sabato 21 aprile 2012

Triduo Pasquale 5. Primo giorno

At 10,34.37-43 Col 3,1-4 Gv 20,1-9/Lc 24,13-35
"Dic nobis, Maria: quid vidisti in via?".
Così il coro maschile dei discepoli si rivolge a Maria Maddalena e la interroga per sapere cosa vide
e la prima testimone del Risorto dichiara ebbra di gioia:
"Surrexit Christus, spes mea".
Ascoltate e siate allegri, Cristo è veramente risorto.

La Pasqua cristiana sembra fare perno sulle donne. Donne che di buon mattino, molto presto, prima dell'alba, vanno alla tomba per ungere il corpo sepolto in tutta fretta tre giorni prima. Donne sorprese dalla tomba vuota, un pò deluse e certamente sconvolte, donne  che corrono da Pietro e dai discepoli per denunciare la scomparsa, forse il furto del cadavere. Donne che si fermano presso la tomba desolatamente vuota, donne piangenti non più perché c'è un morto, ma per la mancanza del cadavere del morto. Donne che incontrano Angeli, Angeli che parlano alle donne, donne che finalmente parlano agli uomini.
Perciò conviene che la prima immagine sia di una donna pittrice. La Maddalena incontra il Risorto, da lei scambiato per il giardiniere, con una vanga nella sinistra, mentre la destra dichiara "Noli me tangere". Sullo sfondo i due apostoli stanno per entrare nel sepolcro, il discepolo amato giunto per primo aspetta Pietro dietro a lui; dentro la tomba buia s'intravede seduto sul sepolcro un personaggio celeste.
Fontana Lavinia, 1581
Perché questa peculiarità? Perché proprio delle donne sono le prime destinatarie della novità assoluta, la resurrezione di Gesù dai morti?
Tra l'altro sembra che per il diritto ebraico la testimonianza femminile fosse inammissibile; prova di una sua misoginia, oppure tentativo maldestro di regolare una peculiarità femminile, comunque da riconoscere?
La donna, infatti, aderisce immediatamente all'epifania della realtà, correndo il rischio di eccedere nella fiducia e cadendo nella creduloneria. Se in tribunale ciò è pericoloso, nella vita, ovvero nel rapporto con il mondo invisibile di Dio, è vitale. Per questo Dio riesce a parlare alle donne anche durante il giorno, quando le figlie di Eva sono nello stato di veglia (la madre di Sansone, Maria la madre di Gesù, Maddalena e le  mirrofore); mentre per parlare agli uomini debba farlo di notte e/o nel sogno, quando la coscienza razionale dei figli di Adamo dorme e può emergere l'intuizione mistica (il patriarca Giacobbe e il suo figlio prediletto Giuseppe, il giudice e profeta Samuele, il profeta Ezechiele, Giuseppe lo sposo di Maria). Ho trovato questa intrigante prospettiva nel libro di P. Florenskij, La concezione cristiana del mondo, dove nella prima lezione afferma: "Il sonno colora la vita della nostra anima. Avviene in modo delicato, femminile: cambiando le nostre convinzioni, non meditiamo sulle origini. [...] Nella storia ci sono i giorni e le notti. Nella fase notturna prevalgono il principio mistico, la volontà noumenale, la sensibilità, la femminilità. Nella fase diurna della storia sono più attive l'azione superficiale, la volontà fenomenale, maschile" (p.39).
Beato Angelico, 1438-40

La Domenica di Pasqua è il primo giorno della settimana. Dal punto di vista letterario è questo il nome principale della Pasqua, l'unico attestato nei Vangeli: "Il primo giorno della settimana" (Mt 28,1; Mc 16,2.9; Lc 24,1.13; Gv 20,1.19). Mentre gli agiografi insistono unanimi su questo nome per identificare e per indicare il giorno in cui Gesù risorse dai morti, adesso è un nome tradito e misconosciuto, ridotto a ultimo giorno del week end!

