sabato 30 luglio 2011

Verità fedele, fedeltà vera

In questi ultimi tempi, la Chiesa Cattolica alla quale mi onoro appartenere, è sottoposta ad un attacco sistematico che proviene dal suo interno, la qual cosa lascia l'amaro in bocca ed intristisce il cuore. Non stupisce, infatti, che i cristiani siano perseguitati da parte delle ultime dittature comuniste quali la Cina, il Viet-Nam e la Corea del Nord, o dai regimi teocratici islamici quali Arabia Saudita, Sudan del nord, Iran, Pakistan. Nemmeno è causa di meraviglia che il mondo chieda suadente all'uomo contemporaneo di non ascoltare la voce di Dio, per poter seguire le proprie instabili voglie. Ma che siano proprio dei membri della Chiesa, per di più ministri ordinati o professori di teologia, ad accodarsi dietro al mondo nell'innalzare l'idolo del proprio mutevole io con le sue sue voglie impermanenti... beh, ciò lascia interdetti.

Kirche 2011 è il manifesto di professori di teologia nato nella Chiesa Cattolica tedesca, di cui ho già scritto in post precedenti. Ad esso ha fatto seguito nella Chiesa Cattolica austriaca, l'appello alla disobbedienza (sic!) della cosiddetta "Iniziativa parroci", sottoscritto da 300 preti austriaci. Giungono, poi, i rinforzi dalla Chiesa Cattolica americana, 157 preti che appoggiano Roy Bourgeois, un sacerdote appartenente all'ordine di Maryknoll, scomunicato nel 2008 per aver preso parte all'ordinazione sacerdotale di alcune donne. Costoro dichiarano perentoriamente di approvare e chiedono di concedere:
  1. il matrimonio agli omosessuali
  2. l'ordinazione sacerdotale alle donne
  3. il matrimonio ai preti
Ai fratelli che sottoscrivono questi manifesti mi sento solo di dire poche cose.
Le loro richieste sono sempre le solite e paiono francamente ridicole perché ormai fuori tempo massimo: il '68 è solo un mero oggetto di studio, forse di nostalgia, sicuramente non è più attuale e neppure una risorsa per il futuro. Quindi, li invito caldamente a non restare in mezzo al guado, nella Chiesa Cattolica ma non del tutto, sono nella Chiesa ma sono del mondo. Sappiano scegliere con coraggio e intelligenza se stare nella Chiesa non solo con il portafoglio ma anche con il cuore e la mente, oppure se abbandonare la Chiesa per andare dove ordina loro la coscienza. Dalle proprie invincibili convizioni bisogna saper trarre tutte le conseguenze: l'appartenenza alla Chiesa è libera, mentre non lo è la sua natura più intima, sovranamente decisa da Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Poi le mie riflessioni.
Ciò che quì è in ballo, non è una delle quisquiglie iper-moderne richieste che scimmiottano le mode mondane, quanto la questione della Verità, verità di Dio, verità dell'uomo, verità dell'amore. Da buon peccatore conosco molto bene la tragica e triste profondità cui giungono le radici del mio peccato e delle mie infedeltà, ma non ne faccio un vanto, non sono così sciocco da pretendere che il mio peccato, siccome è duro da estirpare e amaro da sopportare, magicamente diventi un bene di cui andar fiero, un diritto da sbandierare, un progetto di riforma della Chiesa. Ma per mia fortuna e salvezza, non sono solo ed abbandonato in questa volubilità mondana, ma la Verità si è fatta vicina a me come ad ogni uomo: "Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore" (Dt 30,14), Verità percepibile, conoscibile (1Gv 1,1s). Il Dio che si è rivelato per mezzo dei profeti e di Gesù Cristo, è la Verità affidabile, credibile: Egli è la Roccia sicura sulla quale è auspicabile gettare le fondamenta.

Il matrimonio tra persone delle stesso sesso è una sciocchezza per la ragione umana ed il buon senso, dato che il matrimonio accanto a cose utili ma non necessarie come il fuoco della passione ed il rispetto, ne presuppone un paio necessarie ma non sempre utili quali la differenza sessuale tra l'uomo e la donna e la loro libertà contrattuale. La verità della coppia umana e della sua sessualità, fin dal principio e per sempre, è la differenza e la complementarietà dell'uomo e della donna, l'uno relativo all'altra. Questa verità della persona umana raccontata dalla sacra Scrittura è coerente con la natura animale del maschio e della femmina descritta dalla biologia, coerenza biologica che conferma la verità spirituale che si radica nella dualità complementare dell'uomo e della donna.

Circa l'ordinazione sacerdotale alle donne. Il 15 ottobre 1976 la Congregazione per la Dottrina della Fede spiegò, con la dichiarazione Inter insigniores, che la Chiesa non può mutare alcunché della sua divina costituzione, nella quale rientra la sovrana decisione di Gesù Cristo di chiamare come apostoli solo uomini maschi. Siccome non c'è miglior sordo di chi non vuol sentire, gli scontenti di tale spiegazione che non lasciava adito a dubbi, obbiettarono che un semplice Ufficio della Curia Romana non equivale al Magistero del Papa, come se il Papa, invece, avesse il potere di modificare la divina costituzione della Chiesa. Perciò il 22 maggio 1994 il beato Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis confermò la posizione tradizionale della Chiesa che seguendo il Signore Gesù, riserva soltanto agli uomini l'ordinazione sacerdotale. Anche l'asina di Balaam avrebbe ormai compreso che la Chiesa Cattolica, le Chiese Ortodosse e alcune Comunità Protestanti fedeli alla Scrittura non ritengono possibile il sacerdozio ministeriale femminile, perché sono vincolate alla Scrittura che testimonia tale scelta. Chi vuole a tutti i costi il sacerdozio femminile non ha che da passare alle Comunità protestatanti che lo ammettono.

