domenica 4 settembre 2011

A piedi nudi

Jaume Huguet, XV sec.
   Oggi, festa di san Mosè, termina quel periodo estivo dedicato alla celebrazione del mistero della resurrezione della carne. Il destino glorioso del creato è fondato su Colui che è la primizia, Gesù Cristo morto e risorto che si trasfigurò per manifestare in anticipo la gloria futura e garantire così la speranza nella salvezza. Gloria in cui Maria sua Madre è già entrata, quando alla sua morte venne assunta in corpo ed anima. Gloria in cui sono già entrati il patriarca Enoc e il profeta Elia, perciò è giusto che tale periodo abbia inizio il 20 luglio con la festa di sant'Elia e abbia termine con la festa di san Mosè, i due testimoni celesti che apparirono sul Tabor per confermare che la persona, l'opera e la predicazione di Gesù sono conformi alle Scritture.


   La parabola lucana del ricco e del povero Lazzaro, oltre all'insegnamento morale a fare buon uso della ricchezza per non esserne divorati, insegna due verità di fede. La prima verità riguarda la fede stessa e più precisamente la sua origine; essa non nasce dall'incontro con fatti straordinari che alimentano solo altre richieste di "segni" (Mt 12,38; 1Cor 1,22), come sarebbe l'incontro con un morto, ma nasce dall'ascolto della Parola di Dio così com'è trasmessa dai profeti: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro" (Lc 16,29). La seconda verità riguarda l'articolo di fede nella risurrezione dei morti, vincolato al regime dell'ascolto dei profeti di Dio: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti" (Lc 16,30); ciò vale precisamente per il caso specifico di Gesù risorto dai morti, la sua resurrezione non è avvenuta contro o senza le Scritture, ma secondo le Scritture, secondo la concorde testimonianza resagli sul Tabor dai due sommi rappresentanti di tutta la Scrittura: Mosè ed Elia.

   Mosè ha ancora molto da insegnare ai cristiani e alla Chiesa, come insegna Gesù stesso. Dal racconto della sua vocazione (Es 3,1-15) voglio porre in evidenza un particolare minore, ma che è anche il primo comandamento rivelato da Dio a Mosè, ben prima di rivelare il Decalogo: "Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!" (Es 3,5). Il comandamento si compone di due richieste e una motivazione Una prima prescrizione negativa: "Non avvicinarti oltre!", seguita da una seconda prescrizione positiva: "Togliti i sandali dai piedi", motivate dalla spiegazione: "perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!".

Ravenna, San Vitale

   La curiosità ha condotto Mosè ad avvicinarsi per vedere un "grande spettacolo: perché il roveto non brucia?" (Es 3,3). Grande spettacolo è la visione del roveto che arde senza consumarsi, come è possibile? cosa significa? Il paradosso del roveto ardente che non si consuma descrive l'incontro del mondo creato con Dio Creatore. Le creature non periscono nell'incontro con il loro Creatore, ma per il mancato incontro con Dio periscono: avendole create per sé, quando le incontra, le fa ardere d'amore.

   Per accedere al mistero grande dell'amore folle di Dio per il mondo, è necessario seguire Dio perinde ac cadaverem: Lui solo si rivela, come e quando vuole, Fuoco che arde e non consuma. Per questo dopo aver attratto Mosè con la santa curiosità di osservare il grande spettacolo, Dio lo respinge lontano da sé. Non è sulla volontà umana che si può contare per avvicinarsi a Dio, dato che la propria volontà ci ha allontanati dannatamente da Lui! Tanto meno si può far conto sulla ragione umana, l'altro grande dono divino con la libera volontà che nobilita l'umanità: "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" (Inferno XXVI,119-120), dato che essa è confusa, distratta ed ingannata dalle molte luci che risplendono dentro e fuori di sé: "Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me" (Kant, Critica della ragion pratica), si da non riconoscere la prima e maggior Luce del Creatore.

