domenica 4 maggio 2014

Delle cose buone da chiedere. III

Discesa agli inferi, Fanous
Il terzo giorno della settimana è opportuno chiedere l’umiltà perché in questo giorno si ricorda la creazione della terra e dei suoi verdi frutti. Come la terra produce "germogli, erbe e alberi da frutto" (Gen 1,12), così solo sul terreno dell'umiltà nasce l’albero delle virtù. L'umiltà è il fondamento delle virtù dal cui esercizio dipende la vita buona e bella in cielo ed in terra.
L’umiltà è il fondamento ontologico dell’esistenza di Gesù Cristo, dell’armoniosa sinergia tra la libertà divina del Verbo di Dio e Figlio del Padre e la libertà umana dell’uomo Gesù figlio di Maria, riflesso della sua natura divino-umana nella sua vita morale. 
Perciò è necessario chiederla con insistenza, perché solo il terreno fecondo dell’umiltà divino-umana di Gesù Cristo fa nascere bei fiori e buoni frutti. Perciò san Giovanni insiste tanto sul rimanere in Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,4-5).

Salvatore mite ed umile di cuore

domenica 27 aprile 2014

Delle cose buone da chiedere. II

Il secondo giorno della settimana conviene chiedere le lacrime, frutto fecondo del pianto. Questo è il giorno del due: due sono le acque separate dalla creazione del firmamento in acque superiori ed acque inferiori; due i motivi per cui si piange, dolore e gioia, e quindi due i tipi di lacrime, amare e dolci; due gli occhi da cui colano le lacrime; due le vie tra cui l'uomo può scegliere, la via del bene e della vita opposta alla via del male e della morte; due i giudizi di Dio, giudizio di condanna dei peccatori e giudizio di salvezza dei giusti. Le lacrime fuoriescono dagli occhi ma sgorgano dall'unico cuore e come fuoco spirituale bruciano le profonde radici dei peccati, purificando il cuore e dopo aver intensamente pianto permettendo di vedere Dio.

El Greco, Maria Maddalena penitente (1578-80)

 Le lacrime sono duplici come le acque primordiali di cui si ricorda la creazione nel secondo giorno della settimana, allorché il Creatore fece il firmamento con cui separò le acque superiori dalle acque inferiori. L'acqua è infatti principio liquido duale: è necessaria alla vita quanto può esserle mortale; senz'acqua il giardino si riduce a deserto inaridito dove gli esseri viventi periscono e con l'acqua del diluvio si compie il giudizio di Dio, giudizio di condanna dei peccatori e giudizio di salvezza di Noè.

Anche le lacrime come le acque sono sempre necessarie. Innanzitutto sono necessarie per piangere sui propri peccati, e più si viene purificati dal dono divino delle lacrime di pentimento e compunzione, più si vedono i propri peccati per cui si prosegue a versare queste benefiche lacrime amare. Poi sono necessarie per godere della gloria di Dio presente nel creato, grazie al dono divino delle lacrime di contemplazione e di compassione, lacrime dei puri di cuore, ai quali è promesso che: “vedranno Dio” (Mt 5,8).


El Greco, Pentimento di san Pietro (1580)

A tal proposito ecco la bellissima preghiera di Sant'Efrem il Siro. In essa si chiede a Dio di poter vedere i propri peccati, la cosa più difficile da vedere, mentre vedere quelli altrui è la più facile.

Signore e Sovrano della mia vita,
non darmi uno spirito di ozio, di curiosità,
di superbia e di loquacità.
Concedi al tuo servo
uno spirito di saggezza, di umiltà,
di pazienza e di amore.
Sì, Signore e Sovrano,
dammi di vedere le mie colpe
e di non giudicare il mio fratello,
perché tu sei benedetto nei secoli dei secoli.

domenica 20 aprile 2014

Delle cose buone da chiedere. I

Fenice, Bestiario di Aberdeen (XII sec.)
Il giorno uno è opportuno chiedere al "Padre della luce" (Gc 1,17) la luce, prima creatura la cui natura è semplice e trasparente. Luce fisica per gli occhi del corpo, luce metafisica per gli occhi dell’anima, luce spirituale per lo spirito.

Il cieco nato non vedeva la luce fisica che allieta i nostri occhi, ma forse proprio grazie alla cecità fisica vedeva l’essenziale, invisibile agli occhi della carne, ma visibile agli occhi dell’anima e per puro buon senso sa che: “Dio non ascolta i peccatori, ma se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta” (Gv 9,31); la verità è la luce metafisica visibile all’anima “che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).

