facilmente superabile con la spiegazione dei testi, spiegazione che gli stessi Principi e Norme già presuppongono, dato che offrono due suggerimenti. Il primo suggerimento: “Questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del NT”, per esempio in Ap 6,10,  vuole evitare l’errore marcionita dell’anti-ebraicità, errore che, giudicando superati i duri testi imprecatori, contrappone l’AT al NT. Il secondo suggerimento: “In nessun modo intendono indurre a maledire”, afferma che cosa non vuole il bimillenario uso cristiano dei Salmi imprecatori; il problema è caso mai di spiegare che cosa vuole l’uso cristiano, per esempio: scuotere la coscienza addormentata a convertirsi dagli idoli al Dio vivente, che è fuoco divorante.
Miniaturista inglese, Salterio Ormesby, XIV sec.
I Salmi ed i versetti imprecatori sono la voce delle vittime innocenti che protestano contro la violenza ingiusta cui sono sottoposte. Voce che spesso è zittita perché non la si vuole ascoltare. Essa scuote le fragili coscienze dei loro assassini, è la voce del sangue di Abele che grida a Dio dalla terra e invoca giustizia! Non possiamo farlo tacere, ma dobbiamo urlarlo, implorando a Dio la giustizia come la vedova importuna lodata da Gesú e presa a modello della preghiera perseverante. Quante vittime innocenti nel secolo XX sono state uccise e tragicamente la Chiesa ha anche rinunciato a dar loro voce nella sua preghiera! Milioni di uomini eliminati nei genocidi armeno, ebraico, kulaco, cambogiano, hutu-tutsi, jugoslavo, nel Darfur e soprattutto i bambini non nati uccisi ancora nel grembo materno.
 La Scrittura va letta e pregata nella sua integrità, senza pretendere di giudicarla, ma lasciandosi giudicare da essa. Il veggente dell’Apocalisse deve mangiare un rotolo che in bocca è dolce e poi nelle viscere risulta amaro (Ap 10,10), cosí è la Parola di Dio: non è solo fonte di gioia, ma anche urticante. Dolce per consolare, dura per scuotere. Eliminando dalla preghiera ufficiale della Chiesa una parte del libro dei Salmi, quella meno sopportabile al nostro gusto moderno, a mio avviso, si è compiuto un duplice peccato. Innanzitutto, un atto di superbia contro Dio, pretendendo di dire a Dio cosa vogliamo ascoltare e cosa Egli dovrebbe dirci, cadendo nella tentazione diabolica già subita da Pietro e dai discepoli (Mt 16,22-23; Gv 6,60). Questo fu l’errore di Marcione, quando rifiutò l’unità della Bibbia e selezionò in base alle sue preferenze i libri sacri. Marcione però, fu almeno piú coerente, mentre noi risultiamo un poco vigliacchetti; non potendo eliminare i salmi imprecatori dalla sacra Scrittura, li escludiamo dall’uso liturgico, ottenendo con meno fatica lo stesso risultato. Inoltre tale censura della Scrittura manifesta un peccato di omissione da parte dei pastori della Chiesa che rinunciano a spiegare il significato dei Salmi imprecatori: il loro senso storico ed il senso teologico, poiché: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tm 3,16). La preghiera rivela sempre, nel bene e nel male, cosa c’è nel cuore di chi prega, e con la conoscenza di quel che si è in verità, il Signore dona anche la forza di cambiare, ovvero lo spirito, a chi persevera umilmente nella preghiera, infatti: “Il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4,23).
Miniaturista francese, Salterio Duca di Berry, 1380-1420

sabato 5 maggio 2012

Alle Muse

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calliopè alquanto surga,
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
(Purgatorio I,7-12)


