venerdì 15 marzo 2013

qui sibi nomen imposuit Franciscum


I commenti sul nome che il cardinal Jorge Mario Bergoglio si è imposto danno per scontato che lo abbia scelto in onore di san Francesco d'Assisi, fondatore dei Francescani e patrono d'Italia. Possibile e sottilmente ironico, un gesuita che sceglie di chiamarsi col nome di Francesco, nemesi del fatto che un papa francescano, Clemente XIV, abbia soppresso l'Ordine della Società di Gesù.
Tale interpretazione trova conferma nell'attenzione evangelica del novello pontefice per i poveri e soprattutto permette al pensiero dominante di appropiarsi dell'icona papale per promuovere le proprie battaglie: per una chiesa ecologica, alternativa, priva di mezzi, tutta spirituale, finalmente doma!
Ma non credo che questa interpretazione sia l'unica, né tanto meno quella esatta, fatta salva l'ironia salvifica.

L'attività pastorale del card. Bergoglio in Argentina mi sembra abbia avuto due priorità: l'Evangelizzazione e la Chiesa di popolo. Ovvero una Chiesa missionaria e non riepiegata su se stessa, e una Chiesa non elitaria, dei perfetti, dei pochi ma buoni, bensì una chiesa di popolo, magnanima e misericordiosa che dona senza misura e senza rigide condizioni la Grazia che Dio le dona e di cui ella è strumento e sacramento.
Soprattutto la prima priorità suggerisce un'altra figura tra i santi, guarda caso gesuita e patrono con santa Teresina delle missioni, san Francesco Saverio.

mercoledì 13 marzo 2013

Caro cardo salutis

La parabola del padre misericordioso (Lc 15) è aperta, affinché ciascun lettore decida come concluderla. Ecco lo svolgersi dell'azione. Il destino del figlio minore è noto: per il suo ritrovamento in cielo si festeggia allegramente, è la soluzione del dramma umano secondo la mente di Dio. Il destino del figlio maggiore rimane, invece, sospeso: entrerà in casa dove si festeggia per il fratello minore, oppure resterà fuori, solo con il suo rancore, in quelle tenebre esteriori ove risuona lo stridore dei denti? La soluzione definitiva ancora manca, sospesa alla libertà del fratello maggiore.


Il figlio perduto è salvato dalla carne affamata. Quando comiciò a trovarsi nel bisogno, divenne pastore di maiali e nessuno gli dava nulla: è solo e affamato. La carne affamata del suo corpo diventa la sua maestra e gli ricorda la via smarrita. Il primo passo, quello decisivo, lo fa rientrare in se stesso. Il secondo passo viene di conseguenza, egli rammenta che la situazione dei salariati di suo padre è migliore della sua: loro ricevono il pane, cibo dei figli, mentre a lui nessuno dà nemmeno delle carrube, cibo dei porci. Col terzo passo, ancora traballante, decide di ritornare da suo padre e di chiedere perdono, pur riconoscendolo come padre, non tira la conseguenza logica e necessaria di riconoscersi figlio, decide di chiedergli solo d'essere un servo. Tutto ciò grazie alla carne, vero cardine della salvezza.


Il figlio minore pecca contro il Cielo, contro se stesso e contro suo padre.
Contro il cielo quando abbandona la casa paterna, pretendendo l'eredità prima del tempo, prima di restare orfano. Contro di sé quando dichiara di non essere più degno d'essere chiamato suo figlio, pur chiamandolo ancora padre contraddicendosi. Contro suo padre quando decide di chiedergli di trattarlo come uno dei suoi servi.
Il figlio maggiore pecca contro suo padre, contro se stesso e contro suo fratello. Contro suo padre quando non lo chiama padre e lo tratta come un padrone. Contro di sé quando si condanna a vivere come un salariato di suo padre, non riuscendo a diventare figlio che condivide con il padre ciò che il padre possiede. Contro suo fratello quando non lo riconosce come tale, ma solo come figlio di suo padre.