El Greco, Guarigione del cieco nato (1570)

La luce della verità non necessità del senso della vista, come è mostrato dal fatto che anche i ciechi conoscono la verità; il senso della vista può vedere la luce, ma può pure offuscarla, essendo un senso ambiguo come tutti i nostri sensi feriti dal peccato, come insegna Gesù: “Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23).
Dopo la guarigione fisica operata da Gesù, grazie al buon terreno dell’anima semplice del cieco nato e alla necessità divina che in lui si manifesti la Gloria di Dio, l’ex cieco nato che oltre la luce metafisica della verità ora vede anche la luce fisica del sole e può ricevere la rivelazione definitiva e vedere in Gesù che gli parla il Figlio dell’uomo e adorarlo. Gesù risorto è la luce spirituale che illumina il nostro spirito con la sua luce gentile che ci rigenera quali "figli della luce" (Gv 12,36; Ef 5,8).

Tintoretto, Resurrezione di Cristo (1579-81)

domenica 13 aprile 2014

Delle cose buone da chiedere. Nartece

Irlanda, Kilcooney Dolmen

Nel mondo della preghiera vi sono due sentimenti che spingono l’uomo a pregare: lo stupore e l’angoscia. Sono entrambi originari perché da essi nasce la preghiera nelle sue diverse forme. Il primo sentimento originario è lo stupore e genera la lode, il ringraziamento, l’adorazione; la meraviglia culmina nel silenzio della contemplazione, com’è scritto: “O Signore, nostro Signore, quanto è mirabile il tuo Nome su tutta la terra!” (Sal 8,2). Dall’inquietudine nascono invece il lamento, la supplica, la domanda e l’intercessione; l’angoscia culmina nel grido dell’invocazione, com’è scritto: “O Dio, vieni a salvarmi” (Sal 70[69],2). Nella società contemporanea le mete educative sono l’autonomia, l’indipendenza e l’autosufficienza, principi che plasmano la vita e i desideri umani, dando forma e voce a una cultura che esprime sì il grande anelito alla libertà, ma inficiato dal falso presupposto che la libertà debba essere assoluta e non possa che esser tale. Dentro tale orizzonte spirituale la sottomissione, la dipendenza e la riconoscenza sono disvalori, poiché tale milieu culturale esclude per principio il limite e la solidarietà. Perciò la fatica che da sempre accompagna il pregare, atto supremo della vita umana, è resa ancora più dura ed amara dall’ambiente spirituale contemporaneo che non insegna a chiedere né a ringraziare. Gesù nostro Maestro ci insegna a pregare con tutte le fibre del nostro essere creature di Dio, introducendoci nella misteriosa e sorprendente preghiera intradivina, il dialogo d’Amore che scorre inesauribile tra il Figlio di Dio e il Padre suo, reciproco scambio d’amorosi sensi che è lo Spirito Santo. Lo Spirito di Dio prega nel cuore dei credenti, creando così quella “casa di preghiera” (Is 56,7) che è la santa Chiesa, la quale santifica il Nome di Dio gridando: “Abba! Padre!” (Rom 8,15), popolo sacerdotale che nell’umana carne del Figlio di Dio riassume in sé tutto il creato: dagli elementi minerali inanimati fino ai puri spiriti incorporei, passando per i diversi corpi animati: i vegetali, gli animali e i razionali. Questo Gesù nel discorso della montagna (Mt 5-7) insegna tra le altre cose anche a pregare, e conclude le sue istruzioni sulla preghiera (Mt 6,1-7,11) con l’ordine di chiedere al Padre celeste con fiducia filiale:

Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! (Mt 7,7-11)

Evidenzio la struttura retorica del comando in Mt 7,7:
Chiedete       e        sarà dato    a voi,
cercate           e        troverete,
bussate         e        sarà aperto      a voi.
Difficile trovare una frase con più verbi di questa. In latino, “Petite, et dabitur vobis; quaerite et invenietis; pulsate, et aperietur vobis”, su undici termini sei sono verbi, in italiano otto parole su tredici, sei predicati verbali organizzati in tre coppie. In ciascuna coppia il primo verbo è un imperativo; la congiunzione più semplice unisce il primo verbo al secondo predicato che nelle due coppie estreme è passivo ed è completato dal dativo; nel membro centrale il secondo predicato è attivo; il membro centrale, incorniciato dagli altri, costituisce il fulcro, appunto il centro eminente al quale deve convergere l’attenzione degli ascoltatori. I tre predicati imperativi sono al presente, mentre gli altri tre predicati sono al futuro: il comando deve esser eseguito adesso, mentre la promessa è protesa al futuro. Ciò vincola chi promette alla fedeltà verso la parola data e provoca chi riceve la promessa alla fiducia in chi promette. Tre ordini perentori del Maestro, tre verbi leggermente diversi, tutti appartenenti al campo semantico della domanda e del desiderio. All’ordine reiterato tre volte, indice di un comando che deve essere eseguito senza vacillare, corrisponde la promessa di esaudimento ripetuta anch’essa tre volte, segno che è sicura come la Roccia.