Questa invocazione rivolta da Dante alle Muse è solo un dotto formalismo ma doveroso per un grande poeta, ovvero va considerata una preghiera vera e propria?
Raffaello, Il Parnaso, 1509-10, dettaglio Dante, Omero e Virgilio
Anche al principio della prima Cantica, dove i dannati vengono puniti per i peccati in cui sono morti, le Muse sono invocate ma molto brevemente: "O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate" (Inferno II,7).
All'inizio della seconda Cantica, dove i penitenti sono purificati e si purgano dagli effetti dei peccati commessi, ripete l'invocazione alle Muse, ampliandola non poco (Purgatorio I,7-12).
Infine principia la terza Cantica, dove i beati godono della Gloria celeste, invocando Apollo che delle Muse è guida e capo, con una lunga articolata preghiera:
"O buon Appollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo lavor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.
Infino a qui l'un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m'è d'uopo intrar ne l'aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue
sì, come quando marsia traesti
de la vagina de le membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

vedra' mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.
"
Par I, 13-36


Mantegna, Il Parnaso, 1497



In apparenza queste tre invocazioni iniziali riprendono un modulo stilistico precedente e che Dante ha ricevuto e adottato, un mero costume dei poeti.
Tale soluzione riduce però le invocazioni alle Muse ad un mero formalismo incompatibile con quanto Dante stesso afferma della sua poetica, quando rispose a Bonagiunta Orbicciani, ovvero d'esser mero scrivano al solo servizio dell'Amore ispirante: "[...] I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo /
ch'e' ditta dentro vo significando
". (Purgatorio XXIV, 52-54).
Perciò anche le invocazioni alle Muse e ad Apollo devono essere considerate ispirate a Dante dall'Amore, cosa che fa intravedere sotto le spoglie pagane e i simboli mitologici, epifanie della Sapienza di Dio, alla Quale è lecito e doveroso per un cristiano rivolgere le sue preci.
Raffaello, La disputa del ss. Sacramento, 1510-11, dettaglio
Raffaello condivide questa prospettiva umanistica - che in Dante è preumanistica o semplicemente cattolica - collocando Dante nei due affreschi della Stanza della Segnatura, Il Parnaso e La Disputa del ss. Sacramento. Forse Dante è l'unico personaggio ad essere presente in entrambi gli affreschi, onore che Raffaello gli attribuisce cosciente della sua grande importanza non solo in campo artistico, ma altresì teologico.
Con le categorie dantesche il primo affresco raffigura la ragione umana ed il secondo la Grazia divina. Con le categorie raffaellesche l'uno raffigura la ricerca della vera bellezza ed il secondo la ricerca della vera bontà.
Raffaello, La disputa del ss. Sacramento, 1510-11, Dante

sabato 21 aprile 2012

Triduo Pasquale 5. Primo giorno

At 10,34.37-43 Col 3,1-4 Gv 20,1-9/Lc 24,13-35
"Dic nobis, Maria: quid vidisti in via?".
Così il coro maschile dei discepoli si rivolge a Maria Maddalena e la interroga per sapere cosa vide
e la prima testimone del Risorto dichiara ebbra di gioia:
"Surrexit Christus, spes mea".
Ascoltate e siate allegri, Cristo è veramente risorto.

La Pasqua cristiana sembra fare perno sulle donne. Donne che di buon mattino, molto presto, prima dell'alba, vanno alla tomba per ungere il corpo sepolto in tutta fretta tre giorni prima. Donne sorprese dalla tomba vuota, un pò deluse e certamente sconvolte, donne  che corrono da Pietro e dai discepoli per denunciare la scomparsa, forse il furto del cadavere. Donne che si fermano presso la tomba desolatamente vuota, donne piangenti non più perché c'è un morto, ma per la mancanza del cadavere del morto. Donne che incontrano Angeli, Angeli che parlano alle donne, donne che finalmente parlano agli uomini.
Perciò conviene che la prima immagine sia di una donna pittrice. La Maddalena incontra il Risorto, da lei scambiato per il giardiniere, con una vanga nella sinistra, mentre la destra dichiara "Noli me tangere". Sullo sfondo i due apostoli stanno per entrare nel sepolcro, il discepolo amato giunto per primo aspetta Pietro dietro a lui; dentro la tomba buia s'intravede seduto sul sepolcro un personaggio celeste.
Fontana Lavinia, 1581
Perché questa peculiarità? Perché proprio delle donne sono le prime destinatarie della novità assoluta, la resurrezione di Gesù dai morti?
Tra l'altro sembra che per il diritto ebraico la testimonianza femminile fosse inammissibile; prova di una sua misoginia, oppure tentativo maldestro di regolare una peculiarità femminile, comunque da riconoscere?
La donna, infatti, aderisce immediatamente all'epifania della realtà, correndo il rischio di eccedere nella fiducia e cadendo nella creduloneria. Se in tribunale ciò è pericoloso, nella vita, ovvero nel rapporto con il mondo invisibile di Dio, è vitale. Per questo Dio riesce a parlare alle donne anche durante il giorno, quando le figlie di Eva sono nello stato di veglia (la madre di Sansone, Maria la madre di Gesù, Maddalena e le  mirrofore); mentre per parlare agli uomini debba farlo di notte e/o nel sogno, quando la coscienza razionale dei figli di Adamo dorme e può emergere l'intuizione mistica (il patriarca Giacobbe e il suo figlio prediletto Giuseppe, il giudice e profeta Samuele, il profeta Ezechiele, Giuseppe lo sposo di Maria). Ho trovato questa intrigante prospettiva nel libro di P. Florenskij, La concezione cristiana del mondo, dove nella prima lezione afferma: "Il sonno colora la vita della nostra anima. Avviene in modo delicato, femminile: cambiando le nostre convinzioni, non meditiamo sulle origini. [...] Nella storia ci sono i giorni e le notti. Nella fase notturna prevalgono il principio mistico, la volontà noumenale, la sensibilità, la femminilità. Nella fase diurna della storia sono più attive l'azione superficiale, la volontà fenomenale, maschile" (p.39).
Beato Angelico, 1438-40