Nelle allegre parole che il padre rivolge prima ai servi poi al figlio maggiore forse v'è un'allusione implicita al destino pasquale di Gesù, il Figlio del Padre "che era morto ed è tornato in vita" (Lc 15,24.32) per ritrovare i suoi fratelli perduti. La resurrezione di Gesù è motivo eterno di esultanza. In Cristo tutti gli uomini, suoi fratelli minori perduti, sono ritrovati dall'amore paterno grazie all'obbedienza filiale del primogenito. Non servile come l'obbedienza vissuta dal primogenito della parabola, il cui destino aperto è il nostro, quello di ciascun moralista che giudica Gesù perché "accoglie i peccatori e mangia con loro" (Lc 15,2) e non comprendono la divina necessità di "far festa e rallegrarsi" (Lc 15,32). L'uomo che era perduto è stato ritrovato, è molto più prezioso della moneta e della pecora per cui fanno festa la donna e l'uomo della prima parte della parabola (Lc 15,4-10).

venerdì 8 marzo 2013

Principi non negoziabili

La questione antropologica è antica. Da sempre l’uomo vuole definirsi e cerca una risposta alle domande: Chi è l’uomo? Chi sono io? Sul frontone del tempio di Apollo a Delo stava scritto: Conosci te stesso. La domanda antropologica non è astratta e lontana, ma concreta e vicina, molto più che vicina perché coincide con l'uomo stesso che allo stesso tempo è colui che interroga, il testimone chiamato a rispondere e l'oggetto della domanda.
La domanda antropologica non è introspezione solipststica ma essendo l'uomo l'animale politico (Aristotele) coinvolge la legge che la società si dà. La questione antropologica è questione politica e ciò pone un domanda ulteriore circa la giustizia: La legge umana è sempre giusta? Qualora una legge umana sia ingiusta, le si deve obbedienza? Socrate venne condannato a morte perché un tribunale lo giudicò colpevole: avendo egli insegnato a fare domande, aveva disonorato gli Dei e traviato i giovani. Nell’Antigone Sofocle mise in scena la questione dell’obbedienza alle leggi: Antigone, condannata a morte per aver seppellito suo fratello traditore della patria, giustifica la propria violazione della legge umana appellandosi ad una legge superiore, la legge divina, eterna e non scritta, Legge che risuona nella coscienza di ciascun uomo.


La questione antropologica è nuova sotto la forma dell’emergenza. Un’emergenza dovuta al fatto che le conoscenze scientifiche e le capacità tecnologiche sono cresciute moltissimo, mentre le capacità morali non altrettanto, formando un uomo sproporzionato, con testa grande e grandi mani, ma con un cuore piccolo, piccolo, sgraziato come i Moai dell’isola di Pasqua. Le tecno-scienze hanno il potere di plasmare a proprio piacere la natura delle cose: dagli atomi al patrimonio genetico di piante e animali, uomo compreso. Il potere di strappare alla morte naturale gli esseri umani grazie a tecniche mediche sempre più avanzate, ormai non più orientate alla ricerca di curare le malattie, bensì proiettate alla guarigione definitiva dalla malattia chiamata  morte, alla ricerca dell’immortalità, quali novelli alchimisti alla ricerca della pietra filosofale. Pensavamo di conoscere per intuito l’inizio e la fine della vita umana, una conoscenza universale  e comune a tutti perché tutti fanno esperienza dei vivi e dei morti. Ora, invece, solo pochi iniziati ai misteri scientifici, grazie ad elaborati algoritmi e a tecniche sempre più raffinate, possono decidere quando e come e dove la vita deve iniziare o finire e quali caratteristiche deve avere.


Per rispondere alle domande sollevate dall’emergenza antropologica e per riaffermare il valore unico, universale ed assoluto di ogni essere umano, la Chiesa Cattolica ha recentemente introdotto nel dibattito culturale e politico la nozione di PRINCIPI non NEGOZIABILI. Precisamente questa idea è un insegnamento rivolto a tutti i cattolici, sia i semplici cittadini elettori che i politici da loro eletti; essa è anche una proposta razionale rivolta a tutti gli uomini, sia credenti che non; i principi non negoziabili sono valori che non possono mai diventare oggetto di compromesso politico, ovvero sono NON negoziabili.
I Principi non negoziabili sono tre:

     1. il diritto alla vita, dal suo inizio (concepimento) alla sua fine (morte naturale)
     2. il diritto alla libertà religiosa e di educazione
     3. il diritto alla differenza sessuale tra uomo e donna, i quali nel matrimonio trovano e pongono il fondamento della famiglia