Vallecamonica, Incisioni rupestri 
Si deve chiedere, dunque, ma che cosa posso o debbo chiedere? Qualunque cosa e per qualsiasi motivo? Chi può ispirare e guidare il prescritto domandare? L’egoismo egocentrico del bambino? L’egocentrismo narcisista dell’adolescente? La generosità del padre e della madre? La reciprocità fraterna e sponsale? Le fasi dello sviluppo umano sono inadeguate alla divina Maestà; sono altresì ferite dal peccato, con il quale ci siamo allontanati da Dio e frantumati in noi stessi e dal quale siamo avviluppati e ripiegati su di noi. Solo “la grazia e la verità venute per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17) ci permettono di avere acceso al mistero di Dio, il Quale non solo ci ha donato il suo più prezioso tesoro, il Figlio Unigenito, ma nel Figlio ci dona Qualcuno che prega in noi: “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili”(Rom 8,26). Guigo II, nono priore della Grand Chartreuse, nella sua opera Scala Claustralium, così scrive al fratello Gervasio: “La lettura ricerca la dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la sperimenta. […] Cercate nella lettura, troverete con la meditazione; picchiate nella preghiera, entrerete nella contemplazione”. Guigo descrivendo i diversi momenti della Lectio Divina parafrasa gli ultimi due membri di Mt 7,7. Nella sua opera Pregare la parola, Enzo Bianchi propone di parafrasare anche il primo membro del versetto evangelico così: “Chiedete lo Spirito, riceverete l’illuminazione”. Risultato che reputo ottimo. Giacomo scrive perentorio: “Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni” (Gc 4,2b-3). La prima frase dell’apostolo: “Non avete perché non chiedete” (Gc 4,2b) è la forma negativa del primo ordine di Gesù: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7); senza paura si deve osare e con fiducia chiedere. La seconda frase di Giacomo: “chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni” (Gc 4,3) approfondisce un caso specifico, introducendo un limite all’ordine del Maestro: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7), poiché se si chiede male, ovvero per soddisfare le proprie passioni, non si ottiene; non è sufficiente chiedere, bisogna altresì chiedere bene e chiedere il bene. Ecco un primo risultato: bisogna chiedere ciò che è bene e buono, ciò che è vero e santo. Inoltre si deve chiederlo bene, non per soddisfare le proprie passioni, ma per soddisfare la passione di Dio: Egli, infatti, è fuoco divorante, amore ardente per le sue creature. Questo fuoco divino d’amore è la sorgente dei desideri delle creature, desideri che per il peccato originale e per ogni singolo peccato, sono degenerati, raffreddati, ripiegati su di sé e contro Dio. Le nostre passioni e i nostri desideri debbono essere rigenerati e per farlo possiamo solo immergerli nel fuoco d’amore, non per estinguerli, ma per purificarli dalle scorie che ne impediscono il libero moto verso Dio e reindirizzarli alla loro Causa prima e Fine ultimo. Quindi, che cosa debbo chiedere? Ispirati da Dio i Salmisti chiedono varie cose: vittoria sui nemici (Sal 3,8; 6,9-11; 12,4), pietà (Sal 4,2; 6,2-3), giustizia nella prova (Sal 5,5-9; 7,7-12; 9,20-21; 17,1-4), aiuto e protezione(Sal 5,12; 13,2-3; 16,1), salvezza dai nemici (Sal 7,2; 10,12; 12,2; 17,7). Marta, sorella di Lazzaro, da furba donna di casa sceglie di affidarsi a Gesù stesso: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà” (Gv 11,22). In apparenza non chiedere alcunché, in realtà si affida totalmente a Gesù, e nella fede fa sua la richiesta del Figlio al Padre, in modo che la preghiera del Figlio sia la propria unica richiesta: si affida alla fede di Gesù. Infatti, chi meglio del Figlio di Dio può rispondere? Egli è la Sapienza divina attraverso la quale Dio ha creato il mondo, imprimendo nelle sue opere un insegnamento divino, un ammaestramento che distillato nel silenzio adorante della fede dà ai semplici delle indicazioni in merito a cosa chiedere. La Sapienza creatrice, infatti, dichiara:

Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all'origine. Dall'eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo. (Pr 8,22-31)