Botticelli, Sistina, particolare della Scene della vita di Mosé
   Se vuol proseguire, Mosé deve togliersi i sandali e restare a piedi nudi. Il testo non dice esplicitamente che Mosé obbedì, ma la cosa è implicita nel fatto che il racconto non si interrompe per siffatta disobbedienza ma prosegue, e prosegue grazie ai piedi nudi di Mosé, piedi pieni d'obbedienza coi quali s'avvicina al grande spettacolo del Mistero di Dio che si rivela nel mondo, ma non troppo fino al punto da non vedere più nulla.
Senza i suoi sandali, il pastore è privo della protezione necessaria per camminare sulla terra scabrosa e correre se necessario, lasciandolo vulnerabile e alla mercé dei pericoli come maltempo, fiere e nemici. Tale vulnerabilità lo pone integralmente nelle mani di Dio, cosicché il gesto di togliersi i sandali espone la fiducia dell'uomo e simmetricamente la credibilità di Dio.

   Inoltre, i piedi nudi entrano a contatto diretto e salutare con la nuda terra, per quanto scabrosa e dura, sorgente di vita, matrice dell'uomo che dalla sua polvere è stato plasmato dal Vasaio divino, La nudità dei piedi espone perciò la creaturalità dell'uomo e simmetricamente Dio come suo Creatore, manifestando l'umiltà di entrambi: l'Umiltà divina che non disdegna di sporcarsi le mani per impastare con semplice argilla l'uomo e neppure disdegna di rivelarsi a Mosé in un qualunque roveto desertico che arde e non si consuma; l'umiltà umana di Mosé che accetta di togliersi i sandali per obbedire alla voce che gli parla dal roveto, mettendo oggettivamente in pericolo non solo se stesso ma anche le greggi e quindi la vita della sua famiglia.

Matteo Rosselli, 1623

Togliersi le calzature e restare a piedi nudi è un gesto necessario per entrare in contatto con Dio.
Innanzitutto è prescritto da Dio e non frutto del sentimento religioso umano, una richiesta semplice e che oggettivamente costa poco, poiché Dio non è mai esagerato.
Sancisce anche fisicamente la distinzione tra la vita ordinaria e la preghiera, è un gesto-soglia che fa entrare nello spazio-tempo dedicato al dialogo con Dio, dall'ascolto della sua voce e alla preghiera.
Preghiera che necessita della vulnerabilità, della creaturalità e dell'umiltà umane.

martedì 30 agosto 2011

Clerocentrismo malattia della Chiesa

Ho letto e riletto la Lettera che il mio vescovo, mons. Luciano Monari, ha scritto per spiegare le motivazioni e gli obiettivi del prossimo Sinodo sulle Unità Pastorali. Nella premessa iniziale descrive con rapide pennellate la situazione strutturale della pastorale odierna: "La Chiesa locale è articolata in parrocchie e ciascuna parrocchia è assegnata a un parroco che ne è pastore proprio e ne ha quindi piena responsabilità. Naturalemente possono darsi delle collaborazioni [...] ma la relazione parrocchia-parroco rimane assoluta ed esclusiva: nella parrocchia il parroco è tutto, fuori della parrocchia è niente".

Questa descrizione è veritiera e nella frase che ho evidenziato sta uno dei problemi fondamentali della Chiesa, o come scrisse il Rosmini, una delle piaghe del Corpo ecclesiale di Gesù Cristo: il clericalismo o clerocentrismo.
Infatti, il centro della santa Chiesa non è altri che Gesù Cristo e nessuno può scalzare questa Pietra posta a fondamento eterno da Dio Padre, il Quale paradossalmente s'è servito del rifiuto dei costruttori  per edificare la Casa di Dio e così mostrare che è solo sua: "La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d'angolo. Questo èstato fatto dal Signore" (Sal 118,22-23). Ma questo dato teologico immutabile deve essere accolto ogni giorno dagli uomini che si è scelti, i quali invero hanno una volontà assai instabile.

Il clericalismo è una degenerazione che colpisce non solo il clero, ma anche tanti bravi laici impegnati, mentre il clerocentrismo, con il suo pesante fardello di responsabilità legate al potere, è quella variante del clericalismo che colpisce il clero.
Non è bene che il parroco nella sua parrocchia sia tutto e fuori sia niente. Questo duplice ed opposto eccesso è insano. Nessuno sano di mente può e vuole essere il tutto. Il marito o la moglie, non sono il tutto nella famiglia e nella coppia, sono ciascuno una parte correlata all'altra, ed insieme lo sono verso i figli.
Questo equilibrio umano si fonda sul primo comandamento, sul rifiuto degli idoli e sulla lotta costante contro il rischio perenne dell'idolatria. Nessuna creatura, nemmeno la più perfetta come la Beata Vergine Maria, è il tutto, tanto meno lo possono essere dei poveri uomini maschi e celibi come i parroci!
Solo Dio è il tutto, l'alfa e l'omega, l'Uno e Unico Signore: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dèi di fronte a me" (Es 20,2-3)
Conseguenza dell'unicità di Dio e della sua Signoria è che ciascuna creatura è solo una parte e nessuna creatura può diventare il tutto.
Il parroco, allora, non deve più essere il tutto nella sua parrocchia e niente fuori, ma può essere il ministro di Dio sia nella parrocchia che al di fuori.