Il matrimonio dei preti è un'altra sciocchezza per il mero buon senso. Infatti, per la Tradizione universale della Chiesa il sacramento dell'Ordine rende definitivo ed immodificabile lo stato dell'uomo che riceve l'ordinazione ministeriale: resterà celibe se era celibe al momento dell'ordinazione, quando impegna liberamente la sua volontà al celibato per il Regno dei cieli; oppure rimarrà coniugato  se era sposato al momento dell'ordinazione, quando la moglie acconsente a che suo marito riceva l'ordinazione, il quale accetta liberamente di non risposarsi qualora restasse vedovo. Quei preti che tradendo la parola data, dal celibato per il Regno sono passati ad essere concubini di una donna, devono solo fare l'unica opera salvifica, per sé, per la loro concubina e per la Chiesa che li ha ordinati, essere sinceri e scegliere tra il ministero e la vita coniugale ed una volta fatta la scelta, esserle fedeli.

Tessaglia, Aghia Triada
Infine alcuni auspici rivolti alla Chiesa e ai suoi ministri.
Alla Chiesa suggerisco di conservarsi fedele a Dio piuttosto che agli uomini e le ricordo la testimonianza di fedeltà a Dio resa dai martiri. Non tema le conseguenze della fedeltà. Lo strepitoso successo goduto da Gesù, durò solo un momento che lui concluse senza fare sconti a nessuno, né ai suoi discepoli né a sua madre, con la domanda: "Volete andarvene anche voi?" (Gv 6,67). Nessuno è obbligato a rimanere nella Chiesa contro la propria coscienza, come nessuno può plasmare la Chiesa a propria misura, come insegna l'apostolo la Chiesa non è di Paolo, né di Apollo, né di Cefa, ma è di Dio (1Cor 1,2.12).
Ai pastori della Chiesa ricordo che sono stati ordinati per guidare e sorvegliare la Chiesa, verso la quale non devono usare solo l'amorevole misericordia materna (1Tess 2,7-8), ma anche la dura sferza paterna (1Tess 2,11-12), per non generare figli bastardi che ignorano la correzione del Signore (Eb 12,4-11). Ma soprattutto ricordino che sono stati inviati ad annunciare il Vangelo di Cristo, unico perché "non ce n'è un altro" (Gal 1,7), immutabile dato che nemmeno l'apostolo Paolo e neppure un angelo dal cielo possono modificarlo, come è scritto: "se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!" (Gal 1,9-10).

domenica 24 luglio 2011

Anch'io insisto: la Chiesa ritorni a Dio

Il 21 giugno Sandro Magister ha pubblicato sul suo sito Chiesa.it l'ennesima puntata di un avvincente dibattito dedicato a vari aspetti dell'ermeneutica del Concilio Vaticano II: si tratta di un lungo articolo composto dall'intervento del prof. Enrico Morini "Continuità e rottura: i due volti del Concilio Vaticano II" e dai commenti di Francesco Arzillo, di padre Giovanni Cavalcoli e di Martin Rhonheimer. Il 15 luglio Enrico Morini risponde ai suoi tre critici con un articolo pubblicato sul blog di Sandro Magister Settimo Cielo.
La tesi del Morini è composta di due elementi distinti:
  1. continuità e rottura sono due chiavi ermeneutiche complementari, non alternative, entrambe necessarie
  2. lo scisma tra Roma e Costantinopoli è la rottura da sanare, recuperando quella "continuità con la tradizione del primo millennio" che è stata l'intenzione messa in opera da Giovanni XXIII e dalla maggioranza dei padri conciliari nel Concilio Vaticano II e che ha raggiunto il suo acme il 7 dicembre 1965 con la revoca delle scomuniche del 1054
Il primo è un principio generale che condivido integralmente, come ho scritto nel post del 10 luglio, il secondo elemento è la sua applicazione ad un episodio storico concreto qual è il Concilio Vaticano II, applicazione che non condivido. Anch'io sono perplesso e dubbioso, come Francesco Arzillo, di tale ipotesi ermeneutica del Vaticano II. Francamente mi pare indebito e sbagliato applicare una tesi preconfezionata all'interpretazione di un fatto storico; ciò determina una comprensione riduttivistica del fatto storico in esame, nello specifico del Vaticano II. Cosa è successo in Occidente, a cavallo tra primo e secondo millennio, che ha intorbidato pur non avendo interrotto il flusso vitale della Tradizione?

Quale esempio della necessità attuale di un ritorno alla "teoria e alla prassi ecclesiale del primo millennio" Morini cita la successione sulla cattedra di sant'Ambrogio di cui non condivide il metodo. Cosa non condivide del metodo con cui Benedetto XVI ha nominato il card. Scola: l'ampia consultazione dell'episcopato lombardo ed italiano e del laicato ambrosiano? la discussione in sede di Congregazione dei Vescovi? il potere di nomina che sta in capo al papa? la possibilità di spostare un vescovo da una sede episcopale all'altra?

Reputo che la Chiesa Cattolica debba ritornare, ma non ad una qualsiasi epoca del suo passato, bensì a Dio.
Ciò facendo, riscoprendo cioè la natura lunare della sua identità, di cui hanno scritto il card. de Lubac e Hugo Rahner ed è affermata nell'incipit della Costituzione dogmatica sulla Chiesa: "Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa" (LG 1). Il volto della Chiesa risplende, non della propria luce come Lucifero, ma della luce del Cristo, Sole di giustizia che nel volto amato della sua fidanzata, la Chiesa, si riflette illuminando tutti gli uomini. Perciò è urgente ed essenziale recuperare l'orientamento della preghiera, di ogni preghiera, dalla preghiera comunitaria alla personale, dalla preghiera liturgica alla devozionale.