Perché Gesù è risorto il primo giorno della settimana?
E' stato un caso fortuito, oppure frutto di una scelta intenzionale?
Trattandosi di una questione che riguarda Dio, trovo difficile si tratti di una casualità. Egli che tutto dispone secondo la sua sapienza, ha scelto il primo giorno della settimana per rivelare nella redenzione del mondo il compimento della creazione del mondo e giustamente inaugurare la nuova creazione il primo giorno della settimana. Nell'ordine della creazione il primo giorno della settimana Dio creò la sua creatura primogenita: "Dio disse: "Sia la luce". E la luce fu" (Gen 1,3). Nell'ordine della redenzione il primo giorno della settimana Gesù risorse dai morti, rivelando il senso delle sue parole: "Io sono la luce del mondo" (Gv 8,12). Il senso apocalittico perché questa dichiarazione rivela la reale natura del rivelatore, parole veridiche perché ontologiche.
La Luce che è Gesù risorto ha iniziato a brillare laggiù negli inferi dove esplose come una supernova, tracimò dall'abisso e dal sepolcro vuoto straboccò fino ad illuminare la terra e i cieli, il passato, il presente ed il futuro. Nella sua Luce noi vediamo la luce, senza siamo ciechi, ripiegati su noi stessi. Non per niente, la Veglia Pasquale non può iniziare nello spazio consacrato della Chiesa, spazio integralmente orientato a Dio, bensì deve iniziare nello spazio profano e immondo, ripiegato su se stesso, regno delle tenebre dalle quali il Cristo salvatore è venuto a salvarci con la sua Luce gentile.
Tiziano, 1511-12
Con la resurrezione di Gesù nel suo vero corpo vengono affermate almeno queste cinque verità:
         1. la bontà intrinseca della prima creazione nonostante la caduta
         2. la vittoria dell'umile amore sacrificale dell'Agnello
         3. la sconfitta dell'orgoglio spirituale dell'Omicida
         4. la salda speranza nella vita eterna della nuova creazione
         5. l'unità del Creatore e del Redentore
Mi voglio soffermare sulla prima e sull'ultima, poiché tali verità di fede sono oggetto dell'incontro di Maria Maddalena con il Risorto, incontro più noto come Noli me tangere.
Giovanni è l'evangelista che più degli altri assume il punto di vista di una donna, racconta il fatto con gli occhi di Maria Maddalena: "Gesù le disse: "Donna perché piangi? Chi cerchi?". Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo" (Gv 20,15).
Maria commette un banale scambio di persone, confonde il Risorto con il custode del giardino. Grazie a questo semplice errore viene rivelato un aspetto dell'identità del Risorto. Maria pensa si tratti del contadino che dopo il riposo sabbatico è sceso nel suo podere per coltivarlo, invece si tratta niente meno che del Custode del giardino di Dio, dell'unico padrone del mondo! Giustamente Maria gli si rivolge chiamandolo Signore, pur trattandosi per lei del mezzadro che vanga la sua terra, e lo prega di dirle dove ha posto il cadavere assente.
Juan de Flandes, 1500
Ecco perché la donna piange: cerca il cadavere sepolto in fretta tre giorni orsono, un cadavere scomparso. Ed ecco, incontra il nuovo Adamo inviato da Dio nel Giardino per custodirlo e coltivarlo. Egli custodisce il giardino nell'offerta della sua Vita, in obbedienza al Padre e per amore nostro, Vita che nessuno può sottrargli, perché egli la offre da se stesso, avendo il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo (cfr. Gv 10,17-18). Egli coltiva il giardino seminando ovunque il seme della Parola (Mt 13,3-8), seme che muore per dare frutto (Gv 12,24), irrorato dall'acqua dello Spirito dato dall'inviato di Dio senza misura (cfr. Gv 3,34).
L'esperienza umana universale afferma, senza tema di smentita, che la morte costituisce il limite insuperabile. Questa è la verità narrata dal mito di Orfeo ed Euridice: la musica e il canto creano un'armonia talmente bella da ammansire anche le fiere poste a custodia dell'Ade, ma non riescono a riportare in vita le ombre dei morti. L'incredulità di Orfeo non è frutto della paura che egli ha dimostrato di non avere, ma della vana e falsa promessa della Morte di restituire alla vita, vita che la Morte non ha e non può promettere. L'umanità può solo prendersi cura del cadavere umano, non come fece Achille con il cadavere di Ettore, ma come fece Antigone con il cadavere di Polinice, secondo: "le leggi divine, leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono" (Sofocle).
Perciò davanti alla morte, alla mia morte e alla morte altrui, alla morte delle persone che amiamo e alla morte di quelle che odiamo, come uomini non possiamo che disperare ed aver pietà, rimorso e commozione. Perciò Dio Padre ha un grande amore per noi uomini dando il suo Figlio unigenito, affinché chi crede in lui abbia la vita. Dio ci salva dalla disperazione e dal rimorso resuscitando suo Figlio Gesù. Così facendo conferma l'offerta della sua vita sulla croce e ce ne fa partecipi donando lo Spirito di Dio, lo Spirito del Figlio a tutti quelli che credono in lui. Così inizia la nuova creazione.
Cornelisz van Oostsanen Jacob, 1507
Cristo è risorto dai morti
con la morte ha vinto la morte
e ai morti nei sepolcri
fa dono della vita.