Passando dalle parrocchie alle unità pastorali non credo che questo grave problema del clerocentrismo trovi soluzione, viene solo trasferito da una struttura pastorale vecchia di secoli ad una nuova struttura, forse più adatta ai cambiamenti sociali, sicuramente alla moda.Che non abbia ragione Tomasi di Lampedusa quando nel Gattopardo scrive: "Tutto cambia affinchè nulla cambi"?

domenica 28 agosto 2011

Il principe e il pescatore




Bel libro e bella scrittura.
L'autrice narra con pathos molto coinvolgente (mi sono più volte commosso), a cavallo tra il thriller e il resoconto storico, come siano avvinte inestricabilmente le vicende elencate dal sottotitolo: "Pio XII, il nazismo e la tomba di san Pietro in Vaticano".
Ulteriore conferma che il servo di Dio Eugenio Pacelli - papa Pio XII è un santo, ed il silenzio che egli osservò sulla shoah gli permise di promuovere la salvezza di migliaia di ebrei.
Il grande vescovo di Antiochia, Ignazio che fu martirizzato a Roma, implorò i cristiani romani di non intercedere a suo favore per non privarlo della palma del martirio con queste parole, amate ed incomprese da certo cristianesimo minimalista: "E' meglio tacere ed essere che parlare e non essere", parole che molto bene descrivono la scelta compiuta da Pio XII, nascondere nel silenzio l'opera magna di salvare quanti più ebrei possibile, non tanto per l'umiltà che deve accompagnare ogni gesto di carità: "Non sappia la tua destra ciò che fa la tua sinistra", ma come conditio sine qua non dell'opera di salvezza.
La qualità di un libro si vede anche dalla quantità di libri che invoglia a leggere e questo è un ottimo libro.

sabato 27 agosto 2011

Mistica della carne



Fenomenale.
Spero di leggerlo a mia moglie.

Dotta apologia del principio teologico oggi forse più in pericolo: "Caro cardo salutis".
 Carne fragile per la sua innata debolezza fisica e morale.
  Carne nuda naturalmente umile, carnalmente vicina a Dio.
   Carne ferita condannata a morire per l'unione all'anima orgogliosa e peccatrice.
    Carne sessuata intimamente protesa all'unione carnale a far godere lo spirito incarnato.
     Carne vivente che canta: Babbo!
Carne, il cardine della salvezza.

sabato 13 agosto 2011

La pasqua estiva: dalla Trasfigurazione all'Assunzione

Nel cuore dell'estate, quando nell'emisfero settentrionale il sole risplende in tutto il suo fulgore, festeggiamo a pochi giorni l'una dall'altra la Trasfigurazione del nostro Salvatore Gesù Cristo e l'Assunzione della di lui Madre, la sempre Vergine Maria. Più che la vicinanza temporale, ciò che unisce intimamente queste due gloriose feste estive è il loro contenuto: lo splendido destino della carne, destino stabilito da Dio che ha creato la carne umana non per la morte ma per la gloria della resurrezione.
Gloria della vita eterna che brillò per un breve momento nella carne mortale di Gesù mentre pregava sul Tabor in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni.
Gloria della vita eterna che assunse in corpo ed anima la beata e sempre vergine Maria quando la madre benedetta del Signore giunse al termine della sua esistenza terrena.
Gloria della vita eterna che aspettiamo con vivo desiderio per essere con il Signore per sempre, non solo nell'attuale interiorità delle anime nostre, bensì nell'esteriorità futura dei nostri corpi gloriosi.