La Domenica di Pasqua è il primo giorno della settimana. Dal punto di vista letterario è questo il nome principale della Pasqua, l'unico attestato nei Vangeli: "Il primo giorno della settimana" (Mt 28,1; Mc 16,2.9; Lc 24,1.13; Gv 20,1.19). Mentre gli agiografi insistono unanimi su questo nome per identificare e per indicare il giorno in cui Gesù risorse dai morti, adesso è un nome tradito e misconosciuto, ridotto a ultimo giorno del week end!

Perché Gesù è risorto il primo giorno della settimana?
E' stato un caso fortuito, oppure frutto di una scelta intenzionale?
Trattandosi di una questione che riguarda Dio, trovo difficile si tratti di una casualità. Egli che tutto dispone secondo la sua sapienza, ha scelto il primo giorno della settimana per rivelare nella redenzione del mondo il compimento della creazione del mondo e giustamente inaugurare la nuova creazione il primo giorno della settimana. Nell'ordine della creazione il primo giorno della settimana Dio creò la sua creatura primogenita: "Dio disse: "Sia la luce". E la luce fu" (Gen 1,3). Nell'ordine della redenzione il primo giorno della settimana Gesù risorse dai morti, rivelando il senso delle sue parole: "Io sono la luce del mondo" (Gv 8,12). Il senso apocalittico perché questa dichiarazione rivela la reale natura del rivelatore, parole veridiche perché ontologiche.
La Luce che è Gesù risorto ha iniziato a brillare laggiù negli inferi dove esplose come una supernova, tracimò dall'abisso e dal sepolcro vuoto straboccò fino ad illuminare la terra e i cieli, il passato, il presente ed il futuro. Nella sua Luce noi vediamo la luce, senza siamo ciechi, ripiegati su noi stessi. Non per niente, la Veglia Pasquale non può iniziare nello spazio consacrato della Chiesa, spazio integralmente orientato a Dio, bensì deve iniziare nello spazio profano e immondo, ripiegato su se stesso, regno delle tenebre dalle quali il Cristo salvatore è venuto a salvarci con la sua Luce gentile.
Tiziano, 1511-12
Con la resurrezione di Gesù nel suo vero corpo vengono affermate almeno queste cinque verità:
         1. la bontà intrinseca della prima creazione nonostante la caduta
         2. la vittoria dell'umile amore sacrificale dell'Agnello
         3. la sconfitta dell'orgoglio spirituale dell'Omicida
         4. la salda speranza nella vita eterna della nuova creazione
         5. l'unità del Creatore e del Redentore
Mi voglio soffermare sulla prima e sull'ultima, poiché tali verità di fede sono oggetto dell'incontro di Maria Maddalena con il Risorto, incontro più noto come Noli me tangere.
Giovanni è l'evangelista che più degli altri assume il punto di vista di una donna, racconta il fatto con gli occhi di Maria Maddalena: "Gesù le disse: "Donna perché piangi? Chi cerchi?". Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo" (Gv 20,15).
Maria commette un banale scambio di persone, confonde il Risorto con il custode del giardino. Grazie a questo semplice errore viene rivelato un aspetto dell'identità del Risorto. Maria pensa si tratti del contadino che dopo il riposo sabbatico è sceso nel suo podere per coltivarlo, invece si tratta niente meno che del Custode del giardino di Dio, dell'unico padrone del mondo! Giustamente Maria gli si rivolge chiamandolo Signore, pur trattandosi per lei del mezzadro che vanga la sua terra, e lo prega di dirle dove ha posto il cadavere assente.