domenica 8 aprile 2012

Vita pulsante nel ventre terrestre

 Totalmente Primavera... by 21guilherme
L’odore del pulito si diffonde per la casa, quando a primavera si fanno quelle pulizie rese necessarie dal lungo inverno e rese possibili dalle giornate che si allungano e viepiù si riscaldano.
Nei giorni di sole, dalle finestre spalancate, entra il profumi dei fiori: i mandorli, le primule, i peschi, i ciliegi. E con gli odori entrano i colori freschi e nuovi, resi più vivaci dalla luce sempre più abbondante che a primavera celebra la vittoria annuale sulla fredda tenebra invernale. 
Vita che pulsa nel ventre della terra e freme nei rami ancora spogli degli alberi che giorno dopo giorno sono come ricamati di gemme, foglie e fiori. Fragili come i bambini, delicati come i lattanti nelle cui bocche l’Altissimo ha stabilito la sua forza invincibile.
 Primavera by de P. M.

Forza nascosta nella debolezza estrema, proprio come accadde a Gesù a Pasqua. Nel suo cadavere consegnato alla terra il tesoro è nascosto nel campo, nella sua anima discesa agli inferi è occultata la perla di grande valore, nel suo spirito reso al Padre si cela il sacro Graal: è il suo amore per Dio suo Padre e per gli uomini suoi fratelli, un amore unico e solo per il Creatore e le creature. Egli disse: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13 ). Lo disse e lo fece, e non solo per i suoi amici, ma ci amò quando ancora eravamo suoi nemici: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom5,8). E se per l’uomo Gesù dare la vita significò morire, per il Dio Figlio ciò significa vivere e far vivere, per sempre ed in pienezza, senza ritegno né risparmio:  Lui, il Figlio, è la nostra Vita!
TINTORETTO, 1579-81
Una notte, una delle mie figlie, allora aveva all’incirca nove anni, mentre andavamo a dormire mi confidò la sua grande paura della morte di uno di noi e di morire, tutta angosciata e lacrimosa mi chiese: “Cosa succede quando muoio? Dove andrò? Sarò sola senza la mia famiglia?”.
Mi sdraiai accanto a lei e abbracciandola le sussurrai che anch’io avevo paura di morire, ma avevo anche fiducia in Gesù che è risorto dai morti, in Dio suo e nostro Padre che non ci ha creati per vederci morire ma ci farà rivivere per stare con Lui e nello Spirito Santo di Dio che è la Vita eterna.
GIORDANO LUCA, 1665
Poi abbiamo pregato insieme una decina del rosario, osservando come si conclude l’Ave Maria: “Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Chiediamo alla madonna di essere con noi e per noi nell’ora in cui moriremo e lei ci sarà, perché c’era quando suo figlio morì e ci affidò a lei: “Donna, ecco tuo figlio”.
RAFFAELLO, 1501-02

giovedì 5 aprile 2012

Corriere dei santi (nonostante gli errori)