Trasfigurazione, 2003
Per edificare la preghiera estiva sul fondamento stabile della speranza è utile pregare davanti alla santa Immagine della divina Trasfigurazione di Gesù Cristo, affinché tutti i nostri sensi siano illuminati dalla Luce che brilla nella sua carne, affinché la nostra mente venga istruita dalla Rivelazione della Scritture profetiche che come lampada brillano in luogo oscuro, affinché i nostri cuori troppo deboli per riconoscere il Signore risorto ascoltino in silenzio adorante la tonante voce di Dio: "Questi è il Figlio mio, l'amato, in lui ho posto il mio compiacimento, ascoltatelo" (Mt 17,5). Non limitiamo la contemplazione della Trasfigurazione ai meravigliosi nove giorni in cui assaggiamo gli antipasti del banchetto eterno, grazie alla compagnia di Gesù trasfigurato e di Maria assunta in cielo,  ma estendiamo tale gioia degli occhi, della mente e del cuore ai giorni che intercorrono tra la festa di sant'Elia (20 luglio) e la festa di san Mosè (4 settembre), i due profeti della prima alleanza che appaiono sul Tabor accanto a Gesù nella sua gloria per testimoniare che egli è il Messia promesso da Dio.
Il Mistero "avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le Scritture dei profeti" (Rom 16,25-26) viene svelato dalla divina testimonianza resa dal Padre al Figlio amato, quando ordinò: "Ascoltatelo!" (Mc 9,7). Obbedendo alla voce del Padre, focalizziamo l'attenzione sul Cristo trasfigurato: "il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce" (Mt 17,2). Nella trasfigurazione la Luce increata che "è nel seno del Padre e lo ha rivelato" (Gv 1,18) emerge dalle divine profondità del suo essere Figlio e trasfigura la carne, facendola risplendere della Gloria che arde nel roveto ardente della divinoumanità. Il volto solare e le vesti lucenti esprimono nel solido palpitante silenzio della carne umana il fine della sua divina incarnazione: "il Verbo si fece carne" (Gv 1,14) affinché la carne del Verbo ricevesse nelle sue radici cellulari e materiche la Vita di Dio, affinché la carne di Gesù Cristo potesse ardere della Luce primigenia. La sua carne di luce è la nostra carne per identità di natura essendo nato da donna, la Vergine Maria; è la nostra carne per identità di destino poichè per noi peccatori è morto e risorto per darci la sua vita immortale.

Assunzione, Duccio di Buoninsegna (1287-90), Vetrata del Duomo di Siena

L'assunzione di Maria santissima, non è un privilegio esclusivo di colei che generando il Verbo della Vita gli donò la carne e il sangue, ma è inclusiva dell'umanità, indicativo del nostro destino. Maria assunta è la prima creatura ad esser entrata nel Regno di Dio integralmente, corpo ed anima, la prima a vivere nella patria celeste, nel grembo della Trinità. La sua assunzione ci garantisce che il destino eterno di noi povere creature peccatrice è nel Creatore che è altresì Salvatore e Vivificatore. Come afferma l'apostolo Paolo nella seconda lettura della solennità dell'assunta: "Cristo è [...] la primizia di coloro che sono morti" (1Cor 15,20), il primo uomo a risorgere dai morti per la vita eterna; ma Cristo non è solo un uomo, è anche Dio, non è solo la prima creatura ad entrare nella vita eterna, è anche Figlio di Dio e Salvatore, sorgente eterna della vita. Maria santissima, invece, è solo una creatura, la prima creatura ad aver parte carnalmente alla resurrezione del Figlio: "in Cristo tutti riceveranno la vita" (1Cor 15,22). Come la donna fu tratta dal costato dell'uomo (Gen 2,21-22), così Maria è tratta dal costato di Cristo; e come Eva, ignorando il comando divino, diede inizio al peccato, così in Maria ebbe inizio la salvezza, senza meriti propri ma per i meriti futuri di Cristo: "Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo" (1Cor 15,23) e con Cristo primizia anche la madre è primizia e come canta Dante: "figlia del tuo figlio" (Paradiso XXXIII,1), noi, invece, aspettando la venuta di Cristo speriamo di essere tra quelli che sono di Cristo perchè la sua resurrezione sperimentata dall'anime nostre in vita si estenda ai nostri corpi mortali dopo la morte, affinché come dice l'apostolo: "è necessario che questo corpo corruttibile si vesta d'incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d'immortalità" (1Cor 15,53).