Juan de Flandes, 1500
Ecco perché la donna piange: cerca il cadavere sepolto in fretta tre giorni orsono, un cadavere scomparso. Ed ecco, incontra il nuovo Adamo inviato da Dio nel Giardino per custodirlo e coltivarlo. Egli custodisce il giardino nell'offerta della sua Vita, in obbedienza al Padre e per amore nostro, Vita che nessuno può sottrargli, perché egli la offre da se stesso, avendo il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo (cfr. Gv 10,17-18). Egli coltiva il giardino seminando ovunque il seme della Parola (Mt 13,3-8), seme che muore per dare frutto (Gv 12,24), irrorato dall'acqua dello Spirito dato dall'inviato di Dio senza misura (cfr. Gv 3,34).
L'esperienza umana universale afferma, senza tema di smentita, che la morte costituisce il limite insuperabile. Questa è la verità narrata dal mito di Orfeo ed Euridice: la musica e il canto creano un'armonia talmente bella da ammansire anche le fiere poste a custodia dell'Ade, ma non riescono a riportare in vita le ombre dei morti. L'incredulità di Orfeo non è frutto della paura che egli ha dimostrato di non avere, ma della vana e falsa promessa della Morte di restituire alla vita, vita che la Morte non ha e non può promettere. L'umanità può solo prendersi cura del cadavere umano, non come fece Achille con il cadavere di Ettore, ma come fece Antigone con il cadavere di Polinice, secondo: "le leggi divine, leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono" (Sofocle).
Perciò davanti alla morte, alla mia morte e alla morte altrui, alla morte delle persone che amiamo e alla morte di quelle che odiamo, come uomini non possiamo che disperare ed aver pietà, rimorso e commozione. Perciò Dio Padre ha un grande amore per noi uomini dando il suo Figlio unigenito, affinché chi crede in lui abbia la vita. Dio ci salva dalla disperazione e dal rimorso resuscitando suo Figlio Gesù. Così facendo conferma l'offerta della sua vita sulla croce e ce ne fa partecipi donando lo Spirito di Dio, lo Spirito del Figlio a tutti quelli che credono in lui. Così inizia la nuova creazione.
Cornelisz van Oostsanen Jacob, 1507
Cristo è risorto dai morti
con la morte ha vinto la morte
e ai morti nei sepolcri
fa dono della vita.

domenica 8 aprile 2012

Vita pulsante nel ventre terrestre

 Totalmente Primavera... by 21guilherme
L’odore del pulito si diffonde per la casa, quando a primavera si fanno quelle pulizie rese necessarie dal lungo inverno e rese possibili dalle giornate che si allungano e viepiù si riscaldano.
Nei giorni di sole, dalle finestre spalancate, entra il profumi dei fiori: i mandorli, le primule, i peschi, i ciliegi. E con gli odori entrano i colori freschi e nuovi, resi più vivaci dalla luce sempre più abbondante che a primavera celebra la vittoria annuale sulla fredda tenebra invernale. 
Vita che pulsa nel ventre della terra e freme nei rami ancora spogli degli alberi che giorno dopo giorno sono come ricamati di gemme, foglie e fiori. Fragili come i bambini, delicati come i lattanti nelle cui bocche l’Altissimo ha stabilito la sua forza invincibile.
 Primavera by de P. M.