Martedì 27 marzo sono stato sorpreso dal Corriere della Sera!
 Infatti il paludato quotidiano laico della borghesia milanese, portavoce militante dell'establishment, ha pubblicato nella sezione culturale un ampio articolo (1.754 parole e 10.657 battute) di Pietro Citati su san Silvano del Monte Athos: "Silvano, il santo che leggeva nel grande libro del cosmo".
Mi permetto, comunque, di fare alcune osservazioni.
san Silvano (1937)

le IMPRECISIONI (errori da matita blu)
1. L'identità ministeriale del confessore. Citati genericamente lo definisce "un padre spirituale", definizione equivoca perché può essere pertinente anche per un semplice monaco; viceversa il sacramento della confessione, anche nella Chiesa Ortodossa, è amministrato esclusivamente da un sacerdote, in quel caso dallo ieromonaco padre Ieronim.
2. La formula della preghiera di Gesù, o preghiera del cuore, è incompleta poiché l'autore omette l'ultima parola. La formula intera è la seguente: "Signore Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore". Freud direbbe che questa omissione irriflessa rivela una fobia di Pietro Citati: la paura del peccato e della natura peccatrice dell'uomo.
3. La teologia, come ogni scienza, ha un proprio linguaggio che deve essere usato con precisione. Citati scrive che Dio: "gli aveva fatto conoscere la sua essenza sottile", affermazione temeraria e formalmente eretica. Infatti, in seguito al conflitto tra Barlaam il calabro e Gregorio Palamas, la teologia ortodossa distingue in Dio tra  l'Essenza e le Energie, la prima inconoscibile mentre solo le seconde conoscibili e partecipali alla creatura umana.
4. Nei tre stadi della vita spirituale le lacrime hanno una presenza capovolta rispetto a quanto asserisce Citati: sono sempre abbondanti nella prima fase, diventano rare nella seconda fase, per poi nella terza fase ma solo raramente aumentare di nuovo.
5. Scrivendo di san Serafino di Sarov, afferma che: "avrebbe voluto allontanarsi dal monastero per nascondersi nella foresta", lasciando intendere che Serafino si limitò a desiderare ciò, ma senza sperimentarlo. Invece avvenne esattamente il contrario: Serafino chiese  al suo igumeno il permesso di ritirarsi in un eremo nel cuore della foresta e ricevuta la sua benedizione, si ritirò nella foresta dove visse solitario per quindici anni.

i PRO
1. Divertente l'immagine letteraria di Pantagruele applicata a Silvano, un gigante della spiritualità cristiana.
2. Citati, grande critico letterario, giudica l'opera di Silvano Il Lamento di Adamo, con poche lapidarie parole che non lasciano dubbi: "un capolavoro letterario". Io cosa posso aggiungere se non l'invito a leggere questo capolavoro?
3. Il giudizio sull'Umiltà quale: "cuore metafisico del cristianesimo". Quale profondità di giudizio, ne sono ammirato e concordo. In un colpo solo Citati riscatta la metafisica, necessaria in quanto siamo animali ragionevoli, e identifica perfettamente il cuore del cristianesimo, l'Umiltà con la maiuscola, ovvero il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo e si è reso partecipe nello Spirito Santo.
4. Il giudizio sulla mistica silvaniana, definita mistica "della perdita" o "della nostalgia". Esatto, liturgicamente appartiene alla mistica del Sabato Santo, con santa Teresa Verzeri, santa Teresa di Lisieux, beata Teresa di Calcutta e Adrienne von Speyr.