Risulta abbastanza evidente che tali principi si fondano esclusivamente sulla ragione umana ed esprimono la legge naturale, due realtà accessibili a chiunque e valide per ognuno.
Questi tre principi non negoziabile sono tre sì alla vita, alla libertà e alla differenza sessuale; da essi discendono alcune conseguenze logiche e necessarie, come da ogni sì scaturiscono dei no:
    1. rifiuto dell’aborto procurato
    2. rifiuto dell’eutanasia
    3. rifiuto della manipolazione genetica
    4. rifiuto della religione di stato
    5. rifiuto della scuola solo di stato
    6. rifiuto della convivenza
    7. rifiuto del cosiddetto matrimonio omosessuale
    8. rifiuto dell’adozione alle coppie omosessuali

Il mondo contemporaneo imperniato sul primato dell’economia non dovrebbe faticare a comprendere l’esistenza di principi non negoziabili, valori non commerciabili perché senza prezzo e perciò fuori mercato. La società attuale fatica invece ad accettare dei principi NON NEGOZIABILI, ad accettare cioè che qualcosa non possa essere ridotto a merce e quindi sfugga al suo controllo. Non è un deficit di comprensione intellettiva, bensì un deficit di volontà morale.

domenica 30 dicembre 2012

Simone de Beauvoir, o del nascere asessuato

Recentemente Simone de Beauvoir ha conosciuto un inaspettato successo postumo.
Prima il Gran Rabbino di Francia, rav Gilles Bernheim, poi il Papa, sua santità Benedetto XVI, hanno citato una fra le sue affermazioni  più note: "On ne naît pas femme, on le devient", ovvero: "Donna non si nasce, lo si diventa". Queste parole affilate come rasoio recidono la radice che unisce le persone alla carne umana e le donne al corpo femminile, lasciando ciascuno in balia delle proprie fobie e cupidigie, venti di tempesta alternati alla bonaccia che dominano la nuda interiorità dell'anima.

Simone de Beauvoir (1908-86)

Ovviamente i due capi religiosi non si accodano a Simone-Lucie-Ernestine-Marie Bertrand de Beauvoir per approvare il suo slogan, uno slogan che qualunque contadina illetterata sa riconoscere come una sciocchezza. Una sciocchezza che purtroppo ha fatto molta strada e altrettanti danni, poche parole ripetute da molte bocche ossequiose divenute di gran moda, hanno plasmato l'opinione pubblica. Da slogan del femminismo più radicale è stato adottato dal movimento LGBT che ne ha fatto uno dei postulati delle sue lotte politiche.

Nel penultimo post ho scritto del cosiddetto matrimonio omosessuale, ove spero di aver spiegato razionalmente perché non ritengo possibile attribuire il nome di matrimonio alle coppie omosessuali e perché reputo che il nome di matrimonio sia di esclusiva pertinenza delle coppie formate da un uomo e da una donna (MUD = matrimonio uomo donna).

Nel frattempo sul Foglio si è svolto un breve dibattito a tre sul medesimo tema.
Sabato 15 dicembre dà inizio alle danze Giulio Meotti con un articolo-intervista al filosofo inglese Rogert Scruton: "E' tutta colpa di quei sibariti di Bloomsbury".

Risponde martedì18 Angelo Pezzana con il vaticinio: "Sulle nozze gay Scruton vincerà qualche battaglia, la guerra ormai no".
Il giorno seguente, mercoledì 19, interviene Giorgio Israel: "Caro Pezzana, ecco perché col matrimonio gay non si batte l'omofobia".

Infine, il 21 dicembre, Sandro Magister spara una doppia bordata alla ideologia gender (più che filosofia si tratta di una ideologia), con l'articolo: "Il papa e il rabbino contro la filosofia del "gender"" pubblicato sul suo sito Chiesa. La prima bordata è assestata dal saggio di Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia: "Ce que l'on oublie souvent de dire", ovvero "Ciò che si dimentica sovente di dire". Pubblicato il 17 ottobre scorso è il suo autorevole contributo al dibattito pubblico che si sta svolgendo in Francia, un acceso dibattito innescato dal progetto di legge del governo socialista che vorrebbe introdurre il matrimonio gay; la legislazione francese  già riconosce con i PACS molteplici diritti alle coppie di fatto, sia etero che omosessuali.

Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia

La seconda bordata è stata assestata da Benedetto XVI con il discorso tenuto in occasione degli auguri natalizi della Curia Romana. Uno dei temi principali del discorso papale è la critica della ideologia gender, il papa cita e loda il saggio scritto dal Gran Rabbino di Francia: "Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio [...]". Non è usuale che il capo della Chiesa Cattolica, ancorché erede del pescatore galileo Simon Pietro, in un suo intervento ufficiale non solo citi un Rabbino, ma pubblicamente lo lodi ed in qualche modo faccia proprio il suo pensiero.

Il saggio di Rav Bernheim si compone di due parti: nella prima analizza e vaglia criticamente gli argomenti dei favorevoli al riconoscimento legale del matrimonio omosessuale, nella seconda parte approfondisce le premesse sottese ai vari argomenti e riuscendo così a confrontare le due visioni del mondo. Egli identifica correttamente la vera posta in gioco: non "una tappa della lotta democratica contro l'ingiustizia e le discriminazioni", giudizio di uno che se ne intende di discriminazioni e quindi assolutamente affidabile e certo, bensì: "la negazione delle differenze sessuali" in nome di una ideologia antiumana.
Ma è nell'introduzione che Rav Bernheim da il meglio di sé. Egli rifiuta con mite decisione la scelta, fatta da alcuni responsabili religiosi, di autocensurarsi in nome dell'ideologia laicista di separazione tra lo Stato e le visioni del mondo dei cittadini sia religiose che non religiose, preferendo il principio anglosassone di laicità che accoglie nel dibattito pubblico tutte le voci, religiose e non, e afferma: "Ho sempre visto come un dovere l'impegno intellettuale nelle grandi scelte della storia e in primo luogo nelle grandi scelte del mio paese", poi aggiunge: "Il mio intervento è espressione riflessa della solidarietà che mi lega alla comunità nazionale di cui faccio parte".

Albert Durer, Adamo e Eva
In conclusione, in nome dell'umanesimo biblico e del senso comune, entrambi universali, affermiamo che la differenza sessuale inscritta nella coppia umana costituita dall'uomo e dalla donna è un dato con un fondamento naturale non una sovrastruttra culturale.

domenica 9 dicembre 2012

Lettera aperta alla Chiesa Cattolica di Brescia

Non a noi Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria
(Sal 115,[113B],1)
Ringrazio Dio Padre per te, Santa Chiesa Cattolica di Brescia che sei mia madre, avendomi rigenerato nel battesimo e inserito nella Comunione della santissima Trinità. Accetto fin d’ora le decisioni che il vescovo Luciano prenderà dopo le riflessioni svolte dal Sinodo sulle unità pastorali; al riguardo ti scrivo le mie perplessità, mosso non dall’animosità, né dal risentimento, bensì dall’amore filiale; altresì ti confido le mie preoccupazioni rispetto alla tua odierna situazione.