Forza nascosta nella debolezza estrema, proprio come accadde a Gesù a Pasqua. Nel suo cadavere consegnato alla terra il tesoro è nascosto nel campo, nella sua anima discesa agli inferi è occultata la perla di grande valore, nel suo spirito reso al Padre si cela il sacro Graal: è il suo amore per Dio suo Padre e per gli uomini suoi fratelli, un amore unico e solo per il Creatore e le creature. Egli disse: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13 ). Lo disse e lo fece, e non solo per i suoi amici, ma ci amò quando ancora eravamo suoi nemici: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom5,8). E se per l’uomo Gesù dare la vita significò morire, per il Dio Figlio ciò significa vivere e far vivere, per sempre ed in pienezza, senza ritegno né risparmio:  Lui, il Figlio, è la nostra Vita!
TINTORETTO, 1579-81
Una notte, una delle mie figlie, allora aveva all’incirca nove anni, mentre andavamo a dormire mi confidò la sua grande paura della morte di uno di noi e di morire, tutta angosciata e lacrimosa mi chiese: “Cosa succede quando muoio? Dove andrò? Sarò sola senza la mia famiglia?”.
Mi sdraiai accanto a lei e abbracciandola le sussurrai che anch’io avevo paura di morire, ma avevo anche fiducia in Gesù che è risorto dai morti, in Dio suo e nostro Padre che non ci ha creati per vederci morire ma ci farà rivivere per stare con Lui e nello Spirito Santo di Dio che è la Vita eterna.
GIORDANO LUCA, 1665
Poi abbiamo pregato insieme una decina del rosario, osservando come si conclude l’Ave Maria: “Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Chiediamo alla madonna di essere con noi e per noi nell’ora in cui moriremo e lei ci sarà, perché c’era quando suo figlio morì e ci affidò a lei: “Donna, ecco tuo figlio”.
RAFFAELLO, 1501-02

giovedì 5 aprile 2012

Corriere dei santi (nonostante gli errori)

Martedì 27 marzo sono stato sorpreso dal Corriere della Sera!
 Infatti il paludato quotidiano laico della borghesia milanese, portavoce militante dell'establishment, ha pubblicato nella sezione culturale un ampio articolo (1.754 parole e 10.657 battute) di Pietro Citati su san Silvano del Monte Athos: "Silvano, il santo che leggeva nel grande libro del cosmo".
Mi permetto, comunque, di fare alcune osservazioni.
san Silvano (1937)

le IMPRECISIONI (errori da matita blu)
1. L'identità ministeriale del confessore. Citati genericamente lo definisce "un padre spirituale", definizione equivoca perché può essere pertinente anche per un semplice monaco; viceversa il sacramento della confessione, anche nella Chiesa Ortodossa, è amministrato esclusivamente da un sacerdote, in quel caso dallo ieromonaco padre Ieronim.
2. La formula della preghiera di Gesù, o preghiera del cuore, è incompleta poiché l'autore omette l'ultima parola. La formula intera è la seguente: "Signore Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore". Freud direbbe che questa omissione irriflessa rivela una fobia di Pietro Citati: la paura del peccato e della natura peccatrice dell'uomo.
3. La teologia, come ogni scienza, ha un proprio linguaggio che deve essere usato con precisione. Citati scrive che Dio: "gli aveva fatto conoscere la sua essenza sottile", affermazione temeraria e formalmente eretica. Infatti, in seguito al conflitto tra Barlaam il calabro e Gregorio Palamas, la teologia ortodossa distingue in Dio tra  l'Essenza e le Energie, la prima inconoscibile mentre solo le seconde conoscibili e partecipali alla creatura umana.
4. Nei tre stadi della vita spirituale le lacrime hanno una presenza capovolta rispetto a quanto asserisce Citati: sono sempre abbondanti nella prima fase, diventano rare nella seconda fase, per poi nella terza fase ma solo raramente aumentare di nuovo.
5. Scrivendo di san Serafino di Sarov, afferma che: "avrebbe voluto allontanarsi dal monastero per nascondersi nella foresta", lasciando intendere che Serafino si limitò a desiderare ciò, ma senza sperimentarlo. Invece avvenne esattamente il contrario: Serafino chiese  al suo igumeno il permesso di ritirarsi in un eremo nel cuore della foresta e ricevuta la sua benedizione, si ritirò nella foresta dove visse solitario per quindici anni.