i CONTRO (errori da matita rossa)
1. L'uso ambiguo del verbo credere, con cui Citati squalifica la dimensione conoscitiva dell'atto di fede, riducendola a pia illusione soggettiva. Silvano: "credeva innumerevoli" i propri peccati. A ciò Citati contrappone il suo giudizio assertivo, introdotto da un bel mentre avversativo, senza l'ombra del dubbio: "mentre erano avvolti da una profonda innocenza del cuore". Qui l'autore si lascia prendere la mano e deposte le vesti del critico letterario di vaglia, indossa le vesti del confessore dotato del carisma della cardiognosia, la conoscenza dei cuori umani, come sant'Ignazio da Loyola, san Filippo Neri, san Giuseppe da Copertino, san Francesco da Paola, san Giovanni di Dio, santa rosa da Lima, il santo curato d'Ars e san Pio da Pietralcina. La pretesa di conoscere l'intima coscienza di Silvano meglio di Silvano stesso è sbalorditiva. In questo caso di chi conviene fidarsi? In chi è ragionevole porre la nostra fiducia? In Silvano che si confessa peccatore,oppure in Pietro Citati che giudica il cuore di Silvano profondamente innocente? Chi diffida della semplice fede degli umili, confida in se stesso...
2. L'erronea contrapposizione tra perdita e presenza. Giustamente Citati indica quale cifra sintetica della esperienza mistica silvaniana, laperdita o nostalgia di Dio. Ma ogni perdita presuppone qualcosa che è stato perso, ovvero presuppone una presenza, la presenza di Dio così profondamente sperimentata da provocare il dolore e la nostalgia per la sua perdita. Ora per rendere sopportabile la nostalgia di Dio si hanno due possibilità, due vie: mettersi come Silvano alla ricerca di Dio per trovare l'acqua che disseta l'anima nostra, oppure illudersi di riuscire ad annegare tale sete con dei surrogati che inevitabilmente prima o poi si rivelano idoli quali sono. La fede non ha il suo contrario nella mancanza di fede o incredulità, ma nella idolatria. Ed il cammino di fede non ha inizio con la fede, ma con la presenza viva di Dio che chiama l'uomo ad uscire dall'idolatria, peccato universale, per entrare nel cammino di fede nel Dio vivo e vero.
3. Infine è assurdo confinare la perdita e la nostalgia alla figura di Adamo, come se Adamo fosse una persona realmente esistita e non il simbolo potente e reale di ciascun uomo. Silvano, i contemporanei e gli uomini di tutte le epoche, noi tutti siamo Adamo e sperimentiamo la nostalgia di Dio. Ciò non è affatto una condizione difficile da conservare. La nostalgia è consustanziale alla nostra situazione di esuli, forestieri, pellegrini. La nostalgia non ci abbandona e tutto diventa vuoto e deserto perché abbiamo ferito ed abbandonato il Dio che ci ama. Non l'assenza di Dio rende insopportabile la vita (che Dio è sempre presente essendo il Luogo del mondo), ma il nostro vivere come se Dio non ci fosse "etsi Deus non daretur", rende la nostra vita vuota e deserta.
san Silvano l'athonita, icona francese
 San Silvano prega per noi.

lunedì 12 marzo 2012

Sogno o incubo?



Il n° 160 (marzo 2012) di Luoghi dell'infinito, mensile di Avvenire, è dedicato al grattacielo e s'apre con l'editoriale scritto da Massimiliano Fuksas, dal titolo: "Il grande sogno: una vita tra le nuvole".
Siccome sono rimasto basito e deluso dalla scelta editoriale di far scrivere alla nota archistar l'editoriale, mi sono permesso di fargli le pulci e con ciò mettere alla berlina la scelta del direttore di Avvenire, Marco Tarquini e/o del coordinatore del mensile, Giovanni Gazzaneo.

"L'umanità ha sempre desiderato andare "oltre", superare i limiti, vedere quel che sta al di là dell'orizzonte".
Fuksas usa tre formule: "andare oltre, superare i limiti, vedere al di là dell'orizzonte" per descrivere ciò che abita il cuore dell'uomo: il desiderio. Ma il desiderio, quantunque contenga nel suo significato etimologico la relazione con gli astri che muovendosi in cielo attraggono verso l'alto il cuore dell'uomo, non è in se stesso buono o cattivo, ma è informe e necessita d'essere educato. Andare oltre significa non lasciarsi fermare dagli ostacoli, o non accontentarsi di una tappa raggiunta, ma talvolta è proprio necessario fermarsi se non si vuol cadere in un precipizio. Superare i limiti è altrettanto equivoco, ci sono limiti che devono essere superati, come la predisposizione al male, ma vi sono limiti da non violare mai e sempre da rispettare, come il primato di Dio che nella retta coscienza parla all'uomo. Vedere al di là dell'orizzonte, ci sono orizzonti ristretti che delimitano la casa della schiavitù e dai quali Dio ci ha liberato, ed orizzonti al di là dei quali vedremo solo a tempo debito.
In sintesi, non tutto ciò che il cuore umano desidera è anche desiderabile, non tutto ciò che l'ingegno tecnico può fare è anche lecito. Desiderio ed ingegno devono sottomettersi alla suprema legge della Verità.
Magritte, Il Castello dei Pirenei (1959)
Fuksas afferma in modo apodittico che il grattacielo è: "qualcosa di straordinariamente nuovo, che stabilisca una relazione prima ignota tra essere umano e natura".
Non lasciamoci irretire da giudizi privi di giudizio e ingiustificati, invece chiediamoci: Il grattacielo che relazione crea tra l'uomo e la natura?
Con notevole arguzia l'archistar osserva che prima del primo grattacielo tale relazione era ignota. Ovviamente anche al sottoscritto era ignota la paternità prima di avere la mia primogenita.
Reputo che il grattacielo separi l'uomo dalla natura, lo allontana lanciandolo nell'informe inconsistenza dell'aria, lasciandolo sospeso tra cielo e terra, senza radici e perciò senza futuro. Relazione fatta di fuga dalla realtà per precipitare nel sogno/incubo, fatta di abbandono della terra assegnata agli uomini da Dio come domus, tesa al dominio su tutti e tre i piani cosmici (inferi/terra/cielo), al possesso teso a superare i limiti, come scrive l'editorialista, fino al delirio d'onnipotenza...
Questa è una relazione buona e vera, oppure una contraddizione e una rottura delle ordinate relazioni con i tre piani cosmici: gli inferi come destino post-mortem in attesa del Giudizio, la madre terra quale casa dei viventi - adamah (terra) affidata alle cure di adam (terrestre, uomo) - , i cieli sede di Dio?