La Sapienza creatrice svolge un ruolo da intermediario tra Dio e gli uomini, infatti, la Sapienza è la delizia di Dio ed insieme pone le sue delizie tra gli uomini: “ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo” (Pr 8,31). Salomone scolpisce con poche parole una scena idilliaca dal sapore famigliare: una figlia prediletta gioca spensierata sotto gli occhi amorevoli del padre: lei è la gioia di suo padre. Costei è la Sapienza, delizia di Dio, e pone le proprie “delizie tra i figli dell’uomo”, poiché gli uomini per quanto siano crudeli, stupidi e brutali, restano intelligenti e liberi, ovvero capaci di riconoscere le vie della Sapienza. Perciò rivolgiamo il nostro intelletto ai due libri il cui Autore è Dio, il Creato e le Scritture sacre. Leggiamo il libro della natura alla luce del libro della Scrittura, cercando cosa convenga chiedere al Creatore. Nel primo racconto della creazione (Gen 1,1-2,4a) la Sapienza di Dio distribuisce otto opere, create nell’arco di sei giorni lavorativi, conclusi e compiuti dal VII giorno. Nel III e nel VI giorno sono collocate due opere, così è semplice identificare le due terne in cui si suddividono i sei giorni lavorativi: I-III giorno, IV-VI giorno; entrambe iniziano con opere inerenti la luce (I e IV), entrambe finiscono con un giorno in cui sono concentrate due opere (III e VI). Il VII giorno Dio porta a compimento il suo lavoro, cessando l’opera lavorativa descritta coi verbi dire, separare, fare, porre e creare. Il riposo di Dio, però, non è pura inazione, riguarda solo queste cinque azioni che delineano i modi con cui Dio lavorando ha creato, mentre sta scritto riguardo al VII giorno: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (Gen 2,3). Le azioni sabbatiche di Dio sono benedire,  consacrare e riposare. Il Sabato è la terza opera che viene benedetta da Dio; primi sono pesci ed uccelli (Gen 1,22), cui seguono uomo e donna (Gen 1,28). Con la benedizione del Sabato Dio porta a compimento le sue benedizioni e le sue creature; infatti, il riposo di Dio, e il nostro nel suo, sono la condizione per contemplare e godere della bellezza gratuita delle creature di Dio, per trovare in Dio l’inizio e il fine di ogni cosa, per condividere tutto ciò tra di noi. Dio non si accontenta di benedire il settimo giorno, anche lo consacra. La prima consacrazione narrata dalle Scritture non riguarda un luogo, bensì un tempo, il settimo giorno. Poi verrà il momento in cui gli uomini consacreranno dei luoghi al Signore: una pietra, un altare, un’altura, un tempio, una città, un uomo. Ma la prima consacrazione fatta da Dio stesso riguarda l’ultimo pezzo del tempo, il settimo giorno. La consacrazione del Sabato introduce e prepara la seconda consacrazione compiuta da Dio nella pienezza dei tempi, quando consacrò Gesù che offrì se stesso per noi tutti, risuscitandolo dai morti e costituendolo Signore dei vivi e dei morti. Ciò non avvenne il settimo giorno della settimana, ma il primo che è già diventato l’ottavo giorno della settimana, giorno eterno che non conosce tramonto, perché Gesù è risorto dai morti e più non muore.

Venezia Basilica di san Marco, Creazione mosaico

Giorni
Opere create
Azioni divine
Finalità
1
luce
disse
separò

II
firmamento
disse
fece
per separare le acque superiori dalle acque inferiori
III
asciutto
disse
per far apparire
germogli, erbe e alberi da frutto
disse

IV
fonti di luce nel firmamento: luminare maggiore, minore e stelle
disse
fece
pose
per separare giorno da notte
per segnare feste giorni anni
per illuminare la terra
V
pesci e uccelli
disse
creò
benedisse
per riempire le acque inferiori
e davanti al firmamento
VI
bestiame, rettili
e animali selvaggi
disse
fece
per riempire la terra
uomo
a immagine di Dio
maschio e femmina
disse
creò
benedisse
per dominare
  del mare i pesci,
  del cielo gli uccelli,
  della terra bestiame, 
     animali selvaggi e rettili 
per essere fecondi e moltiplicarsi
per riempire e soggiogare la terra
VII
culto
benedisse
consacrò
aveva cessato 
per compiere


Alle due terne corrispondono i due verbi principali della preghiera di domanda: chiedere e intercedere. Si intercede per gli altri e si chiede per sé in piena armonia col secondo comandamento più grande: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12,31), perché in verità, Tu ed Io, l’uomo ed il suo prossimo, non sono due, ma un solo Adamo, l’unico Terrestre come sta scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). Così i primi tre giorni ci insegnano cosa chiedere e gli ultimi tre per chi intercedere, mentre il Sabato è santo, cioè separato. In esso Dio crea il presupposto del culto, opera divino-umana che permette di immergersi nel mistero e di Dio Creatore e del cosmo creato, come sta scritto:

Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato. (Es 20,8-11)

Norma che ha qualcosa da insegnare anche al popolo della nuova alleanza, come sta scritto: “per il popolo di Dio è riservato un riposo sabbatico” (Eb 4,9).


giovedì 13 marzo 2014

Anche noi sposati vogliamo diventare santi

Riflessioni di un cristiano sposato sulla relazione svolta dal card. Kasper al Concistoro il 20 febbraio 2014
Scrivendo queste note ho consultato stamane, prima domenica di quaresima, il sito della Santa Sede e sono stato accolto dall’augurio a papa Francesco per il primo anniversario della sua elezione a Romano Pontefice (13 marzo 2013). L’augurio consiste della domanda decisiva: “Vogliamo diventare santi? Sì o no?” (Angelus 16 febbraio 2014). Sì, santo padre, vogliamo diventare santi. Lo vogliamo anche noi sposati. Lo cerchiamo mediante il matrimonio e non nonostante esso. In questa ottica ecco le mie riflessioni sulla relazione del card. Kasper. La mia prospettiva è quella di un uomo felicemente sposato, orgogliosamente padre di tre figlie, riconoscente al Signore dei doni ricevuti, la mia donna ed il suo amore, la grazia del sacramento matrimoniale del quale proprio noi due siamo i ministri responsabili di celebrare l’amore, tre figlie meravigliose, la luce della fede cristiana, la speranza nella resurrezione della carne.
Ho trovato affascinante la relazione del card. Kasper, ammaliante per la sua notevole ars oratoria, ma per tre motivi nientaffatto condivisibile. La relazione accenna a due temi d'importanza capitale: la crisi antropologica e l'abisso tra l'insegnamento della chiesa e la vita di molti cristiani, ma si limita a citarli in modo superficiale, senza approfondirli come necessario. La relazione, inoltre, omette un paio di cose essenziali: non considera la situazione contemporanea segnata dalla guerra contro l'uomo e contro la famiglia; dimentica del tutto il magistero di Giovanni Paolo II, forse colui che maggiormente ha contribuito allo sviluppo della dottrina cattolica sul matrimonio e sulla famiglia. Infine la relazione é apparentemente incoerente laddove la professione di fede viene disincarnata dalla prassi: la prassi prova nuovi e larghi sentieri che vanno altrove rispetto al cammino della vera fede che non può evitare la croce.