i PRO
1. Divertente l'immagine letteraria di Pantagruele applicata a Silvano, un gigante della spiritualità cristiana.
2. Citati, grande critico letterario, giudica l'opera di Silvano Il Lamento di Adamo, con poche lapidarie parole che non lasciano dubbi: "un capolavoro letterario". Io cosa posso aggiungere se non l'invito a leggere questo capolavoro?
3. Il giudizio sull'Umiltà quale: "cuore metafisico del cristianesimo". Quale profondità di giudizio, ne sono ammirato e concordo. In un colpo solo Citati riscatta la metafisica, necessaria in quanto siamo animali ragionevoli, e identifica perfettamente il cuore del cristianesimo, l'Umiltà con la maiuscola, ovvero il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo e si è reso partecipe nello Spirito Santo.
4. Il giudizio sulla mistica silvaniana, definita mistica "della perdita" o "della nostalgia". Esatto, liturgicamente appartiene alla mistica del Sabato Santo, con santa Teresa Verzeri, santa Teresa di Lisieux, beata Teresa di Calcutta e Adrienne von Speyr.



i CONTRO (errori da matita rossa)
1. L'uso ambiguo del verbo credere, con cui Citati squalifica la dimensione conoscitiva dell'atto di fede, riducendola a pia illusione soggettiva. Silvano: "credeva innumerevoli" i propri peccati. A ciò Citati contrappone il suo giudizio assertivo, introdotto da un bel mentre avversativo, senza l'ombra del dubbio: "mentre erano avvolti da una profonda innocenza del cuore". Qui l'autore si lascia prendere la mano e deposte le vesti del critico letterario di vaglia, indossa le vesti del confessore dotato del carisma della cardiognosia, la conoscenza dei cuori umani, come sant'Ignazio da Loyola, san Filippo Neri, san Giuseppe da Copertino, san Francesco da Paola, san Giovanni di Dio, santa rosa da Lima, il santo curato d'Ars e san Pio da Pietralcina. La pretesa di conoscere l'intima coscienza di Silvano meglio di Silvano stesso è sbalorditiva. In questo caso di chi conviene fidarsi? In chi è ragionevole porre la nostra fiducia? In Silvano che si confessa peccatore,oppure in Pietro Citati che giudica il cuore di Silvano profondamente innocente? Chi diffida della semplice fede degli umili, confida in se stesso...
2. L'erronea contrapposizione tra perdita e presenza. Giustamente Citati indica quale cifra sintetica della esperienza mistica silvaniana, laperdita o nostalgia di Dio. Ma ogni perdita presuppone qualcosa che è stato perso, ovvero presuppone una presenza, la presenza di Dio così profondamente sperimentata da provocare il dolore e la nostalgia per la sua perdita. Ora per rendere sopportabile la nostalgia di Dio si hanno due possibilità, due vie: mettersi come Silvano alla ricerca di Dio per trovare l'acqua che disseta l'anima nostra, oppure illudersi di riuscire ad annegare tale sete con dei surrogati che inevitabilmente prima o poi si rivelano idoli quali sono. La fede non ha il suo contrario nella mancanza di fede o incredulità, ma nella idolatria. Ed il cammino di fede non ha inizio con la fede, ma con la presenza viva di Dio che chiama l'uomo ad uscire dall'idolatria, peccato universale, per entrare nel cammino di fede nel Dio vivo e vero.
3. Infine è assurdo confinare la perdita e la nostalgia alla figura di Adamo, come se Adamo fosse una persona realmente esistita e non il simbolo potente e reale di ciascun uomo. Silvano, i contemporanei e gli uomini di tutte le epoche, noi tutti siamo Adamo e sperimentiamo la nostalgia di Dio. Ciò non è affatto una condizione difficile da conservare. La nostalgia è consustanziale alla nostra situazione di esuli, forestieri, pellegrini. La nostalgia non ci abbandona e tutto diventa vuoto e deserto perché abbiamo ferito ed abbandonato il Dio che ci ama. Non l'assenza di Dio rende insopportabile la vita (che Dio è sempre presente essendo il Luogo del mondo), ma il nostro vivere come se Dio non ci fosse "etsi Deus non daretur", rende la nostra vita vuota e deserta.
san Silvano l'athonita, icona francese
 San Silvano prega per noi.