mons. Luciano Monari vescovo di Brescia
Il drammatico raffreddamento della fede di molti cristiani - laici, religiosi e chierici – è un grave pericolo, se non già tragica realtà e può celarsi dietro l’apparente vivacità riorganizzativa. Il freddo che attanaglia la fede di molti è segno che la fede può perire, residuando quale reperto di antichi splendori il solo dono divino della fede, disincarnato dall’intelligenza e volontà umane, rimane fede inerte, custodita sotto una campana di vetro.
L’apparente vivacità riorganizzativa è l’ultima maschera dietro la quale si finge o ci s’illude di credere; grandi spazi organizzati, tanti impegni pastorali, tante parole umane (forse anche le mie) che riempiono di niente la mente e il cuore e non lasciano spazio all’Unico Necessario, il Dio vivo e vero. Anche Marta, sorella maggiore di Lazzaro, era presa dalle molte preoccupazioni per accogliere come si deve nella sua casa Gesù e la sua compagnia… tutte cose molto importanti per lei, ma non necessarie a Lui. Anche oggi siamo afflitti dalla sua santa frenesia; per riuscire a parlare con un ministro di Dio spesso non è sufficiente prendere appuntamento, bisogna anche sperare di non essere rimandati per sopraggiunti impegni più urgenti o importanti. Così noi e i nostri figli, adeguatamente riempiti di cose materiali e di molti impegni, torniamo a casa e non troviamo l’unica cosa veramente necessaria: qualcuno che ci accolga, e che ci ascolti, questo è ciò che tutti cerchiamo, anche Gesù. E noi, uomini e donne impegnati nella pastorale - vescovi, preti, diaconi, frati, suore, catechisti, operatori pastorali, animatori - così indaffarati e così pieni dei nostri impegni, ascoltiamo l’unico Signore? Parafrasando san Giovanni, possiamo affermare in verità di ascoltare Dio che ci parla e che non vediamo, se non ascoltiamo i fratelli che vediamo?
Mi sembra che nelle comunità parrocchiali della nostra Diocesi, prevalga nettamente la dimensione petrina della Chiesa, dimensione fatta di ministeri e molte attività pastorali, mentre manchi quasi del tutto la dimensione mariana della Chiesa, ovvero l’ascolto, l’adorazione, l’amore del Signore. Il clero spesso si è laicizzato, illudendosi così di avvicinarsi al mondo, ed il laicato sovente si è clericalizzato, credendo di avvicinarsi a Dio; ma ciò non significa forse scimmiottare ciò che non si è, perdendo l’unica opportunità di diventare se stessi? Corresponsabilità non significa che tutti fanno tutto, ma ciascuno fa ciò che è: il prete faccia il prete, la suora faccia la suora, gli sposi facciano gli sposi. Questa confusione dei ruoli è un segno della fase adolescenziale che affligge le Chiese in Occidente da vari decenni.
Altro segno della decennale adolescenza è il ripiegamento su di sé, la lunga riflessione, l’esasperante discussione sul tipo di chiesa: preconciliare/conciliare, della testimonianza/della mediazione, tradizionale/postmoderna, dialogica/missionaria, della giustizia sociale e della pace/della difesa della vita e dei principi irrinunciabili, locale/universale… sembra di sentire la Chiesa di Corinto, aspramente ripresa dall’apostolo Paolo perché divisa tra fautori di Apollo, di Paolo e di Cefa. Ancora oggi siamo divisi in molte più fazioni perché ciò che cerchiamo di realizzare è il nostro progetto di chiesa, invece che cercare di attuare il progetto di Gesù Cristo sulla sua Chiesa; cerchiamo ancora la nostra volontà, demoniaca come ebbe a chiarire Gesù a Simon Pietro, al posto della santa Volontà di Dio.
Siamo fermi a questa fase di crescita, ora basta. Andiamo avanti, alziamo lo sguardo dall’ombelico della chiesa e teniamolo fisso su Gesù, l’autore della nostra fede. Dedichiamo seriamente tempo alla preghiera, per chiedere come Salomone un cuore che sappia ascoltare, come quello di Maria nostra madre, ascoltiamo realmente il prossimo che vediamo e faremo vero ascolto del Signore che ancora non vediamo. Per rinunciare alla nostra volontà e fare la volontà di Dio, la sola che ci introduce nella pace.