Ancora due appunti alla risposta del Morini, laddove afferma che il palamitismo "è dottrina ufficiale della Chiesa ortodossa". Mi pare inesatto, poichè l'ottavo Concilio Costantinopolitano (1341, 1347, 1351) si è limitato a condannare come eretiche le tesi teologiche di Barlaam il calabro e Acindino e viceversa a confermare dogmaticamente la tesi teologica sviluppata da Gregorio Palamas in difesa degli esicasti. Tale conferma dell'ortodossia di tale teologia non equivale a farne dottrina ufficiale. 
Infine mi pare riduttivo, o quanto meno generico, descrivere l'apporto fondamentale del Palamas alla teologia cristiana nei termini proposti dal Morini: "è essenziale per la deificazione dell'uomo conoscere Dio", poiché egli difese il primato della mistica nella vita cristiana, ovvero che l'esperienza di Dio è possibile già ora, l'uomo può vedere la Luce deificante di Dio, come i tre discepoli sul Tabor, esperienza reale che coinvolge tutto l'uomo; a tale esperienza mistica Palamas diede giustificazione teologica distinguendo in Dio l'Essenza inconoscibile e le Energie conoscibili dalla mente e percepibile dal corpo.



mercoledì 13 luglio 2011

Cercate il mio volto

Recentemente padre Matias Augé sul suo blog liturgia opus trinitatis ha affrontato più volte il tema capitale dell'orientamento, sia in prima persona sia in dialogo con Andrea Grillo e provocando abbondanti commenti non sempre pacati.

Perché limitare alla celebrazione eucaristica e al suo interno alla preghiera eucaristica la questione dell'orientamento? Tale limitazione crea un confine innaturale tra la preghiera e la Preghiera somma dell'Eucaristia, confine che non esprime una distinzione chiarificatrice bensì una mortifera separazione. L'orientamento è un tema capitale della preghiera, di ogni preghiera. Tema capitale perché grazie ad esso si discerne il termine ultimo della preghiera, non un nome qualunque, ma il Dio vivo e vero che si è rivelato e rivolto a noi nel Figlio suo. Limitare alla sola Eucaristia la questione dell'orientamento significa impostare male tale questione, imboccando una deriva ritualistica assai riduttiva, che inevitabilmente scatena il conflitto tra fautori della celebrazione "verso il popolo" e fautori del "verso Dio", come s'evince dai numerosi commenti. Significa separare artificiosamente e mortalmente la preghiera dalla preghiera delle preghiere, dall'eucaristia, condannando la preghiera alla sterilità e impedendo allo Spirito Santo di far crescere l'uomo, integrandolo nel cosmo e nella storia della salvezza.

Definire l'orientamento predominante della s. Messa dopo il Tridentino "verso l'abside" è una definizione perniciosa e malevole, fondata su di una premessa inficiata di parzialità. Questa premessa inficiata di parzialità, genera una ricerca orba e una deduzione monca, segnata dalla stessa parzialità della premessa. Sarebbe come definire l'orientamento predominante dopo il Vaticano II "verso la porta". Lo sciocco guarda il dito che indica la luna, mentre il saggio guarda prima il dito indicante e poi la luna indicata. Infatti, l'abside ospita due elementi liturgici verso i quali è rivolta la preghiera tridentina: il Tabernacolo e le sante Immagini, entrambi elementi esodici, nel senso che la preghiera fa tappa su di loro per andare altrove, alla ss. Eucaristia custodita nel Tabernacolo e al Prototipo celeste rappresentato nelle sante Immagini. Allo stesso modo anche p. Augé spiega in che senso l'altare e non il sacerdote sia il centro verso cui convergere nella celebrazione eucaristica, in quanto segno oggettivo di Cristo al quale l'altare consacrato rimanda.

Tutta questa attenzione circa l'orientamento del clero, se verso il popolo o verso l'abside, è segno ed epifania di clericalismo. Una malattia, quella del clericalismo, già diagnosticata dal Rosmini nel 1835 ma che dopo il Vaticano II non è certo migliorata, anzi, è una patologia che nel clero si è aggravata e per di più si è diffusa anche al laicato! Piaga, come la chiama Rosmini, alla quale non è estraneo, a mio avviso, aver collocato la sede del presidente dell'Assemblea liturgica di fronte alla stessa, esclusivamente vis a vis, fissando così in quell'unico aspetto della mediazione sacerdotale il clero, quello di rappresentare Dio per il Popolo Dio e oscurando l'altro essenziale aspetto ad esso complementare, quello di rappresentare il Popolo di Dio presso Dio.