Botticelli, Venere e Marte

Temi sfiorati superficialmente
Nell’introduzione il card. Kasper accenna all’emergenza antropologica e scrive: "Il mondo attuale sta vivendo una crisi antropologica", giudizio che anche le pietre condividono e che avrebbe potuto essere il quadro in cui inserire la riflessione, sviluppando magari l'alleanza tra credenti e non credenti per promuovere la cultura della vita nel rispetto della natura umana. Le vere novità politiche confermano che ciò é possibile. La stupenda esperienza francese de La Manif Pour Tous, nata in Francia nel 2012 per promuovere il matrimonio eterosessuale e difendere la famiglia tradizionale dal cosiddetto matrimonio omosex; l'appello inascoltato al PD sull'emergenza antropologica dei magnifici quattro (Barcellona, Sorbi, Tronti e Vacca) prontamente ribattezzati marxisti ratzingeriani; la proposta di moratoria internazionale dell'aborto fatta da Giuliano Ferrara e la conseguente lista pazza del 2008 e prima ancora la vittoria ruiniana al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in corso di sterilizzazione per via giurisprudenziale. Quali sono le cause prossime e remote della crisi antropologica? Quali prospettive può avere tale crisi? Le prospettive sono fauste o infauste, gli esiti sono auspicabili o deprecabili? Quale giudizio cristiano possiamo o dobbiamo formulare sulla crisi antropologica? Il giudizio cristiano non si limita a condannare l’antiumanesimo all’opera nel nostro mondo, ma nemmeno si dimentica di farlo, riconosce nella krisis attuale la rivelazione del giudizio di Dio sull’uomo contemporaneo e sulla sua storia. Riconosciamo tale giudizio divino su di noi? Accettiamo di essere sotto il suo giudizio tremendo e misericordioso? La terribile domanda di Gesù: “Quando il figlio dell'uomo ritornerà, troverà la fede sulla terra” ci deve mettere sull’avviso che niente è scontato e sicuro, nemmeno la fede. Nella pièce teatrale Aspettando Godot, Samuel Beckett descrive il vuoto che attanaglia l'insulsa vita degli uomini che aspettano senza più  sapere chi o cosa; i cristiani odierni sono diventati come Vladimiro è Estragone, i due protagonisti che non sanno chi/cosa aspettano? La Chiesa aspetta ancora il ritorno glorioso del Signore? Oppure, visto che lo Sposo sembra essere in ritardo, ha virato il suo desiderio dal cielo alla terra? Così facendo, quando lo Sposo ritornerà, perché è certo il Signore ritornerà, avrà l'olio per accendere la sua lampada?
Sempre nell'introduzione Kasper formula un giudizio duro ed onesto sull’odierna situazione della Chiesa: "Tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute da molti cristiani si è creato un abisso. L’insegnamento della Chiesa appare oggi a molti cristiani lontano dalla realtà e dalla vita”. Condivido e sottoscrivo tale giudizio, ma mi sarei aspettato un poco di sana e realistica autocritica. È doveroso chiedersi perché si è creato un abisso tra l’insegnamento della Chiesa e la vita di molti cristiani. É  accettabile credere nel Dio cristiano, un Dio fedele, misericordioso e geloso e vivere una vita convintamente infedele, senza misericordia né gelosia? Chi è responsabile di tale incoerenza intenzionale? I pastori devono cambiare qualcosa nello svolgimento concreto del loro ministero riguardo la pastorale matrimoniale e familiare? Si sono ridotti a burocrati rinunciando alla ben più faticosa cura d’anime? Io non ho esperienza della chiesa nel mondo, ma solo della chiesa nel primo mondo, in Italia. Conosco per esperienza diretta l'apparente ricchezza di attività pastorali fatta di incontri, convegni, documenti, commissioni, discussioni, aperture, chiusure. Tanto parlare della bellezza del matrimonio da parte del clero celibatario, che l’ha scoperta recentemente, ma come tema teorico, non quale realtà viva. Assistiamo da anni ad un vero diluvio di documenti, emessi da una pletora crescente di soggetti ecclesiali, sui temi più diversi diversi. Produrre un nuovo documento necessita di molto tempo e di molte energie, sottratte alla conoscenza delle persone concrete e alla preghiera. L’abisso è solo una sconfitta o può diventare una opportunità missionaria? In ordine alla santificazione del popolo di Dio quali sono le responsabilità del clero? Bisogna ridurre le richieste al livello peccatore oppure si può spronare i peccatori perché divengano santi? All’umanità e alla cristianità adultere cosa bisogna dire: “Anch’io non ti condanno, va e continua a peccare, tanto Dio è misericordioso” oppure annunciare: “va e non peccare più”? Il clero cosa chiede ai cristiani, di ritornare pagani o diventare santi? Perché l’insegnamento della chiesa sul matrimonio e sulla famiglia “appare lontano dalla realtà e dalla vita”? Gli insegnanti hanno sbagliato metodo? Oppure hanno edulcorato il vangelo, evacuando la parola della Croce? Anche i pastori vivono uno iato tra l’insegnamento e la vita? Le parole di Gesù su scribi e farisei sedutisi sulla cattedra di Mosé: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno” (Mt 23,3) sono attuali? I pastori hanno ridotto la dottrina cattolica a banali consigli psicologico-sociologici, deturpando l’integrità della verità evangelica? Se guardiamo ai santi non vediamo lontananza tra la dottrina e la vita vissuta, ma uomini e donne integre, segni visibili di Gesù Cristo, l’antropos teleios. Il clero cerca ancora la santità?
Jan Massys, Davide e Betsabea