Michelangelo, Giudizio Universale

sabato 30 luglio 2011

Verità fedele, fedeltà vera

In questi ultimi tempi, la Chiesa Cattolica alla quale mi onoro appartenere, è sottoposta ad un attacco sistematico che proviene dal suo interno, la qual cosa lascia l'amaro in bocca ed intristisce il cuore. Non stupisce, infatti, che i cristiani siano perseguitati da parte delle ultime dittature comuniste quali la Cina, il Viet-Nam e la Corea del Nord, o dai regimi teocratici islamici quali Arabia Saudita, Sudan del nord, Iran, Pakistan. Nemmeno è causa di meraviglia che il mondo chieda suadente all'uomo contemporaneo di non ascoltare la voce di Dio, per poter seguire le proprie instabili voglie. Ma che siano proprio dei membri della Chiesa, per di più ministri ordinati o professori di teologia, ad accodarsi dietro al mondo nell'innalzare l'idolo del proprio mutevole io con le sue sue voglie impermanenti... beh, ciò lascia interdetti.

Kirche 2011 è il manifesto di professori di teologia nato nella Chiesa Cattolica tedesca, di cui ho già scritto in post precedenti. Ad esso ha fatto seguito nella Chiesa Cattolica austriaca, l'appello alla disobbedienza (sic!) della cosiddetta "Iniziativa parroci", sottoscritto da 300 preti austriaci. Giungono, poi, i rinforzi dalla Chiesa Cattolica americana, 157 preti che appoggiano Roy Bourgeois, un sacerdote appartenente all'ordine di Maryknoll, scomunicato nel 2008 per aver preso parte all'ordinazione sacerdotale di alcune donne. Costoro dichiarano perentoriamente di approvare e chiedono di concedere:
  1. il matrimonio agli omosessuali
  2. l'ordinazione sacerdotale alle donne
  3. il matrimonio ai preti
Ai fratelli che sottoscrivono questi manifesti mi sento solo di dire poche cose.
Le loro richieste sono sempre le solite e paiono francamente ridicole perché ormai fuori tempo massimo: il '68 è solo un mero oggetto di studio, forse di nostalgia, sicuramente non è più attuale e neppure una risorsa per il futuro. Quindi, li invito caldamente a non restare in mezzo al guado, nella Chiesa Cattolica ma non del tutto, sono nella Chiesa ma sono del mondo. Sappiano scegliere con coraggio e intelligenza se stare nella Chiesa non solo con il portafoglio ma anche con il cuore e la mente, oppure se abbandonare la Chiesa per andare dove ordina loro la coscienza. Dalle proprie invincibili convizioni bisogna saper trarre tutte le conseguenze: l'appartenenza alla Chiesa è libera, mentre non lo è la sua natura più intima, sovranamente decisa da Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Poi le mie riflessioni.
Ciò che quì è in ballo, non è una delle quisquiglie iper-moderne richieste che scimmiottano le mode mondane, quanto la questione della Verità, verità di Dio, verità dell'uomo, verità dell'amore. Da buon peccatore conosco molto bene la tragica e triste profondità cui giungono le radici del mio peccato e delle mie infedeltà, ma non ne faccio un vanto, non sono così sciocco da pretendere che il mio peccato, siccome è duro da estirpare e amaro da sopportare, magicamente diventi un bene di cui andar fiero, un diritto da sbandierare, un progetto di riforma della Chiesa. Ma per mia fortuna e salvezza, non sono solo ed abbandonato in questa volubilità mondana, ma la Verità si è fatta vicina a me come ad ogni uomo: "Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore" (Dt 30,14), Verità percepibile, conoscibile (1Gv 1,1s). Il Dio che si è rivelato per mezzo dei profeti e di Gesù Cristo, è la Verità affidabile, credibile: Egli è la Roccia sicura sulla quale è auspicabile gettare le fondamenta.

Il matrimonio tra persone delle stesso sesso è una sciocchezza per la ragione umana ed il buon senso, dato che il matrimonio accanto a cose utili ma non necessarie come il fuoco della passione ed il rispetto, ne presuppone un paio necessarie ma non sempre utili quali la differenza sessuale tra l'uomo e la donna e la loro libertà contrattuale. La verità della coppia umana e della sua sessualità, fin dal principio e per sempre, è la differenza e la complementarietà dell'uomo e della donna, l'uno relativo all'altra. Questa verità della persona umana raccontata dalla sacra Scrittura è coerente con la natura animale del maschio e della femmina descritta dalla biologia, coerenza biologica che conferma la verità spirituale che si radica nella dualità complementare dell'uomo e della donna.