Non c'è solo "la convenienza di pregare verso il Signore" come afferma p. Augé. La convenienza può essere maggiore o minore, mentre essere orientati al Signore è necessario per pregare; in verità, se non ci si rivolge al Signore Dio, ci si rivolge a qualcun'altro, ad uno dei tanti idoli che l'uomo costruisce infaticabilmente con le sue mani. Perciò è urgente, oggi come sempre, orientarsi correttamente quando si prega, per discernere se preghiamo Dio o io, se pregando andiamo oltre il nostro piccolo mondo per entrare nel mondo di Dio, se smettiamo di girare attorno al nostro ombelico per essere come Dio comanda, se cessiamo di vagabondare fuori di noi estranei a noi stessi per entrare finalmente nel talamo nuziale del nostro cuore. La questione di Dio è intimamente intrecciata con la questione della preghiera, e la questione della preghiera è intimamente intrecciata con la questione dell'orientamento: ortodossia innanzitutto significa retta glorificazione di Dio, ancor prima che professione della vera fede, è l'antico adagio lex orandi lex credendi.
Allora la questione essenziale è la seguente: dov'è Dio? Dove lo si può trovare? Dove abita?
P. Augé identifica correttamente tale questione, ma nel cercare di formulare una risposta confonde il Creatore e le creature. Certamente il prossimo è un sacramento di Dio, ma per l'appunto un sacramento, non Dio stesso. Amare non è sinonimo di pregare. Nel campo dell'amore l'apostolo Giovanni insegna che non si può amare Dio che non si vede, se non si ama il fratello che si vede (1Gv 4,20). Invece pregare indica in esclusiva la relazione con Dio. Relazione che ciascuno deve coltivare perché costitutiva della sua essenza di creatura. Quindi riconoscere Cristo negli ultimi (compresi gli aborti, persone mai nate seppur create), non esaurisce la missione della Chiesa e la vocazione di ogni uomo, una riduzione orizzontalistica insipida; è necessario alzare lo sguardo per ripetere l'invito: "Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto".

domenica 10 luglio 2011

Continuità e rottura

Seguo con molto interesse il dibattito che si stà svolgendo sul sito chiesa e sul blog settimo cielo di Sandro Magister circa l'ermeneutica del Concilio Vaticano II. In particolare mi è piacito l'intervento del prof. Morini Continuità e rottura: i due volti del Concilio Vaticano II, al quale faccio le seguenti tre obiezioni ed una rapida considerazione sul tema continuità e rottura.

1. Anche la Tradizione, come la natura, non fa salti.
La continuità con il passato remoto del primo millennio non è possibile saltando il passato prossimo costituito dal secondo millennio. La continuità storica del presente con il passato implica l'integrità della storia passata, ovvero l'accoglienza serena di tutti i singoli istanti che nel loro complesso insieme costituiscono il passato, senza alcuna selezione che sarebbe rimozione alienante.
Per ritornare o recuperare il passato del primo millennio abbiamo necessità del secondo millennio senza il quale non abbiamo accesso nemmeno al primo millennio.

2. Se il primo millennio è l'epoca d'oro nella storia della Chiesa, mentre il secondo millennio l'epoca peggiore, abuso dello stesso schematismo, come può il meglio produrre il peggio? Può forse l'albero buono dare frutti cattivi? Le cause dello scisma tra Roma e Costantinopoli, sancito dalle scomuniche reciproce del 1054, grazie a Dio levate nel 1965, sono maturate tutte nel primo millennio

3. E' utile auspicare il ritorno della Chiesa ad un'epoca della sua storia e operare per un tale recupero? La Chiesa deve ritornare solo a Dio, non al proprio passato, quale che sia. Dio non è un mero ricordo del passato, buono da sigillare asettico in una teca museale. Dio è il Vivente, Colui che è, che era e che viene (Ap 1,4) e ritornare a Dio significa accogliere il suo avvento, prepararsi alla sua seconda venuta, volgersi alla sua escatologica parusia, tensione spirituale che è andata scemando nella Chiesa.

La tesi ermeneutica del prof. Morini è che il Cancilio Vaticano II sia stato intenzionalmente continuità e rottura.
L'et et è sicuramente un approccio cattolico, a differenza dell'aut aut. Questa regola ermeneutica dell'et et vale a fortiori per ciascun periodo della storia della Chiesa, dal Niceno I al Vaticano I.
Il Niceno I ha rotto con la tradizione precedente che formulava la fede cristologica utilizzando esclusivamente il linguaggio biblico, perché insufficiente per rispondere adeguatamente alle affermazioni e/o obiezioni eterodosse degli ariani, è con grande coraggio introdusse nella professione della vera fede un termine estraneo alla sacra Scrittura, il termine filosofico greco di "omoousios", in latino "consubstantialem", in italiano "della stessa sostanza". Tale rottura è stata funzionale e necessaria per garantire la continuità nella professione della fede in Cristo.
Ciò vale anche per la vita di Gesù?
A naso direi di sì, sia rispetto alle attese d'Israele suo popolo (dal tentativo fallito di farlo re al rifiuto di riconoscerlo come re), sia rispetto alla (in-)comprensione dei suoi discepoli (da Simon Pietro a Giuda, passando per Tommaso). La dinamica continuità/rottura appartiene alla forma stessa della fede plasmata dall'oggetto della fede, la morte e resurrezione di Gesù, appunto continuità e rottura.

domenica 24 aprile 2011

Triduo Pasquale 4. Terzo giorno

"A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè
  che Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture
  e che fu sepolto
  e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici"
(1Cor 15,3-5)