A questa classe di temi appartiene anche il secondo paragrafo “Le strutture del peccato nella vita della famiglia”. Esso tratta il tema del peccato non come affermato dal titolo “nella vita della famiglia”, cioè concretamente, ma in modo generico, valido per qualsiasi situazione umana, come un bigino del trattato di antropologia teologica. Non parla della cruda realtà del peccato nella vita famigliare e nella relazione matrimoniale, forse ciò  é  dovuto all'inesperienza. Ci vorrebbero il re Davide e il profeta Osea per dire qualcosa sul peccato dell’adulterio e sull’adulterio come figura di ogni peccato. Ci vorrebbero Giobbe e Socrate per illustrare la pazienza necessaria a sopportare la molesta presenza delle mogli. Ci vorrebbero Eva e Sara per raccontare quanto é comodo e faticoso avere un marito infantile e senza spina dorsale. Ci vorrebbero Sara e Abramo, Anna e Eli, Elisabetta e Zaccaria per descrivere la nostalgia che divora le coppie sterili. Ci vorrebbero Eva, Rachele, Betsabea e Maria per scandagliare il dolore lacerante della perdita di un figlio. Insomma bisogna dar voce agli sposi per udire qualcosa di edificante sul matrimonio, perché come i padri del deserto, solo loro uniscono la dottrina spirituale alla vita vissuta. Noi sposi, infatti, siamo i ministri del sacramento del matrimonio, abbiamo ricevuto la consacrazione spirituale, il dono di grazia per vivere quel che promettiamo, di modo che in ogni matrimonio cristiano si è in tre: l’uomo che diventa lo sposo, la donna che diventa la sposa e Dio che istituisce e custodisce, consacra e santifica l’amore umano, imprimendo la sua immagine e la sua somiglianza nella coppia umana. Attualmente c’è già del clero cattolico uxorato, quello delle Chiese Cattoliche Orientali e quello degli Ordinariati per gli ex-anglicani, che unisce in una sola persona il ministero ordinato e il ministero matrimoniale.
Durer, Adamo ed Eva
Temi omessi, avvolti in un silenzio assordante
Della condizione storica attuale la relazione sceglie di affrontare solo la situazione dei divorziati risposati, cercando un'escamotage per ammetterli alla comunione eucaristica, ma dimenticando tutto il resto. Da decenni una guerra culturale, economica e giuridica è combattuta contro la vita umana e contro la famiglia. Essa si nutre delle ideologie nichiliste del millennio passato (comunismo e nazismo, eugenismo e ambientalismo) ed è combattuta da alcune Nazioni del primo mondo, da Organismi Internazionali (ONU, UE) e da numerosi capitalisti (Buffet, Soros, Gates, Rockfeller) attraverso varie ONG. Le loro vittorie hanno il nome di divorzio, aborto e clonazione; stanno vincendo la battaglia sull’eutanasia, mentre hanno già aperto un nuovo fronte di guerra contro l’uomo, quello del gender. La Chiesa Cattolica finora è stata in prima linea nel combattere la buona battaglia in difesa dell’umanità, dall’embrione al morente, in difesa della dignità di ogni uomo senza alcuna discriminazione genetica, di maturazione biologica, di deperimento naturale, nel rispetto della natura umana distinta in maschio e femmina, fecondi nella loro reciprocità e complementarietà. Continuerà a promuovere il valore sacro della vita umana dal concepimento alla morte naturale? Continuerà a combattere l’aborto, la clonazione umana, l’eugenetica, l’eutanasia? Continuerà a promuovere la famiglia naturale costituita da un uomo e una donna e dai loro figli, ambiente naturale della vita umana, cellula fondamentale della società? Continuerà a combatterà il divorzio, le pseudofamiglie patchword, il cosiddetto matrimonio omosessuale, le coppie di fatto, l’ideologia gender? La Chiesa non ha dichiarato guerra ad alcuno, ma una guerra è stata dichiarata all’umanità e a coloro che la difendono. Sarebbe meglio riuscire a vincere la battaglia dell’opinione pubblica e del linguaggio, non subendo la demonizzazione, ne accettando supinamente di esser chiamati conservatori, retrogradi, nemici dell’umanità e della libertà, ma imponendo il proprio linguaggio. Quando si è in guerra è sbagliato far finta di vivere in un'altra situazione storica, bisogna lottare anche a rischio della vita, come fecero Giovanni Battista, John  Fisher e Thomas More. Bene fece Eberhard Betghe a intitolare l’epistolario di Dietrich Bonhoeffer Resistenza e resa: resistenza al male che cerca di dominare il mondo e di sopraffare l’uomo, resa a Dio, non al mondo. La stessa scelta fece e insegnò il Leone di Munster, il  cardinale August von Galen, il quale con la figura dell’incudine descrisse la missione del cristiano e dell’uomo sotto la dittatura: “e se non possiamo combattere con le armi, allora ci resta solo un mezzo di lotta: una resistenza forte, tenace, dura. Noi in questo momento non siamo martello, ma incudine. Ciò che viene battuto sull’incudine non ottiene la sua forma soltanto dal martello, ma anche dall’incudine. L’incudine non ha neppure bisogno di ribattere, basta che sia resistente, dura. Quando è sufficientemente ferma, solida, dura allora solitamente resiste più a lungo del martello” (predica del 20 luglio 1941). Queste parole valgono a maggior ragione oggi per noi. Per noi oggi è solo più difficile riconoscere il potere mondano che odia e guerreggia contro la vita umana in quanto tale.
Ma l’omissione più eclatante che sorprende per la miopia è la rimozione del magistero del beato Giovanni Paolo II, forse il papa che più ha contribuito alla crescita della teologia del corpo umano, del matrimonio e della famiglia. Come ci si può autocensurare in modo così plateale? È come parlare della grazia e del peccato a prescindere da Paolo e da Agostino.
Caravaggio, Decapitazione di san Giovanni Battista
Infine alcuni punti in cui la relazione mi sembra contraddittoria