   
Un ultimo appunto al titolo vagamente beat che è stato dato al Sinodo: “Comunità in cammino". Esso evoca il viaggio come senso e meta ultima del cammino, così com’è proposto da Jack Kerouac nel romanzo On the Road!
Siamo in cammino, ma verso dove, per quale meta?
Tutte ciò che vive, è inesorabilmente in cammino verso la morte, una meta universale che ciascuno di noi, in quanto creatura mortale, condivide con l’umanità e con gli esseri viventi; ma la morte non può essere la meta finale della Chiesa, nata dal mistero pasquale di Gesù; come Chiesa siamo in cammino verso il Regno, verso il Re che ritorna per giudicare.
Quale motivo ci mette in cammino, quale desiderio, quale spirito?
Il desiderio urgente di comunicare ciò che ci ha sorpresi come la vergine Maria quando corse da Elisabetta, oppure il bisogno urticante di fuggire dal vuoto che ci attanaglia le viscere come gli apostoli la notte della passione? Ci muove lo Spirito Santo di Dio o il volubile ed instabile spirito del tempo? Il dovere di annunciare il Vangelo a ogni creatura come l’apostolo Paolo, ovvero la volontà di fuggire dalla propria missione come il profeta Giona?
I padri del deserto insegnano unanimi a restare nella propria cella; per i monaci la cella è anche la propria stanza, ma soprattutto indica il cuore, la vita, dalla quale spesso si cerca di fuggire, come i due figli del Padre misericordioso; fuga che porta a vivere fuori da se stessi, come il figlio minore, oppure come il maggiore, a voler restare fuori di casa; ma solo chi rientra in se stesso può entrare in casa. Se non amiamo il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, siamo terra deserta, inaridita, senza acqua, restiamo dei patetici assetati che s’illudono di dare l’acqua viva che non hanno. Dobbiamo scavare più a fondo, svuotarci di noi stessi per lasciar posto a Dio. Solo a questa condizione diverremo lampada che brilla, perché lasceremo risplendere in noi la luce di Cristo, non più offuscata dalle nostre pallide luci. Cristo, non la Chiesa, è la luce delle genti.

giovedì 29 novembre 2012

MUD & F2PM

 