Circa l'ordinazione sacerdotale alle donne. Il 15 ottobre 1976 la Congregazione per la Dottrina della Fede spiegò, con la dichiarazione Inter insigniores, che la Chiesa non può mutare alcunché della sua divina costituzione, nella quale rientra la sovrana decisione di Gesù Cristo di chiamare come apostoli solo uomini maschi. Siccome non c'è miglior sordo di chi non vuol sentire, gli scontenti di tale spiegazione che non lasciava adito a dubbi, obbiettarono che un semplice Ufficio della Curia Romana non equivale al Magistero del Papa, come se il Papa, invece, avesse il potere di modificare la divina costituzione della Chiesa. Perciò il 22 maggio 1994 il beato Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis confermò la posizione tradizionale della Chiesa che seguendo il Signore Gesù, riserva soltanto agli uomini l'ordinazione sacerdotale. Anche l'asina di Balaam avrebbe ormai compreso che la Chiesa Cattolica, le Chiese Ortodosse e alcune Comunità Protestanti fedeli alla Scrittura non ritengono possibile il sacerdozio ministeriale femminile, perché sono vincolate alla Scrittura che testimonia tale scelta. Chi vuole a tutti i costi il sacerdozio femminile non ha che da passare alle Comunità protestatanti che lo ammettono.

Il matrimonio dei preti è un'altra sciocchezza per il mero buon senso. Infatti, per la Tradizione universale della Chiesa il sacramento dell'Ordine rende definitivo ed immodificabile lo stato dell'uomo che riceve l'ordinazione ministeriale: resterà celibe se era celibe al momento dell'ordinazione, quando impegna liberamente la sua volontà al celibato per il Regno dei cieli; oppure rimarrà coniugato  se era sposato al momento dell'ordinazione, quando la moglie acconsente a che suo marito riceva l'ordinazione, il quale accetta liberamente di non risposarsi qualora restasse vedovo. Quei preti che tradendo la parola data, dal celibato per il Regno sono passati ad essere concubini di una donna, devono solo fare l'unica opera salvifica, per sé, per la loro concubina e per la Chiesa che li ha ordinati, essere sinceri e scegliere tra il ministero e la vita coniugale ed una volta fatta la scelta, esserle fedeli.

Tessaglia, Aghia Triada
Infine alcuni auspici rivolti alla Chiesa e ai suoi ministri.
Alla Chiesa suggerisco di conservarsi fedele a Dio piuttosto che agli uomini e le ricordo la testimonianza di fedeltà a Dio resa dai martiri. Non tema le conseguenze della fedeltà. Lo strepitoso successo goduto da Gesù, durò solo un momento che lui concluse senza fare sconti a nessuno, né ai suoi discepoli né a sua madre, con la domanda: "Volete andarvene anche voi?" (Gv 6,67). Nessuno è obbligato a rimanere nella Chiesa contro la propria coscienza, come nessuno può plasmare la Chiesa a propria misura, come insegna l'apostolo la Chiesa non è di Paolo, né di Apollo, né di Cefa, ma è di Dio (1Cor 1,2.12).
Ai pastori della Chiesa ricordo che sono stati ordinati per guidare e sorvegliare la Chiesa, verso la quale non devono usare solo l'amorevole misericordia materna (1Tess 2,7-8), ma anche la dura sferza paterna (1Tess 2,11-12), per non generare figli bastardi che ignorano la correzione del Signore (Eb 12,4-11). Ma soprattutto ricordino che sono stati inviati ad annunciare il Vangelo di Cristo, unico perché "non ce n'è un altro" (Gal 1,7), immutabile dato che nemmeno l'apostolo Paolo e neppure un angelo dal cielo possono modificarlo, come è scritto: "se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!" (Gal 1,9-10).