J.R.R. Tolkien, La Torre e l'Occhio di Sauron a Isengard
Poi Fuksas mette sullo stesso piano la torre di Babele e le cattedrali gotiche, equiparando l'una alle altre, ma ciò è erroneo per due motivi.
Anzitutto perché i due oggetti paragonati appartengo a due categorie diverse, così eterogenee da risultare imparagonabili. La prima, infatti, è un ente simbolico, mentre le altre sono enti concreti. Confondere la realtà virtuale con la realtà reale è proprio di una grave patologia psico-spirituale.
Inoltre perché i rispettivi significati sono agli antipodi. La torre di Babele è simbolo dell'orgoglio umano, punito con la confusione delle lingue e sanata nella Pentecoste. Le cattedrali gotiche e anche quelle paleocristiane, romaniche, rinascimentali e barocche, sono concreti edifici di culto, furono edificate da comunità vive ed esprimono l'umile fede in Dio e nell'ingegno umano dei costruttori e sono plasmate dal miracolo della Pentecoste che avviene in ogni divina Eucaristia in esse celebrata.
Burj Khalifa, Dubai (828 m)
Falso è affermare che le cattedrali gotiche concretizzino l'ambizione babelica di raggiungere il cielo. Infatti sono e presuppongono il contrario, ovvero che il cielo è disceso sulla terra, che la luce gentile ha brillato nella tenebra del mondo. Le cattedrali gotiche, a differenza degli edifici di culto contemporanei, tranne poche eccezioni, non esprimono l'umana ambizione di raggiungere il cielo, ma l'umile volontà credente di glorificare Dio per essersi rivelato ed aver preso dimora presso di noi per salvarci. Il Verbo ha posto la sua tenda tra noi, una tappa decisiva della sua divina discesa et incarnazione. I grattacieli, a differenza delle cattedrali gotiche che fanno spazio alla luce e ne sono plasmate, portano lo slancio umano fino alle nuvole ed oltre, un chiaro, evidente, dichiarato contrasto con le cattedrali e in diretta ed esatta continuità con la torre di Babele, antitesi delle cattedrali.
Monet, Cattedrale di Rouen al mattino
Finalmente una affermazione vera e perciò condivisibile: "Il destino dell'essere umano è di intrecciare rapporti di reciproca fiducia". Ma i grattacieli sono funzionali alla ricerca di un tale destino, oppure vi si oppongono? La fiducia reciproca può nascere dall'orgoglio luciferino di salire in cielo e di raggiungere Dio con le sole proprie forze? O viceversa nasce dall'umile riconoscimento del proprio essere creature, peccatrici, salvate e unite dal desiderio di glorificare il Creatore  e Redentore, così come edificato nelle cattedrali?
Monet, Cattedrale di Rouen alla luce pomeridiana
Talvolta accade che il sogno si riveli un incubo e senza dubbio ciò è vero per i grattacieli, odierne torri di Babele, sognate, decantate e progettate da Fuksas e altre archistar, incubo per i comuni mortali che vi lavorano, sia prima della loro costruzione, sia durante la loro edificazione, sia dopo. A tal proposito ecco il risultato di una ricerca fatta da Barclays Capital e divulgata da Asianews, l'agenzia del P.I.M.E., dove si mette in evidenza che Costruire grattacieli è segno di crisi economica.