   Il Triduo Pasquale è compiuto con il notturno ingresso nella santa Domenica di Pasqua, è concluso dalla celebrazione della Veglia Pasquale che è notturna e tetramorfa.
Matthias Grunewald, anta destra del Polittico di Isenheim, 1515
   Matthias Grunewald, nel pannello dedicato alla Resurrezione dello splendido polittico dipinto per l'altare di Isenheim, coglie e valorizza la natura notturna della resurrezione di Gesù dai morti. Il Risorto si staglia nitido e sfolgorante sullo sfondo più che scuro della notte del mondo, sullo sfondo tenebroso del male, Egli è la Luce che brilla nelle tenebre "e le tenebre non l'hanno vinta" (Gv 1,5) perché il Dux vitae ha vinto il peccato e la morte, è la prima Parola detta da Dio, prima opera di Dio prima del peccato e primogenito dai morti dopo il peccato: Cristo risorto è il centro del mondo, comunque. La natura notturna della Veglia Pasquale è implicita nel nome stesso di Veglia; infatti, vegliare implica la sospensione del ciclo ordinario sonno/veglia con l'astensione dal dormire, attività che normalmente avviene nelle ore notturne e che ha un evidente significato simbolico affine alla morte. Il vegliare di questa notte, a differenza del vegliare la prima notte del Triduo, è la prima partecipazione alla resurrezione di Gesù: "Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef 5,14). Chi dorme viene risvegliato dal Cristo Luce del mondo, ed essere risvegliato equivale a venire risuscitato, resurrezione che procede per gradi: ora, finchè si vive nel corpo, resurrezione dell'anima dalla morte spirituale del peccato, alla fine del mondo resurrezione del corpo dalla morte fisica. Cosicchè la sacra convocazione per vegliare nella terza notte introduce al Lucernario, primo atto della Veglia Pasquale.

El Greco, 1596-1600
 Anche Dominikos Theotokopoulos, alias El Greco, colse il carattere intimamente notturno della resurrezione di Cristo, soggetto che dipinse più volte sempre mantenendo alcuni elementi costanti. Il Risorto emerge tranquillo e potente, misericordioso e tremendo, come un fiotto di luce bianca e pura dal caotico groviglio di corpi sia dei soldati messi a guardia di un morto, raffigurati tramortiti e sconfitti, sia dei morti e dei morituri, rappresentati risorgenti in Lui, come dice l'apostolo Giovanni: "E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).
 La Veglia è tetramorfa, ovvero si svolge in quattro liturgie che si susseguono l'un l'altra:
  1. il Lucernario o Liturgia del fuoco
  2. la Liturgia della Parola
  3. la Liturgia battesimale
  4. la Liturgia eucaristica
Sembra abbastanza evidente che i quattro elementi della cosmologia antica, fuoco, aria, acqua e terra, sono l'ordito dei quattro movimenti che scandiscono la sinfonia di questa notte santa. Così tutto il creato glorifica Dio perché ha risuscitato Gesù, la morte è vinta, il peccato del mondo è perdonato, tutte le creature del cielo, della terra e degli inferi cantano ed esultano di gioia perché il Figlio prediletto che era morto è vivo e lo è per sempre: "Dio lo ha risuscitato" (At 2,24.32; 3,15; 4,10; 10,40; 13,30.34.37; Rom 10,9).

Altdorfer Albrecth, 1516

Il fatto storico della resurrezione di Gesù Cristo è il fondamento della fede sul quale poggia tutto il cristianesimo e tutta la Chiesa, è la pietra angolare posta da Dio Padre a reggere l'intero universo, a dare stabilità e saldezza alla fede divina di Simon Pietro, è il fuoco che arde nel cuore di Dio fin dalla fondazione del mondo ed ora divampa nel cuore delle notte santa fuori dalla chiesa, nello spazio profano antistante la porta d'ingresso, nel giardino appena fuori della città dove l'avevano sepolto. Il fuoco nuovo che è acceso nella notte è il primo segno sacramentale dell'amore, della passione di Dio per gli uomini: "le sue vampe sono vampe di fuoco, fiamma divina!" (Ct 8,6). Quando di notte un fuoco è acceso, spontaneamente ci si raccoglie attorno, animati dalla stessa curiosità di Mosé quando vide il roveto ardente: "Voglio avvicinarmi per osservare questo grande spettacolo: perchè il roveto non brucia?" (Es 3,3) e la maestosa rivelazione del Nome di Dio fu su di lui, non prima di averlo chiamato dal roveto per ordinargli di restare a piedi nudi: "perchè il luogo sul quale tu stai è suolo santo!" (Es 3,5). La penitenza quaresimale ci ha insegnato a toglierci i sandali dai piedi, come ancora si deve fare per entrare in una moschea! Non solo per il sommo rispetto che dobbiamo al luogo santo in cui siamo quando preghiamo, al cospetto di Dio, ma anche perché il Signore e Maestro Gesù ci possa lavare i piedi ed esser da lui purificati (Gv 13,4-10). Al Fuoco nuovo e benedetto è acceso il Cero pasquale che rappresenta il Cristo risorto e poi si svolge il rito cosmogonico cristiano: la chiesa vuota e buia, come vuota e buia era la terra in principio, quando Dio pronunciò in quel primordiale silenzio tenebroso la sua prima parola: ""Sia la luce!". E la luce fu" (Gen 1,3) che squarciò le tenebre ed i silenzi che l'avvolgono, rivelando il Figlio, rivelato dal Figlio. E dietro al Cristo di Dio Luce del mondo, ecco i figli della luce che pian piano riempiono la chiesa e gettano fuori le tenebre del peccato dalla propria vita e dalla chiesa, riempiendole di luce, lasciandole riempire dalla "Luce di Cristo", triplice grido con cui il Servo del Signore, rappresentato dal diacono che reca il Cero pasquale, ha vinto "le tenebre del peccato con lo splendore della colonna di fuoco" (Preconio). Questo è infatti il significato sacramentale del Cero pasquale, raffigurare la colonna di fuoco che guidò i nostri padri nella fede nell'esodo, per loro dall'Egitto, per noi dal peccato.