domenica 24 luglio 2011

Anch'io insisto: la Chiesa ritorni a Dio

Il 21 giugno Sandro Magister ha pubblicato sul suo sito Chiesa.it l'ennesima puntata di un avvincente dibattito dedicato a vari aspetti dell'ermeneutica del Concilio Vaticano II: si tratta di un lungo articolo composto dall'intervento del prof. Enrico Morini "Continuità e rottura: i due volti del Concilio Vaticano II" e dai commenti di Francesco Arzillo, di padre Giovanni Cavalcoli e di Martin Rhonheimer. Il 15 luglio Enrico Morini risponde ai suoi tre critici con un articolo pubblicato sul blog di Sandro Magister Settimo Cielo.
La tesi del Morini è composta di due elementi distinti:
  1. continuità e rottura sono due chiavi ermeneutiche complementari, non alternative, entrambe necessarie
  2. lo scisma tra Roma e Costantinopoli è la rottura da sanare, recuperando quella "continuità con la tradizione del primo millennio" che è stata l'intenzione messa in opera da Giovanni XXIII e dalla maggioranza dei padri conciliari nel Concilio Vaticano II e che ha raggiunto il suo acme il 7 dicembre 1965 con la revoca delle scomuniche del 1054
Il primo è un principio generale che condivido integralmente, come ho scritto nel post del 10 luglio, il secondo elemento è la sua applicazione ad un episodio storico concreto qual è il Concilio Vaticano II, applicazione che non condivido. Anch'io sono perplesso e dubbioso, come Francesco Arzillo, di tale ipotesi ermeneutica del Vaticano II. Francamente mi pare indebito e sbagliato applicare una tesi preconfezionata all'interpretazione di un fatto storico; ciò determina una comprensione riduttivistica del fatto storico in esame, nello specifico del Vaticano II. Cosa è successo in Occidente, a cavallo tra primo e secondo millennio, che ha intorbidato pur non avendo interrotto il flusso vitale della Tradizione?

Quale esempio della necessità attuale di un ritorno alla "teoria e alla prassi ecclesiale del primo millennio" Morini cita la successione sulla cattedra di sant'Ambrogio di cui non condivide il metodo. Cosa non condivide del metodo con cui Benedetto XVI ha nominato il card. Scola: l'ampia consultazione dell'episcopato lombardo ed italiano e del laicato ambrosiano? la discussione in sede di Congregazione dei Vescovi? il potere di nomina che sta in capo al papa? la possibilità di spostare un vescovo da una sede episcopale all'altra?

Reputo che la Chiesa Cattolica debba ritornare, ma non ad una qualsiasi epoca del suo passato, bensì a Dio.
Ciò facendo, riscoprendo cioè la natura lunare della sua identità, di cui hanno scritto il card. de Lubac e Hugo Rahner ed è affermata nell'incipit della Costituzione dogmatica sulla Chiesa: "Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa" (LG 1). Il volto della Chiesa risplende, non della propria luce come Lucifero, ma della luce del Cristo, Sole di giustizia che nel volto amato della sua fidanzata, la Chiesa, si riflette illuminando tutti gli uomini. Perciò è urgente ed essenziale recuperare l'orientamento della preghiera, di ogni preghiera, dalla preghiera comunitaria alla personale, dalla preghiera liturgica alla devozionale.


Ancora due appunti alla risposta del Morini, laddove afferma che il palamitismo "è dottrina ufficiale della Chiesa ortodossa". Mi pare inesatto, poichè l'ottavo Concilio Costantinopolitano (1341, 1347, 1351) si è limitato a condannare come eretiche le tesi teologiche di Barlaam il calabro e Acindino e viceversa a confermare dogmaticamente la tesi teologica sviluppata da Gregorio Palamas in difesa degli esicasti. Tale conferma dell'ortodossia di tale teologia non equivale a farne dottrina ufficiale. 
Infine mi pare riduttivo, o quanto meno generico, descrivere l'apporto fondamentale del Palamas alla teologia cristiana nei termini proposti dal Morini: "è essenziale per la deificazione dell'uomo conoscere Dio", poiché egli difese il primato della mistica nella vita cristiana, ovvero che l'esperienza di Dio è possibile già ora, l'uomo può vedere la Luce deificante di Dio, come i tre discepoli sul Tabor, esperienza reale che coinvolge tutto l'uomo; a tale esperienza mistica Palamas diede giustificazione teologica distinguendo in Dio l'Essenza inconoscibile e le Energie conoscibili dalla mente e percepibile dal corpo.