Non mi meraviglia che Fuksas sia Fuksas e promuova le proprie idee babeliche cui sono strettamente legati i suoi legittimi interessi economici, ma resto allibito che Luoghi dell'infinito, mensile di Avvenire quotidiano della CEI, faccia proprie tali idee antievangeliche ed antiumane. Non abbiamo bisogno della fatua luce elargita da un'archistar, nè di una firma nota da esibire nell'illusione che ciò significhi essere accettati dal mondo che conta.  Ecco l'incipit della seconda lettura di ieri: "Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani" (1Cor 1,22). Non si può evacuare impunemente lo scandalo e la stoltezza della Croce, sempre che sia ancora "spes unica".

lunedì 20 febbraio 2012

Paralisi


Caravaggio, Incredulità di san Tommaso, 1601-02
Gesù opera dall'interno all'esterno, dall'invisibile al visibile, dal perdono del peccato dell'anima alla guarigione della paralisi del corpo. Dio crea prima il corpo e poi l'anima: "Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente" (Gen 2,7). Gesù ricrea prima l'anima: "Figlio, ti sono perdonati i peccati" (Mc 2,5), poi il corpo: "dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua". Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò" (Mc 2,11-12).


Il segreto peccato del paralitico nel corpo corrisponde ad un peccato pubblico, la paralisi interiore di scribi e farisei scandalizzati dalla parola di Gesù che rivela la sua divinità perdonando: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?" (Mc 2,7). Alla paralisi del corpo corrisponde la paralisi dell'anima degli intellettuali. Il paralitico nel corpo può essere condotto a Gesù dalla fede altrui, mentre i paralitici nello spirito possono essere guariti dalla propria incredulità?

Stom Mathias, 1620
L'incredulità è malattia dell'anima, peccato che paralizza la volontà, quì di scribi e farisei, ma al termine del Vangelo anche di apostoli e discepoli, increduli nonostante la testimonianza convergente di Maria Maddalena (Mc 16,9-11) e di due discepoli, verosimilmente i due di Emmaus, (Mc 16,12-13), incredulità rimproverata da Gesù risorto: "Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto" (Mc 16,14). In effetti la sua resurrezione è il miracolo e la sorgente inesauribile dei miracoli, è la sconfitta della morte del corpo e dell'anima generata dalla sconfitta del peccato.

Rubens, 1613-15
Terbrugghen Hendrick, 1604

domenica 19 febbraio 2012

L'inferno per Balthasar

"Tra l’inferno è vuoto di Von Balthasar e 500000 indemoniati l’anno solo in Italia una via di mezzo."
Così scrive Simona sul blog di Paolo Rodari, commentano un post dedicato a Woityla esorcista.
Sono innumerevoli le volte che il pensiero di Hans Urs von Balthasar in proposito è travisato, ridotto ad una battuta che falsa gravemente il suo pensiero.

Siccome oltre che fans di Balthasar, sono un fans della verità, sia quella storica che quella teologica, voglio fare alcune precisazioni.
1. Balthasar non ha mai affermato che l'inferno è vuoto, bensì che come cristiani possiamo sperare che l'inferno sia vuoto e per ciò dobbiamo pregare instancabilmente. Tutti siamo sotto il giudizio e vi restiamo sino alla fine.
2. Credere comporta sempre una conoscenza, l'affermazione di una verità alla quale ci si affida e nella quale si crede. Sperare comporta sempre un vivo desiderio che s'apre alle infinite possibilità delle libertà divina ed umana.
3. C'è quindi una differenza sostanziale tra il credere che l'inferno è vuoto, eresia condannata dalla Chiesa perché non prende sul serio la libertà umana, e lo sperare che l'inferno sia vuoto, una possibilità ancora in fieri la cui realizzazione dipende dalla Libertà di Dio e dalla libertà dell'uomo, dalla divina Misericordia che ha preso nettamente posizione in nostro favore e dalla preghiera insistente e testarda: "Abbi pietà di noi peccatori".