Bassano Francesco, 1584-88

 Nella chiesa tutta illuminata dalla Luce di Cristo risorto, ora risuona la voce delle Scritture, secondo le quali egli è risorto dai morti (cfr. 1Cor 15,3). La resurrezione di Gesù è il senso ed il fondamento di ogni proclamazione della Parola di Dio nella Liturgia: tutto ciò che è celebrato dalla Chiesa ha il suo fondamento storico-salvifico nella divina Resurrezione di Gesù nostro Signore. Perciò la Chiesa nostra madre proclama in questa notte santa nove letture, per spiegare ai fedeli che la fede in Gesù Cristo morto e risorto, non è una pia illusione, ma è fenomeno accaduto conformemente alla divina volontà, ovvero "secondo le Scritture" che spiegano la resurrezione di Gesù, come Lui risorto spiega le Scritture.
Così la prima lettura (Gen 1,1-2,4) mostra il Verbo creatore che diventa ricreatore del mondo grazie alla resurrezione di Gesù, con la quale riempie il cielo, la terra e gli inferi della sua Luce vivificante.
La seconda lettura (Gen 22,1-18) getta uno sguardo furtivo sul mistero abissale di Dio Padre che non risparmiò suo Figlio per noi, ma lo diede al mondo una prima volta nella creazione, una seconda volta nell'incarnazione, è una terza volta con la resurrezione.
La terza lettura (Es 14,15-15,1) racconta la natura comunitaria della salvezza, dentro il Popolo di Dio si è immersi nell'oceano della Grazia divina, la liberazione dal peccato.
La quarta lettura (Is 54,5-14) descrive la natura universale della salvezza, perché l'amore del Redentore è immenso e perenne, riguarda tutti e per sempre.
La quinta lettura (Is 55,1-11) sollecita la libertà umana ad accogliere la salvezza gratuita e a cercarla senza sosta, perchè i pensieri e le vie del Signore misericordioso sono diversi dai nostri.
La sesta lettura (Bar 3,9-15.32-4,4) annuncia che la via della sapienza è stata rivelata a Israele, è la legge che sussiste in eterno.
La settima lettura (Ez 36,16-28) contiene la promessa del rinnovamento interiore del popolo di Dio mediante il trapianto cardiaco che renderà fattibile l'obbedienza filiale.
L'epistola (Rom 6,3-11) illustra l'opera salvifica del battesimo che ci unisce al destino di Cristo Gesù.
Il Vangelo (Mt 28,1-10) colloca la visita delle donne alla tomba in un contesto teofanico, l'Angelo del terremoto con gesti e parole proclama l'evento della resurrezione e prepara all'incontro con il Risorto.

Rubens Pieter, 1616
   L'abbondante annuncio della Parola di Dio ravviva la memoria assopita dei credenti, riscalda i cuori freddi e tristi con le focose parole d'amore di Dio a noi e introduce tutto il popolo di Dio all'opera di rigenerazione interiore che culmina nella liturgia battesimale. I catecumeni oggi diventano pienamente cristiani, immersi dalla Chiesa nel crogiuolo dell'amore Trinitario, mentre coloro che sono già cristiani confermano l'adesione a Cristo morto e risorto. In questo processo cosmo-antropogenetico tutta la Comunione dei Santi è coinvolta, l'opera spirituale della cristificazione dell'uomo e del cosmo, infatti, conta più sulla preghiera dei Santi che sui nostri miseri sforzi.Infine, dopo aver rigenerato tutto il popolo di Dio nel nucleo originario della fede, il popolo sacerdotale consuma le nozze mistiche, unendosi all'Agnello immolato, al Cristo morto e risorto che con la sua morte e resurrezione ha istituito e consacrato il santissimo sacramento dell'Eucaristia, farmaco d'immortalità, banchetto del Regno, festa di nozze.

Triduo pasquale 3. Visione a 360° della Santa Domenica

"A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè
  che Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture
  e che fu sepolto
  e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici"
(1Cor 15,3-5)

Icona copta, XX sec.

  La Domenica di Resurrezione è il giorno più misterioso dell'anno liturgico, non si lascia ingabbiare in una definizione chiara ed esauriente, essendo simultaneamente e senza contraddizione:
  1. il terzo giorno
  2. il primo giorno
  3. l'ottavo giorno
   Non meravigliamoci se un solo giorno viene chiamato con tre nomi diversi, razionalmente inconciliabili.
Il mistero di cui i tre nomi sono eco sonora è celebrato da tre celebrazioni, le quali non esauriscono il supremo mistero della resurrezione di Gesù che dà fuoco e sostanza alla Chiesa in toto, infatti, la resurrezione di Gesù è:
  • causa della sua fede nel Dio che ha risuscitato Gesù dai morti
  • oggetto dell'annuncio e motore della missione universale
  • potenza salvifica operante nei sacramenti e nella preghiera
  • attesa che anche la materia sia coinvolta nella resurrezione
  • e molto altro ancora...
 Come il Sabato santo è la silenziosa cerniera interna al Triduo Pasquale, così la Domenica di Risurrezione è la cerniera tra la Quaresima e la Pasqua, tra il tempo storico e l'eternità, tra il mondo vecchio che sta morendo e il mondo nuovo che sta nascendo. Essa è misteriosa: qualcosa di completamente nuovo e inaspettato sorge dalle ceneri dell'uomo vecchio, l'umanità che ben conosciamo cede il passo ad un uomo nuovo, insolito e sorprendente. Il mito della Fenice, anche nella variante russa dell'Uccello di fuoco, lo racconta.