Come si conciliano il giudizio favorevole alla famiglia “normale percorso dell’uomo”, le reiterate adesioni alla fede cattolica in materia, con l’accettazione supina della rottura con tale patrimonio di fede? Come si può contemplare, riconoscere e confessare l'amore fedele di Dio verso il suo popolo di santi e peccatori che s'incarna anche nell'indissolubilità matrimoniale, e accettare sul solo piano della prassi l'adulterio e le sue conseguenze? All'abisso diagnosticato dal card. Kasper tra dottrina cattolica e vita di molti cristiani, vera e propria apostasia silenziosa, si associa l'abisso tra la dottrina e la prassi, uno iato tra la verità creduta e la verità vissuta, una condizione di schizofrenia latente, aggravata dalla terapia proposta: dimenticare di fatto la dottrina e giocare tutto sulla prassi pastorale. É palese che tale scelta sia di cortissimo respiro, perché si fa dettare la dottrina dal mondo e pone la Chiesa sempre a inseguire il mondo nel vano tentativo di cristianizzare le sole apparenze mondane, perdendo così l'anima, e del mondo e propria.
Al termine del terzo paragrafo, dedicato a "La famiglia nell'ordine cristiano della redenzione", c'é il seguente giudizio: “Il Vangelo del matrimonio e della famiglia per molti non è più comprensibile, è caduto in una crisi profonda”. Sembra un asteroide caduto da chissà dove, privo di legami con ciò che precede e ciò che segue. Se mia figlia, studiando il teorema di Pitagora non lo comprendesse, non trarrei la conclusione che la geometria è caduta in una crisi profonda. Chi è precipitato nella crisi profonda rettamente denunciata dal card. Kasper? Il Vangelo del matrimonio e della famiglia o chi non lo comprende? E non lo comprende perché non lo capisce, oppure perché non vuole, perché é comodo una parola troppo dura da sopportare? Volete andarvene anche voi, chiese Gesù ai dodici? Egli non fa sconti, perché la grazia, ed in essa sono comprese fedeltà  e misercordia, é a caro prezzo. E con la grazia la promessa di felicità eterna, non solo quella transitoria in questa vita. Penso anch’io che il Vangelo del matrimonio e della famiglia non sia più compreso da molti, ma non lo si rende di nuovo accessibile adeguandolo allo spirito del tempo. Ciò equivarrebbe a mondanizzare il Vangelo e quindi a non aver più niente da annunciare ad un mondo disperato. Se Gesù fosse stato più misericordioso e meno esigente l’adultera sarebbe rimasta tale, il paralitico sarebbe ancora peccatore, Maddalena sarebbe rimasta una sordida donnaccia e lui, il maestro non sarebbe morto in croce ma di vecchiaia e tutto il mondo sarebbe ancora sotto il dominio del peccato e della morte. È questo che la Chiesa vuole dagli sposi cristiani? La Chiesa, mia madre, vuole che noi sposi rinunciamo all’universale chiamata alla santità, cui il Concilio Vaticano II finalmente ci invita? Noi sposi, padri e madri dovremmo limitarci a figliare per Dio e per la Chiesa e lasciare al clero e ai religiosi la sequela delle beatitudini? No grazie, preferisco restare con Gesù, con o senza la chiesa, pur sapendo che senza é impossibile. E quindi possibile a Dio.
Infine sulla proposta di procedura non giuridica per accertare la nullità matrimoniale. Mi pare che tale proposta pecchi di serio pregiudizio antigiuridico. Tale proposta nega implicitamente o diminuisce la natura sociale della chiesa e dei suoi sacramenti. Tale natura sociale ha un intrinseco risvolto canonico, non da subire cercando di scavalcarlo con sotterfugi, ma da applicare correttamente. Nel merito mi sembra teoricamente affascinante e perfetta nell'iperuranio, ovvero irrealistica. Il clero cui si vorrebbe affidare la nuova prassi pastorale di accertamento della nullità é lo stesso che ha lasciato maturare tale crisi, é adeguato a fare ciò che finora non ha fatto? Inoltre la proposta é fatta esplicitamente per una piccola classe di eletti o fortunati. Chi decide gli appartenenti a tale classe? In base a quali criteri si entra a farne parte? E per tutti gli altri che sono la maggioranza? Sembra quindi che detta proposta, più che risolvere il problema dei divorziati risposati, lo complichi.
Spero di aver dato il mio contributo al dibattito voluto da papa Francesco, su di un argomento per me, sposo e padre, vitale. Se ho ferito qualcuno, me ne dolgo, ma non posso tacere.
Marc Chagall, Cantico dei Cantici