Per fare luce sul pensiero di questo grandissimo teologo, nominato cardinale dal beato Giovanni Paolo II ma morto improvvisamente due giorni prima di ricevere la berretta cardinalizia, ecco un articolo di Giandomenico Mucci sj, pubblicato sulla Civilità Cattolica e in rete sul sito di Sandro Magister, nel quale l'autore conclude con il pensiero di un teologo speciale, Joseph Ratzinger.

Infine una considerazione desunta dalla devozione popolare. Al termine di ciascuna decina del santo Rosario si recita la seguente breve preghiera, i cui contenuti concordano con la posizione di Balthasar:
                                                           Gesù mio,
                                                              perdona le nostre colpe,
                                                              preservaci dal fuoco dell'inferno,
                                                              porta in cielo tutte le anime
                                                                    specialmente le più bisognosoe della tua mnisericordia.

Madonna di Fatima

mercoledì 8 febbraio 2012

Sullo strano concetto di TOLLERANZA dei cristianofobi

Sul sito della Socìetas Raffaello Sanzio produttrice dello spettacolo di Romeo Castellucci "Sul concetto di volto del Figlio di Dio" ho trovato un "appello contro l'intolleranza" proposto dall'apposito "Comitato di sostegno alla libertà di rappresentazione dello spettacolo di Romeo Castellucci al Teatro della Città - Parigi", firmato dal direttore del Teatro, Emmanuel Demarcy-Mota e dall'equipe.
Romeo Castellucci
Un appello contro l'intolleranza è spesso contraddittorio. L'intolleranza subita diventa, con l'appello contro di essa, intolleranza promossa contro chi non tollera l'offesa recatagli dallo spettacolo. Una tale reazione contraddice proprio quella libertà d'espressione cui si appellano i commedianti, esigendola solo per sé, libertà di esprimere il proprio odio contro i cristiani.
Perché solo i cristiani dovrebbero tollerare d'essere offesi senza poter reagire?
Chi offende non può invocare la libertà d'espressione, precludendola alle sue vittime. Le vittime godono prima di tutti del diritto di alzare la voce e gridare la propria protesta contro chi li ha offesi.
A tutti è richiesto di non offendere i propri simili, di rispettarli: "Non fare agli altri quel che non vuoi sia fatto a te", oppure: "Fai agli altri quel che vuoi sia fatto a te" ed anche "Agisci in modo da trattare l'uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo".

Ma non esiste il diritto di offendere, nemmeno celando l'offesa dietro la libertà d'espressione, tanto più accompagnato dalla pretesa di non subire la logica conseguenza dell'offesa provocata, la reazione risentita delle vittime.
 Viceversa esiste il diritto di difendersi, custodendo integro il bene più prezioso, qual'è Cristo per i cristiani.
L'intolleranza è quella espressa dallo spettacolo di Castellucci.
Intolleranza verso la debolezza e la malattia dell'uomo-padre.
Intolleranza verso la condizione tragica dell'uomo-figlio.
Intolleranza verso lo sguardo silenzioso e dolce del Cristo di Antonello da Messina, il volto del Figlio di Dio.
Ovvero intolleranza verso le creature umane, verso il loro Creatore (Dio Padre) e verso il loro Salvatore (Dio Figlio), verso Cristo ed i cristiani.
L'offesa ai cristiani viene confermata dallo stesso regista Romeo Castellucci nel comunicato dove dichiara: "è questo sgurado che disturba e mette a nudo; non certamente il colore marrone che, rivelando presto il proprio artificio, rappresenta le feci".
Lo sguardo del Cristo sicuramente mette a nudo ciò che si agita nel cuore dell'uomo, ma non disturba l'uomo oppresso ed affranto, nè il padre ammalato nè il figlio che lo accudisce; disturba il potente, il violento, ma soprattutto l'indifferente ed il qualunquista. Offende proprio l'artificio del colore marrone che rappresenta le feci proprio per ciò che rappresenta e che è chiaramente evidente durante lo spettacolo.
La frase che immediatamente segue diventa allora senza dubbio una excusatio non petita, ovvero accusatio manifesta: "Allo stesso tempo [...] è completamente falso che si lordi il volto del Cristo con gli escrementi".