Lullaby e l'inno finale ultimo movimento dalla Suite L'uccello di fuoco,
Igor Stravinsky dirige la New Philarmonia Orchestra

 Pur sapendo che solo con la futura resurrezione della carne godremo pienamente della resurrezione, un mistero così inesauribilmente ricco e glorioso viene celebrato annualmente dalle tre celebrazioni della Santa Domenica di Resurrezione:
  1. la Veglia Pasquale
  2. la Messa del giorno
  3. la Messa vespertina
La prima di queste celebrazioni è la grande, santa e gloriosa Veglia Pasquale, la sola delle tre celebrazioni che di per sè attiene al Triduo Pasquale, concludendo con la gloria della resurrezione la celebrazione della passione, morte e sepoltura di Gesù Cristo scandite nei precedenti due giorni santi del Triduo e dando il sospirato congedo al Popolo santo di Dio che ha celebrato i misteri pasquali della propria rigenerazione, anche iniziando i catecumeni eletti. La seconda celebrazione della Domenica di Resurrezione è la Messa del giorno che di per sé illumina il santo mistero del Primo giorno della settimana. La terza celebrazione è la Messa vespertina che illustra il significato del terzo nome di questo giorno santissimo l'Ottavo giorno della settimana.

sabato 23 aprile 2011

Triduo pasquale 2. Sabato santo

"A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè
che Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture  
e che fu sepolto"
(1Cor 15,3-4)
Sepoltura di Cristo, Icona del XV sec.
   Il Cristo, avvolto dalle bende del sudario, è steso nel sepolcro, solo il suo volto è ancora visibile tutto abbracciato dal volto di sua Madre che nel proprio volto è tutta protesa al Figlio che ora giace nel sepolcro del ricco benefattore. E dopo Maria sua madre, ecco Giovanni, discepolo amato di Gesù e nuovo figlio della Madre perché amato dal Figlio suo e il primo figlio adottivo di Maria, ecco Giuseppe d'Arimatea, autorevole e ricco membro del Sinedrio che ottenuto da Pilato il cadavere di Gesù offre la propria sepoltura, realizzando così la profezia di Isaia sul Servo sofferente: "con il ricco fu il suo tumulo" (Is 53,9). Dietro a lui, svetta Nicodemo, notturno discepolo di Gesù portatore di mirra ed aloe per il pietoso ufficio della sepoltura; seguono tre pie donne che han varia identificazione nei Vangeli: "Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo" (Mt 27,56), oppure: "Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e Ioses, Salome" (Mc 15,40), infine: "la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Magdala" (Gv 19,25).
   Il Sabato santo è il giorno cardine del Triduo Pasquale, infatti articola tra loro il Venerdì santo e la Domenica di Resurrezione, cioè distingue ed unisce. Dal punto di vista linguistico ciò viene espresso dalla congiunzione tra i due articoli di fede: "Gesù è morto e risorto", congiunzione che afferma l'identità di Colui che è risorto con Coui che è morto, punto sul quale dovrà insistere il Verbo incarnato, apparendo ai discepoli: "Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!" (Lc 24,39). Ciò dirà il Risorto il primo giorno della settimana, mentre oggi siamo ancora nel giorno settimo, quando Egli ancora riposa cadavere nella tomba. Da ciò si vede l'importanza capitale di questo giorno santo e benedetto, senza il quale non è possibile articolare la fede e la speranza cristiane, senza il quale non c'è né preghiera, né sacramento, né fede, né speranza.
   L'oggetto teologico del Sabato santo è la sepoltura di Gesù; sepoltura che più precisamente riguarda solo il  suo cadavere ed include la discesa agli inferi della sua anima immortale e la restituzione al Padre del suo spirito. In questo giorno santo si realizza la profezia di Gesù: "Ma verranno giorni in cui lo lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno" (Mc 2,20). Veramente lo Sposo è tolto; veramente la Chiesa è vedova; perciò in questo giorno gli invitati a nozze digiunano.
   Di conseguenza l'oggetto liturgico di questo giorno santo è sui generis, perché essendo venuto a mancare il soggetto primo della Liturgia cristiana, il Figlio incarnato di Dio, l'oggetto della Liturgia, la glorificazione di Dio non può compiersi, rimane inespressa nelle gole anelanti, come la prima parola che lentamente si forma sulle labrra dei lattanti ma ancora non esce. Infatti, il soggetto primo della Liturgia, il soggetto unico che la compie e attraverso il Quale la Chiesa ed il cosmo danno gloria a Dio è morto: il Cristo capo ed unico Mediatore della lode e della supplica (cfr. Eb 9,15). Manca il Sommo Sacerdote che guida e presiede il suo corpo nell'adorazione (cfr. Eb 8,1-3), è stato distrutto il Tempio di Dio (cfr. Gv 2,19) e non c'è più il luogo per incontrare Dio, la casa di preghiera è vuota e deserta, tohu wabohu (Gen 1,1) come la terra prima che brillasse la prima Parola di Dio (cfr. Gen 1,3). Nel breve lasso di tempo che intercorre tra il suo decesso sulla croce alle tre postmeridiane del venerdì e la sua resurrezione dalla tomba nella notte tra il Sabato ed il primo giorno della settimana, Egli non è disponibile per alcuno, essendo preda della Morte. C'è solo il suo cadavere privo di vita insufficiente per celebrare la Liturgia. Ecco perché questo è giorno assolutamente a-liturgico: l'Eucaristia non può essere consacrata, non può nemmeno essere distribuita, se non ai morenti sotto forma di viatico, perché l'andare nel regno dei morti è l'unica forma cristica del Sabato santo.