Il cosiddetto matrimonio tra omosessuali e la possibilità che tali coppie adottino dei figli sono due questioni che fan parte dell’emergenza antropologica, denunciata un anno orsono nella lettera aperta al Partito Democratico da quattro storici rappresentanti della sinistra italiana: Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca.
Nel cosiddetto mondo civile da alcuni anni assistiamo al brutale tentativo di riscrivere due realtà fondanti la società umana, il matrimonio e la famiglia, misconoscendo il valore ed il significato della differenza sessuale. La differenza o diversità sessuale è formata esclusivamente da due generi: il maschile ed il femminile. Tale diversità è costitutiva della natura umana e riguarda tutto l'essere umano, il dato fisico-corporeo come il lato psichico-spirituale. Misconoscere tale differenza ha due conseguenze: in campo matrimoniale non si percepisce più che la diversità sessuale sia condizione necessaria per il matrimonio, poiché esso non può prescindere da un marito e da una moglie; in ambito familiare non si riconosce più la necessità per il bambino di un padre e di una madre e che quindi ne abbia anche diritto.
Il cosiddetto matrimonio tra omosessuali è riconosciuto per legge nei Paesi Bassi (2001), Belgio (2003), Spagna e Canada (2005), Sudafrica (2006), Norvegia e Svezia (2009), Portogallo, Islanda e Argentina (2010). In questi paesi il cosiddetto diritto di sposare partner dello stesso sesso comporta anche il cosiddetto diritto di adottare figli, con la sola eccezione del Portogallo, dove non è consentita l’adozione alle coppie omosex.
Degno del teatro dell'assurdo è l'esito di tale ripiegamento culturale, visibile in Spagna con l'abolizione per legge dei nomi di “padre” e “madre” e la loro sostituizione con definizioni burocratico-geometriche “genitore A” e “genitore B”, nell'assurda convinzione  che "legifero ergo sum". La legge umana, invece di limitarsi a normare la vita, difendendo i più deboli dai soprusi dei violenti, si erge a Intelletto Divino Creatore che fa tabula rasa degli esistenti originari, il padre e la madre, e disegna sul foglio bianco del deserto sociale i due nuovi punti d'origine di due semirette, il genitore A e il genitore B. Non so davvero se tale atto creatore vada celebrato con il Requiem per la dipartita della ragione umana o con il Dies ira per l'umanità violata.
Altri paesi hanno invece preferito tutelare i diritti delle coppie conviventi introducendo nelle proprie legislazioni le Unioni Civili, aperte a coppie eterosessuali ed omosessuali, sono: Danimarca (1989), Francia (1999), Germania (2001), Finlandia (2002), Nuova Zelanda (2004), Regno Unito (2005), Repubblica Ceca (2006), Svizzera (2007), Uruguay, Colombia ed Irlanda (2011). Alcuni paesi prima hanno introdotto tali Unioni Civili, poi anche il cosiddetto matrimonio omosex: Paesi Bassi (1998), Norvegia (1993), Svezia (1995) e Islanda (1996). I governi di Francia e del Regno Unito stanno ufficialmente preparandosi a introdurre il cosiddetto matrimonio omosex.
Ciò che si vuole cambiare non è l’idea di matrimonio o l’idea di famiglia, ma la loro realtà di fondo, realtà comune a tutte le varie forme di matrimonio e che permane identica dentro di esse. Lungo il corso dei secoli vi sono state idee diverse di matrimonio e di famiglia. Il matrimonio come contratto dove c’era un venditore (il padre della sposa), un acquirente (il marito) e dei beni che passavano di proprietà (la sposa e la sua dote); oppure il matrimonio come relazione tra due persone, fondato sulla libertà di entrambi i coniugi e sulla reciprocità della promessa di fedeltà. La famiglia patriarcale composta dalla famiglia del patriarca e dalle famiglie dei suoi figli; oppure la famiglia nucleare formata da una coppia eterosessuale e dai loro figli. Queste sono idee anche molto diverse di matrimonio, ma che hanno in comune la realtà di un uomo e di una donna, su cui si fonda la famiglia.
Il cosiddetto matrimonio tra omosessuali cambia la sostanza delle cose, tanto da rendere inadeguato il nome tradizionale di matrimonio. Una coppia omosessuale è sterile, non può generare figli perché la natura sessuata della specie animale cui anche l’uomo appartiene richiede necessariamente per procreare due individui di sesso diverso e complementare, mentre una coppia di soli maschi o di sole femmine non può figliare.
I nomi con cui chiamiamo le cose, esprimono cosa è quella cosa, la sua natura propria. Il nome di “matrimonio” manifesta la funzione sociale dell’unione tra un uomo ed una donna, l’orientamento alla generatività intrinseco in quel legame; cosicché l’istituto matrimoniale serve a tutelare i soggetti più deboli: i figli e la madre.
Questa verità delle cose non è stabilita dalla Chiesa Cattolica, bigotta ed oscurantista, ma è propria della loro natura; per i credenti la natura delle cose esprime la volontà divina. Ciò che sorprende amaramente è che la Chiesa sia quasi la sola a riconoscere, a dichiarare e a difendere questa banale verità dell’uomo. Ma ormai la Chiesa non è più la sola, perché sempre più uomini e donne, credenti ed atei, eterosessuali ed omosessuali, si dichiarano contro il cosiddetto matrimonio omosex, come l’attore Rupert Everett e lo stilista Karl Lagerfeld, il politico francese Henri Emmanuelli, già presidente dell'Assemblea Nazionale. Recentemente in Francia ha registrato notevole successo la mobilitazione pubblica per il MUD (Matrimonio Uomo Donna) e per il F2PM (Famiglia Figli Padre Madre) sotto le insegne de: “La Manif pour Tous”.
Manifestazione del 17 novembre 2012 a Parigi
La verità del MUD, Matrimonio tra un Uomo ed una Donna, è così evidente che per secoli non c’è stato alcun bisogno di proclamarla ad alta voce. Oggi chi osa dichiarare questa banale verità, rischia di essere accusato di omofobia, solo per farlo tacere senza la fatica di rispondere alle sue argomentazioni e senza prendere in considerazione la natura concreta dell’uomo. La questione del cosiddetto matrimonio omosex, non è una questione di diritti negati agli omosessuali, infatti, nei paesi che hanno già introdotto il cosiddetto matrimonio omosex, i diritti delle coppie gay sono già legalmente affermati, è una battaglia ideologica per scardinare le fondamenta della società, per eliminare il principio di realtà o senso comune e affermare una libertà assoluta, incorporea, nutrita solo di desideri.
Noi uomini non siamo solo i nostri desideri, buoni o cattivi che siano, siamo un anima incarnata, un corpo animato. Siamo tra il cielo, la terra e gli inferi. Siamo uno spirito ragionevole e libero come gli spiriti creati (angeli e demoni). Siamo un’anima istintiva come gli animali irrazionali guidati dagli istinti. Siamo un corpo materiale come le cose inanimate. Solo in noi uomini trovano unità tutte le dimensioni create e proprio a noi sono affidate perché le edifichiamo armoniosamente. La nostra sessualità, il nostro essere uomini e donne, non riguarda solo una delle sfere di cui siamo composti, i nostri corpi sempre meravigliosi anche quando brutti e vecchi, ma riguarda anche la nostra anima che è maschile o femminile e che non sempre risplende delle sue virtù, ma più spesso, ahimè, s’intristisce e deperisce in una libertà illusoria.

sabato 3 novembre 2012

Comunione dei Santi secondo Dante

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov'i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare schiera?
Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.

 Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com'io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l' hanno".

Raffaello, Madonna Sistina
Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.
E venni a te così com'ella volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?".
(Inferno II,94-126)

Con queste parole Virgilio illustra a Dante l'origine celeste della missione che ha da compiere a suo favore, missione che Virgilio ha ricevuto da Beatrice, che l'ha ricevuta da santa Lucia, che l'ha ricevuta da Maria santissima: il Cielo intero s'è messo in cammino per recuperare Dante smarrito, poiché sta scritto: "C'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte" (Lc 15,10).
La Teologia, personificata da Beatrice, illustra alla Filosofia, personificata da Virgilio, la missione che devono assolvere insieme. "La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità" (Fides et Ratio 1). Ali date da Dio all'uomo perché salga la scala che il Signore gli ha calato, scala che è il suo Verbo incarnato.
Raffaello, Stanza della Segnatura, Disputa del ss. Sacramento

Il Verbo incarnato in quanto uomo crede in Dio ed in quanto Figlio conosce il Padre che il Figlio, tramite la sua umanità, ha mostrato e fatto conoscere agli uomini, suoi fratelli, affinché anche loro, fidandosi di Lui, Dio visibile, imparino a fidarsi del Dio invisibile e fidandosi a conoscerlo come Padre e a riconoscersi come fratelli.
Raffaello, Stanza della Segnatura, Scuola di Atene
Beatrice risponde alla di lui domanda (Inf II,82-84) circa "la cagione" del suo venire e confessa: "Amor mi mosse" (Inf II, 72): il Motore è Dio, Amore assoluto, com'è rivelato dal discepolo prediletto del Signore: "Dio è amore" (1Gv 4,8); Amore divino che s'incarna nell'amore umano di Beatrice per il suo divoto, il quale contemplerà alfine nel volto della "Vergine Madre, figlia del tuo figlio [...] l'amor che move il sole e l'altre stelle" (Par XXXIII,1.145), cioè la Causa prima e ultima, Causa eziologica e finale del moto degli Astri e di ciò che gli astri influenzano, ossia tutto ciò che avviene nel mondo ipolunare (teologia astrologica o astrologia teologica). Amore che in sommo grado guidò la "Donna che è gentile nel cielo" (Inf II,94), Maria santissima che diede inizio alla triplice missione a favore di Dante, prima delle "tre donne benedette" (Inf II,124) che curano il suo bene in cielo. La Madonna innescò quella celeste slavina di missioni-intercessioni e chiamò santa Lucia a proteggere il suo fedele. La vergine di Siracusa e martire di Cristo, mossa dalla Vergine delle vergini e Regina dei martiri, andò da Beatrice mentre "sedea con l'antica Rachele" (Inf II,102), personificazione della divina contemplazione, cosa che sola giustifica il nome di Beatrice-teologia e la sua missione. In sintesi: Maria santissima manda santa Lucia, santa Lucia manda Beatrice, Beatrice manda Virgilio, prima di guidare personalmente il suo diletto schiavo d'amore.
Ecco, questa è la Comunione dei Santi del cielo e della terra.
Domenico da Tolmezzo, Pala di santa Lucia, 1500

Accanto al versante discendente, fiumi di grazia che l'intercessione della Chiesa trionfante riversa sulla chiesa pellegrinante, la Comunione dei Santi comprende un secondo versante che ascende dalle nostre umane miserie e debolezze. Ogni santo giorno del calendario c'è la memoria di parecchi Santi, tutti a nostra disposizione, purché ne chiediamo umilmente l'intercessione. Non temiamo di rivolgerci ai nostri fratelli in cielo e chiediamo l'aiuto ad un Santo tutti i  giorni che Dio ci dà, chiediamogli di chiedere a Maria, Regina dei santi e Madre della Chiesa, di rivolgersi a suo Figlio perché ci dia grazia.