   Il cadavere di Gesù è disponibile solo per essere rapidamente ricomposto ed essere sepolto prima che inizi il Sabato, giorno del riposo di Dio e in Dio dell'uomo. In effetti nel giorno benedetto del Sabato santo giunge a compimento il riposo di Dio e dell'uomo: riposa il Figlio di Dio e riposa anche l'uomo Gesù. Come il Creatore dopo i sei giorni in cui lavorò creando il cielo e la terra nel settimo giorno si riposò, anche il Verbo Redentore dopo i giorni in cui soffrì ricreando il cielo e la terra, si riposò: la terra ricevette e custodì il suo corpo martoriato e crocifisso (cfr. Mt 27,59-60), gli inferi ricevettero e custodirono la sua anima angosciata ed abbandonata (cfr. 1Pt 3,19-20), il Padre che è nei cieli ricevette e custodì il suo spirito umile (cfr. Lc 23,46). Ciascuno custodì una parte di Colui che era "il più bello dei figli dell'uomo" (Sal 45,3) e che per noi tutti è divenuto senza "apparenza né bellezza" (Is 53,2) per poterci rivestirci del suo splendore, "il vestito più bello" (Lc 15,22).
   Il silenzio della terra, il silenzio degli inferi e il silenzio dei cieli ricevettero e custodirono la Parola di Dio che tace; oggi il silenzio è più denso che mai, perché Dio stesso tace, non parla: il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato e tutto di Dio è stato rivelato, entra nel silenzio della morte e del peccato, nei territori impuri del capovolgimento, nel cuore immondo dell'uomo dove lo spirito orgoglioso e superbo del Tentatore fa germogliare quei pensieri che rendono impuro l'uomo e tramite l'uomo corrompono la creazione di Dio. Tace il Padre che accoglie in silenzio l'offerta sacrificale del Figlio : nessun angelo ha fermato il Cristo vero Abramo ed il Cristo vero Isacco morì innocente per tutti. Tace il Figlio che accoglie il silenzio del Padre suo e lo rivela con il suo silenzio. Tace lo Spirito Santo che accoglie il silenzio del Padre ed il silenzio del Figlio, come accoglie la Parola di Dio che è il Figlio per restituirla eternamente al Padre, così lo Spirito Santo accoglie e restituisce l'Un l'Altro il silenzio del Padre e il silenzio del Figlio. Ma non tace la Chiesa che veglia in preghiera.
   E come potrebbe tacere la Madre che perde suo Figlio? Come potrebbe tacere la Donna che perde il suo Sposo? Le loro urla di dolore squarciano i cieli e i cieli dei cieli e svegliano Dio, le loro grida strazianti rieccheggiano per tutta la terra che ne è percossa e scavata: "Rachele piange i suoi figli e non vuol essere consolata perché non sono più" (Ger 31,6; Mt 2,18), fiumi di lacrime sgorgano dai loro occhi, fino a straripare nel terzo giorno dagli occhi di Maria di Magdala: "Donna, perché piangi?" (Gv 20,11.13.15), ma qui ha inizio il mondo nuovo, nel quale "Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi" (Ap 7,17), oggetto del terzo giorno del Triduo pasquale.
   Quali figure bibliche aiutano a penetrare il mistero del sabato santo? Tre ne ho trovate:
  1. Giuseppe
  2. Geremia
  3. Giona
   Nella storia di Giuseppe (cfr. Gen 37.39) molti sono i riferimenti cristologici che mi limito a sottolineare. Giuseppe, il signore dei sogni, figlio prediletto del padre Giacobbe è invidiato ed inviso ai suoi dieci fratelli che ne progettano l'uccisione. Quando egli, inviato dal padre, giunse da loro, lo spogliarono della tunica e lo calarono in una cistera vuota (prima discesa), da dove lo trassero per venderlo come schiavo. Finito in Egitto come schiavo di Potifar (seconda discesa), resistette alle advance della padrona che ingiustamente lo accusò, facendolo imprigionare (terza discesa). Mediante questa triplice umiliazione Giuseppe divenne salvatore di coloro che lo perseguitarono, sia degli egiziani che dei suoi fratelli.
   Geremia fu perseguitato a causa della sua fedeltà alla missione: egli trasmise fedelmente la Parola di Dio e perciò venne gettato nella cisterna e poi custodito in prigione; di fronte al fallimento dell'alleanza mosaica, divenne profeta di una nuova alleanza, fondata sulla promessa divina del trapianto cardiaco per rendere l'uomo capace di fedeltà a Dio.
   Giona fugge dalla propria missione e scende sempre più in basso: prima a Giaffa (Giona 1,3), poi nel fondo della nave (Giona 1,5), infine nel cuore del mare (Giona 1,15; 2,4), sempre più lontano da Dio che viceversa è Misericordioso prima con il suo riottoso profeta e poi con Ninive; Giona diventa suo malgrado il profeta del giudizio misericordioso di Dio. Nel Nuovo Testamento il destino di Giona diventa il segno di Giona non più rivolto ai pagani che credono e si convertono, ma ai vicini che non vogliono credere: "Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: "Maestro, da te vogliamo vedere un segno!" Ed egli rispose loro: "Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt 12,38-40).

Michelangelo, Profeta Giona, Cappella Sistina

   Questo forse è il motivo per cui Michelangelo pose il profeta Giona come chiave di lettura del ciclo di affreschi della Sistina, sulla verticale del Cristo del giudizio universale. Anche allora, come al tempo di Gesù, come al nostro tempo, alla generazione che pretende un segno non è dato altro che il segno di Giona: "il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra". Segno eloquente nel tacere, auto-evidente nel nascondersi: Gesù non è disponibile, non è manipolabile come un idolo, proprio quando si crede di possederlo, sfugge di mano come il Pesce.